“Le disabilità, come le abilità, non sempre sono visibili”

di Elisabetta Baccarin

Le disabilità, come le abilità, non sempre sono visibili.

Sono abile a giocare con le parole. Non sono abile in nessun gioco che preveda l’uso di una palla.

Sono abile in cucina, forse anche in camera da letto, ma per nulla abile con le pratiche faccende domestiche.

Elvira è molto più abile di me: quando pulisce lei la casa, sembra che sia passata la fatina con la bacchetta magica.

Mettiamoci una accanto all’altra: tutto questo non si vede.

Non si vede neppure che lei è sana come un pesce di quelli sani e invece io sana come un pesce di quelli no.

Se a me o a lei mancasse una gamba, invece, si vedrebbe.

E questo farebbe di noi due disabili.

O forse due menomate. O due handicappate.

Ma non voglio soffermarmi sul bizantinismo o meno della differenza tra i termini, perché quel che li unisce è comunque qualcosa di diverso e non di differente.

Per certo li unisce qualcosa di non indifferente.

A prescindere dalla tassonomia dell’International Classification of Impairments Disabilities and Handicaps, cerco di non avvinghiarmi e rotolarmi gaudente nel mio gioco di parole e proseguo. Cercherò di andar piano e, vi prego, proseguite con me.

Torniamo alla gamba che non c’è.

Io ho anche quella gamba, ne ho due.

Quelle due gambe lì sostengono quel corpicione un po’ sovrappeso fonte di molte gioie e di altrettanti fastidi.

Scogli e mare della Corsica

Scogli e mare della Corsica

Dolori non ne ho, non più o forse non ancora, ma quel corpo lì ha poveretto delle mancanze che comportano il fatto che camminare, soprattutto d’estate, diventi molto faticoso e deambulare per troppo tempo e lungamente, per quanto non zoppichi, è sfinente.

Quelle gambe lì di quel corpo lì sono due gambe di donna: di donna che lavora, di donna che mangia, di donna che cucina, di donna che fa la spesa. Di donna che vive con due gatti e con un uomo. Di donna che provvede a sostenere arti e artigli che popolano casa.

Di donna che col suo uomo va in vacanza, al cinema, a cena fuori e col quale andrebbe anche in capalmondo, se capalmondo è bagnato dal mare.

La Corsica è tanto bagnata dal mare e io ci vado col mio uomo, con l’auto e le mie gambe.

Ma che quelle mie due gambe facciano fatica, non si vede.

La cosa buffa è che di questo – cioè del fatto che la mia disabilità non si vede – ho dovuto convincere carte alla mano il medico dell’Asl.

Anche lui, da protocollo, forse avrebbe dovuto attenersi all’integrità delle gambe che ho e che vede. Ma poi forse si è rifatto alla tassonomia Onu dell’International Classification of Functioning e ha dichiarato che robusta sono e che la nostra Costituzione prevede che la mia costituzione sia rispettata per quel che è: non sana e non abile in tutto. O forse solo si è arreso al fatto che mai come in medicina, l’assenza di evidenza non sia evidenza di assenza.

Questo pomeriggio per ottenere il permesso disabili europeo che il presidente della repubblica lo scorso anno ha decretato essere un diritto anche mio, mi è stato chiesto dal comando dei vigili di portare con me la documentazione sanitaria.

Ovviamente mi sono rifiutata: non ho nulla da nascondere -e in ogni caso quel che c’è non si vede!- ma poiché ho già un permesso disabili nazionale (e di questo dovrebbero prendere atto il comune di Milano e tutti quei comuni contro i quali ogni volta lotto con ricorsi alle multe, che richiedono ai disabili di avvisare con 24 ore di anticipo la loro presenza in Ztl e con quale targa auto, oppure di giustificare la loro presenza entro 24 ore), non vedo perché concedere loro la possibilità di rifiutarmi senza appello il diritto di trasformare d’ufficio il mio permesso disabili nazionale in un permesso disabili europeo.

L’agente mi ha detto, dopo essersi consultata col superiore, che in via eccezionale (a che numero?!) andandoci in settimana con due fototessera me lo avrebbero concesso ma solo fino alla scadenza del permesso nazionale. Ci mancherebbe altro, non chiedo nulla di più: è un medico che deve rilasciarlo, non un agente di polizia municipale. Grazie signora agente, ci vediamo in settimana. E, giuro, da parte mia non è una minaccia.

Passato questo scoglio prima di arrivare in Corsica la settimana prossima, e prima di arrivare a casa dopo l’ufficio, passo a fare la spesa, a prendere la sabbia per i gatti, a ritirare le camicie in tintoria, a fare la spesa e torno a casa.

Ma c’è un altro scoglio da affrontare.

Sempre per via dell’assenza di evidenza, i miei vicini di casa, anche quelli che ahitutti hanno in casa qualcuno che le gambe le ha, ma non le può più muovere, si sentono autorizzati a parcheggiare la loro auto nel parcheggio disabili che ho sotto casa da cinque anni proprio perché quando arrivo a casa con le borse la sabbia il vino le camicie e il mio corpicione, non debba lasciare la spesa in macchina per farmela portare da qualcun altro o perché non debba arrancare a più riprese come uno sherpa fino alla vetta della mia mansarda (l’ho detto: a capalmondo se non c’è il mare non potrei andarci né agilmente né abilmente).

I vicini credo pensino che il permesso arancione con la sedia a rotelle, che da decreto è diventato azzurro, sia solo per coloro che le gambe non le hanno o che non funzionano per nulla e o anche poco e si vede. Si vede dalle stampelle, si vede dai gessi, si vede dalle scarpe ortopediche, si vede che sono accompagnati.

E infatti pensano che il permesso sia magari di mio nonno o di mia madre, ma non mio: io non ho stampelle, non zoppico, non sono su una sedia, porto i sandaletti e non giro accompagnata. E il mio compagno mai s’è sognato si parcheggiare nel parcheggio disabili sotto casa.

Il mio permesso disabili sale sulla sua auto solo se accompagnato da me.

Non è il permesso che autorizza nessuno: è il disabile che autorizza il permesso.

Ora, credo si sia capito che se posso, arrivo dove posso, come posso e con tutti i mezzi che mi trovo. Sono molto abile in questo. Ma non so come trovare il modo di far capire al vicinato quel che sono riuscita a far comprendere agli altri scogli, senza urtarli. (non distraetevi tra mancata concordia e gli scogli, che costa fatica e pure soldi. e la Costa lo sa)

Come arrivare a loro senza urtare la loro sensibilità?

Come spiegare che quel parcheggio l’ho rifiutato in esclusiva per me, proprio perché fosse a disposizione del vicinato che ne ha diritto per accompagnare il disabile, ma che non ne ha diritto l’accompagnatore quando gli fa comodo? (il disabile è disabile, l’accompagnatore a volte, ma in questi casi no.)

Come spiegar loro che glielo lascerei molto volentieri e per sempre, quel posto lì?

Come far capire che quel parcheggio non serve per lasciare la macchina quando c’è pulizia della strada, così non ti danno la multa?

Come chiedere loro rispetto – anche per la strada da lavare – senza dover chiamare i vigili tutti i giorni?

“Scusate, è permesso?”.

Lascio dei biglietti sul parabrezza?

Busso alla porta dei vigili che sul parabrezza dei vicini lascerebbero un conto da pagare e tutto come prima?

Busso alla porta del comandante e mi faccio scrivere per terra un parcheggio in esclusiva?

Scrivere i numeri al posto dei nomi non è cosa che mi suona bene.

Nemmeno scrivere un nome su un pezzo di terra tracciato, mi suona bene.

E se sul parabrezza dei vicini mettessi una mia bella foto sorridente e gli dicessi “ciao Giuseppe, come stai?”.

Magari sta peggio di me e non me ne sono mai accorta.

Magari lui – e io non lo so – non è stato capace di spiegare alla commissione medica la sua disabilità che non si vede.

E se lo scoglio fossi io?

Se io fossi, salterei per il lungo. 7 parole.

E questo è un racconto in 7 parole sul concetto di disabilità e passi da gigante e pure lunghi e ben distesi, sana e robusta Costituzione, diritti, rovesci e scogli in città.

E sul come io vorrei andare al mare senza dover far fatica come se affrontassi l’Himalaya, limortacci.

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