Se una domenica, a Napoli, due viaggiatori di Buenos Aires…

di Patrizia L’Astorina

Una giornata particolare, parafrasando Ettore Scola

Pupe e Julio innamorati a Napoli

Pupe e Julio innamorati a Napoli

Una domenica mattina, determinata a uscire fuori dalla routine, decido di partecipare a un evento culturale, in nome di una grande donna che ha fatto la storia della mia indemoniata città. Ma il destino mi riserva qualche cosa di insolito. Il treno ritarda, tutto normale fino ad ora, in un punto molto assolato della piattaforma, due figurine si guardano intorno un po’ spaesate cercando lo sguardo di qualcuno che possa dare loro indicazioni, non mi notano, ma io sì; non so perché mi ricordano mamma e babbo, sono anziani ma con uno spirito adolescente alla ricerca di una risposta. Intanto il treno non arriva, mi avvicino, e li vedo parlare con una persona in chiara difficoltà: non riesce a capire ciò che dicono. La voglia che ho da sempre di accogliere nel modo migliore i turisti nella mia città mi spinge a parlare.

Sono argentini, di Buenos Aires.

Alloggiano in un hotel a Fuorigrotta e stanno cercando un punto d’informazione turistico. Penso: il più vicino è a Piazza del Gesù, un bel po’ distante. Intanto il treno non arriva, fa un caldo che segna i loro volti, e il mio appuntamento è saltato. Chiamo la persona che mi aspetta a Santa Teresa: mi dispiace, il treno ritarda ci sentiamo domani.

Decido: li accompagno.

Mi presento, arriva il treno, e con la sua corsa inizia anche la mia avventura.

Il treno metropolitano viaggia lento, indolente, come se in questa calda domenica mattina di settembre avesse voglia di dormire ancora un po’.

Lei più scostante, diffidente, lui un po’ più loquace; parliamo un po’ inglese, un po’ spagnolo, un po’ italiano, e molto napoletano: pare che così ci intendiamo di più. Il tempo passa veloce, siamo a Piazza Carità, ad angolo lo splendido bar nel quale spesso penso di entrare, ma che poi lascio alle mie spalle. Elegante, accogliente, ci accomodiamo; i miei nuovi amici hanno già bisogno di ristorarsi un po’, mi confessano la loro età: lui 82 lei 81. Tiro un sospiro cercando di non far capire il mio stupore, ma mi ricordano sempre di più Alex e Tina, il loro splendido senso della vita, la loro volontà di godere di tutto, fino all’ultimo minuto. Sant’Anna dei Lombardi, piazzetta Montoliveto, piazza del Gesù, Chiesa del Gesù Nuovo, Santa Chiara.

Il tempo passa nella canicola asfissiante: storia, affreschi del Vasari, sculture di Mazzoni, tarsie lignee, guglia dell’Immacolata, vigili del fuoco, bugnato, Giuseppe Moscati, la guerra, il bombardamento del ’43, coretto delle monache; mamma mia quanto ho parlato… poverini!

Sono stanchi e accaldati, ma nei loro volti compare uno spiraglio di fiducia. Li accompagno alla pizzeria O Munaciell, contratto con il gestore il prezzo, e li affido a lui. Prendo poi accordi con un taxi per riaccompagnarli in albergo a una tariffa fissa e infine corro via nei vicoli; a casa mi aspettano: è domenica! Devo mettere il pranzo in tavola, sono stanca ma felice.

Sei del pomeriggio, entro nell’Hotel, sono lì in una saletta laterale, freschi, riposati e pronti per un’altra avventura napoletana con una sconosciuta che li ha semplicemente accolti nella Città del Sole. Posillipo, Sant’Antonio alle tredici scese, che meraviglia! Napoli nella sua espressione più classica, senza veli, senza luoghi comuni, senza maschere. Nuda e sconvolgente, nella sua bellezza che con il favore della sera diventa splendida e luminosa, come una regina nel suo golfo, fino a punta Campanella.

È lunedì mattina, e loro sono di nuovo lì in quella saletta laterale, pronti e riposati; li aspetta un’altra giornata in mia compagnia e ne sembrano felici.

Oggi il percorso in metropolitana è più lungo. Il treno, che non sembra essersi ripreso dalla calura domenicale, procede sempre lento e indolente.

Via Duomo, la Cattedrale di Napoli, il Succorpo del Duomo, la Basilica di Santa Restituta, e poi piazzetta Riario Sforza, e l’esempio della empatia tipica napoletana con chi soffre: il Pio Monte della Misericordia. Il Caravaggio nella sua splendida luce, la quadreria, De Mura, la mostra sui pittori di Resina; ed eccoli lì… di nuovo esausti, ma solari, felici.

Ormai con me sono a loro agio. Hanno capito che, anche se questo nostro è un rapporto di lavoro, lo spirito con cui è iniziato è stato animato dal gusto e il dovere dell’Accoglienza. Lui inizia a parlare di compenso, e io cambio discorso imbarazzata: non era quello che volevo, anche se l’idea comincia a piacermi… è così difficile lavorare giù da Noi! Io mi sono affezionata a loro. Mangiamo una pizza e poi via per quella che loro definiscono la scalata alla metropolitana. Stremati, ma incoraggiati dalla mia semplicità, si confidano raccontandomi di aver subito in hotel il furto di un marsupio con 500 euro: una doccia fredda per me! Tutto questo lavoro per amore della mia città affinché si potesse dire all’estero: Napoli non è come dite voi; i napoletani sono diversi, non sono tutti cammorristi (non è un errore, per me le doppie ci vogliono tutte).

Andiamo al comando di Polizia di Bagnoli. Nell’attesa si scioglie la tensione, cominciamo a ridere della loro estenuante e affettuosa gita napoletana, la meraviglia per tutte le etnie incontrate per strada (tante persone diverse, vivere insieme con naturalezza) e sconvolti per il numero di chiese viste in città. Decidono, così, di aprirsi con me. Mi raccontano di essere nati in Argentina, di aver studiato a Buenos Aires, ma di essere ebrei. I loro genitori sono scappati dall’Europa agli inizi del Novecento durante gli stermini del XX secolo. All’età di 20 anni si sono sposati e trasferiti in Israele, insieme ad altri pionieri come loro, e hanno fondato un Kitbbuz nel deserto, non lontano dalla Striscia di Gaza (dormivano sotto a una tenda!). Per me si è aperto un mondo nuovo, fatto di storie e di false convinzioni; non è cosa di tutti i giorni ascoltare la storia direttamente dai protagonisti.

Mi hanno confessato che, avendo la doppia nazionalità, quando viaggiano si presentano sempre come argentini perché hanno paura a presentarsi come ebrei. Tra di noi, ormai, l’ultima insicurezza è sfumata. Ora ci intendiamo sempre di più. Lei è diventata una chiacchierona, ci capiamo alla perfezione, mi sembra sempre di più Tina.

La denuncia e il ritorno in albergo, dove li lascio alle 17,30, e li trovo il martedì mattina alle 10,00. Sono senza un programma per il resto della vacanza. Dopo Napoli volevano visitare la Puglia. Da buoni pionieri avevano un itinerario, e dall’America, il figlio ha prenotato loro una macchina a noleggio con un GPS, ma all’aeroporto di Capodichino la triste sorpresa: non affittano le macchina agli ultraottantenni.

Ora il quadro è completo, e la mente mi riconduce al primo incontro, alla loro sfiducia, e al loro smarrimento sulla piattaforma della metropolitana, che ormai lui chiama con allegria La Stazione dei Milagros.

Ho fatto uno sforzo immane a usare il suo portatile tutto impostato sull’ebraico, che, come l’arabo, è una lingua che prevede la scrittura da destra a sinistra; ma alla fine ce l’ho fatta, autobus Napoli-Lecce a/r prenotato. B&b al centro storico della perla del Salento prenotato con telefonata, raccomandandomi per il loro soggiorno, e poi via per una bella passeggiata riposante in auto verso la terra della Sibilla Cumana, dove un panorama mozzafiato racconta da solo l’incanto dei luoghi.

Una visita in famiglia, mia sorella come Cicerone, una mangiata di pesce fresco e alle 20 ritorno in albergo. Lui continua a domandarmi quanto mi deve, a chiedermi una tariffa, ma come si fa ad applicare una tariffa a due cari e teneri amici?

Lui apre il portafoglio e caccia dei bigliettoni da 100 euro, io lo guardo, ne prendo solo alcuni di questi, lui mi guarda e dice: por qué ? io lo guardo, sorrido e dico: va bene così! Lui mi prende le mani, commosso, e mi dice: me lo aspettavo.

Li lascio un po’ straniti mentre mi elargiscono baci e abbracci. Vado via in macchina, un ultimo sguardo dallo specchietto retrovisore: mi mancheranno.

Patrizia L'Astorina

Patrizia L’Astorina

Così finisce la mia giornata particolare, io non sono Antonietta (Sofia Loren), ma Patrizia, e loro non sono Gabriele (Marcello Mastroianni), ma Julio e Pupe, non siamo candidati all’Oscar, ma la nostra storia l’abbiamo vissuta tutta, e abbiamo sicuramente guadagnato l’Oscar dell’amicizia fra popoli diversi.

Della stessa autrice sul nostro Blog: La storia di Rosa

AGGIORNATO IL 2 GIUGNO 2014:

Patrizia L’Astorina ha poi pubblicato questo suo intervento nel numero di dicembre 2013 del periodico “La voce di NapoliOvest” di cui lei stessa è direttrice.

 

4 Risposte

  1. Bellissimo quest articolo, come sempre! Complimenti❤

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  2. una storia favolosa raccontata con dolcezza e amore,grazie e complimenti

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  3. Il calore, la scoperta di una cultura così lontana che si incontra meravigliosamente con la nostra, riempie il cuore, ma soprattutto arricchisce l’anima. Grazie Patrizia per averci condiviso quest’esperienza meravigliosa.

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  4. la prima cosa che mi sono chiesta è il perchè l’hai fatto!!! da cosa è scaturito!!! poi mi /ti dico che quando la voglia di comunicare ed aiutare è grande si fanno delle cose senza nemmeno accorgersene!!

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