Tornare al lavoro dopo la maternità: i perché di una “scelta”

di Cristina Giammella

Cristina Giammella

Cristina Giammella

Il 24 ottobre scorso sono stata proclamata dottoressa in Psicologia dei Processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici all’Università degli studi di Milano Bicocca.

Ricordo quell’istante come se fosse appena trascorso perché l’emozione provata è stata grandissima.

Avevo accanto a me tutte le persone alle quali voglio più bene, mia mamma, mio padre, il mio ragazzo e molti amici e, nello stesso tempo, ho avuto la fortuna di trovare una commissione molto disponibile con la quale ho fatto una dignitosa discussione.

Il mio lavoro di tesi mi ha vista occupata per circa un anno durante il quale ho elaborato diverse ipotesi, ho trovato i soggetti, somministrato il mio questionario, elaborato i dati e tratto numerose conclusioni interessanti.

Ma, entrando più nel dettaglio, lo spunto per la mia ricerca mi è venuto per caso, un pomeriggio, mentre ero a casa di mia cugina, abbiamo iniziato a parlare di quale fosse i ruolo della donna nella famiglia e nel mondo del lavoro. L’argomento si è rilevato molto interessante ma ci ha viste contrapposte.

Io, infatti, non riuscivo a concepire la vita di una donna solo all’interno delle mura domestiche, dedita alla cura dei figli, vedevo una brillante carriera e un posto di lavoro appagante. Lei, invece, mi ha fatto capire come per molte donne sia gratificante nello stesso modo stare a casa a occuparsi della propria famiglia soprattutto quando sono presenti figli molto piccoli.

Essendomi interessata spesso alle questioni di genere nel corso del mio percorso accademico, ho deciso che la mia tesi di laurea avrebbe cercato di indagare il tema della maternità e del lavoro retribuito.

Ho iniziato con il chiedermi quanto l’intenzione di reinserimento lavorativo dopo la maternità fosse una scelta individuale o risentisse dell’influenza di variabili culturali e contestuali e, così, ho elaborato il mio progetto.

La ricerca, infatti, ha avuto come obiettivo quello di valutare l’intenzione o la mancata intenzione di reinserimento lavorativo dopo il periodo di congedo cercando di valutare l’influenza di alcune variabili: in particolare, nelle ipotesi principali, sono stati presi in considerazione il costrutto di Sex-Role Orientation e il Work Engagement per verificare se e come fossero in grado di influenzare questa scelta.

Nelle ipotesi secondarie, invece, ho preso in considerazione variabili socio-demografiche e il supporto sociale, inteso come presenza o assenza di strutture alle quali affidare il proprio bambino sia la possibilità di usufruire dell’aiuto di padri, nonni o altre figure significative.

Senza entrare troppo nello specifico, il Work Engagement rappresenta il coinvolgimento positivo del lavoratore verso il proprio lavoro mentre il Sex Role Orientation è in grado di discriminare tra donne tradizionaliste o non tradizionaliste dal punto di vista dei ruoli di genere.

Una soggetto tradizionalista vede l’uomo come maggiore breadwinner della famiglia, l’unico responsabile del mantenimento economico familiare e la donna come caregiver primario, con un ruolo fondamentale nella cura dei figli e, solo marginalmente, impegnata in attività lavorative extra-domestiche.

Partendo da queste ipotesi ho costruito un questionario che è stato somministrato on line ad un gruppo di mamme in gravidanza o in maternità, che avevano un’occupazione prima di restare incinte ma che, attualmente, non stavano lavorando.

Ho postato il link sui maggiori forum di donne gravide, su LinkedIn e su alcuni gruppi Facebook ottenendo un numero di risposte decisamente elevato.

Le donne si sono dimostrate molto disponibili ad aiutarmi nel mio lavoro e molto interessate al tema infatti, il primo giorno, ho avuto già oltre 90 questionari compilati.

Quando ho chiuso l’indagine ho raccolto in totale 239 questionari validi che mi hanno consentito di svolgere delle analisi dettagliate, molte delle mie ipotesi sono state confermate e sono emersi spunti interessanti.

In particolare, l’intenzione di reinserimento lavorativo è risultata essere una variabile individuale, ma che risente molto del contesto sociale e culturale, infatti, le donne maggiormente tradizionaliste sono quelle che hanno dichiarato minore intenzione di ripresa, viceversa quelle non tradizionaliste sembrano rientrare più facilmente e prima nel mercato del lavoro.

Nello stesso tempo, più alto è il coinvolgimento positivo delle donne verso la loro occupazione maggiore è il loro interesse al rientro lavorativo.

Per quanto riguarda, invece, il contesto sociale, maggiore è la disponibilità di aiuti per la cura del proprio bimbo maggiore è l’intenzione di tornare a lavorare dopo il periodo di congedo.

Tra le variabili socio-demografiche le uniche che si sono dimostrate significative sono state reddito, territorio di residenza e professione svolta. Infatti, le donne che manifestano l’intenzione di ripresa sono maggiormente quelle residenti nel Nord Italia, con alto reddito e con professioni altamente qualificate.

Guardando a questi risultati ho potuto capire come troppe siano le variabili in gioco nel determinare una scelta come questa. La cultura occidentale, nella quale noi tutti siamo cresciuti e viviamo, ci impone tuttora una visione della famiglia e dei ruoli di genere che certamente non favorisce l’occupazione femminile.

I dati Istat dimostrano chiaramente come le donne siano ancora sotto rappresentate in tutti o quasi i settori e le posizioni professionali e, soprattutto, faticano a ricoprire posizioni apicali di responsabilità.

Tuttavia questa dimensione culturale è talmente interiorizzata che le donne stesse spesso attuano un meccanismo di autoesclusione limitando le loro stesse possibilità di lavoro e di carriera.

Delegare la cura del proprio bambino o della propria bambina ad altri è una scelta davvero complessa per una madre e, spesso, è lei stessa a scegliere di fare il “lavoro” di madre.

Certo il contesto sociale svolge un ruolo tutt’altro che marginale, con asili sempre più cari, carenza di strutture, e mancanza di solidi supporti per favorire la conciliazione famiglia-lavoro.

Insomma, il mio lavoro mi ha consentito di analizzare l’intenzione di ripresa lavorativa sotto molti punti di vista ma, soprattutto, mi ha portato un bel 110 con la menzione della lode che ricorderò per sempre come uno dei momenti più emozionanti della mia vita.

Della stessa autrice sul nostro blog: «Sono andata a vedere le detenute di Bollate recitare. Con il mio fidanzato»

3 Risposte

  1. senza nulla togliere alla ricerca le differenze riscontrate tra le scelte delle donne “tradizionaliste” e non, tra chi fa un lavoro che le piace e chi no (e anche aggiungo tra chi deve lavorare e chi può farne a meno) , tra chi ha molti aiuti e chi no..mi sembrano abbastanza ovvie.
    In ogni caso si tratta di scelte. Tutti noi siamo un mix di natura, cultura e storia ma ciò non ci rende di per sè eterodiretti..nel bene e nel male decidiamo.
    e chiunque scelga di avere un figlio sceglie di fare il genitore.

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    • poi va da sè che lo Stato e la politica devono fare di tutto per rendere effettive le scelte delle donne lavoratrici (ad esempio eliminando l’odiosa pratica delle “dimissioni in bianco”)

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  2. Certamente..ma è la prima volta che viene analizzato il rapporto tra maternità e lavoro con il focus su Work Engagement e Sex Role Orientation e quelle che apparentemente sono delle conclusioni scontate in realtà rispecchiano il mix di variabili in grado di avere un influenza sull’intenzione di reinserimento. Infatti qui si parla di intenzione e non di rientro.

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