Melpignano, la Taranta e la pagnotta (che vuole sempre la sua parte)

testo e foto di Daniela Natale

Melpignano, 24 agosto 2013

Melpignano, 24 agosto 2013

Non ero mai stata al concerto conclusivo della Notte della Taranta. I racconti di chi ci è andato mi hanno sempre scoraggiata, come il pensiero di ficcarmi nel traffico, sudare polvere e vino tra ascelle pezzate e fumi di ignota (o quasi) provenienza. La prospettiva non mi entusiasma. O meglio: non mi entusiasmava. Quest’anno ci sono andata. Perché dopo due anni di permanenza milanese mi è sembrato doveroso firmare il “patto di ritorno” con la mia terra.

Ore 17.25: ricevo un sms da Ilaria, la mia migliore amica, che mi comunica l’appuntamento. Si va in macchina e non con i drammatici trenini delle ferrovie del sud est. Dettaglio, questo, da non trascurare, principalmente perché arriveresti lì (se arrivi) che hai tatuati addosso gli altri passeggeri e vorresti già farti una doccia di Amuchina. Almeno viaggio comoda e pulita.

Ore 19.30: puntuale come sempre, Ilaria arriva con il suo compagno Andrea. Mi caricano in macchina e si parte alla volta di Melpignano.

Nei pressi dell’area allestita per la serata, inizia il tedio del parcheggio: gli omini in giallo ci indirizzano verso un percorso di cui non si vede la fine e, a bordo strada, fanno capolino i cartelli che impongono il pagamento del parcheggio (gratuito fino allo scorso anno, mi dicono) di tre euro. In coda per venti minuti buoni (praticamente il tempo che ci abbiamo impiegato per arrivare) scorgiamo un buco di parcheggio tra le sterpaglie, paghiamo la tassa e ci fiondiamo alla fermata della navetta, che riusciamo a prendere al volo.

foto 1 (1)Ore 20.45: arriviamo in area concerto, l’ex convento degli agostiniani, che già ci sono almeno duemila persone ai piedi del palco. Suona Eugenio Bennato, che trascina già tutti i presenti, sobri e non, con il suo sound straordinariamente terrone. Nota bene: le sagome con shorts e scarpe da tennis, che ciondolano scoordinate in balia della musica, non sono alieni. Sono turisti del Nord (cioè da Roma in su).

Il numero degli spettatori aumenta con una rapidità impressionante. Sul palco si alternano gruppi locali e ballerini e le performance sono coinvolgenti, anche se l’audio non è il massimo. Con mia grande sorpresa, la serata trascorre all’insegna dell’allegria, certo con qualche collasso di tanto in tanto, e la gente che ci circonda è di tutti i tipi: ragazzi a torso nudo, sessantenni stesi sull’erba, famiglie che mangiano panini, romantiche coppie e tanti sorrisi, che chissenefrega se sono coscienti o conseguenza di un bicchiere di vino. Un’atmosfera molto Woodstock, se non fosse per gli smartphone, i tablet e le fotocamere che si alzano dalla folla verso il cielo e che tristemente mi riportano nel 2013. Insomma c’è spazio (fisico) per tutti. Anche per chi ha già gettato il proprio fegato in pasto alla taranta e dorme da due ore buone sotto un ulivo.

Due signore si godono la serata stese su un telo da mare

Due signore si godono la serata stese su un telo da mare

Ci allontaniamo per mangiare un boccone e finiamo al centro del paese dove, da uno schermo in un bar, scopriamo che Niccolò Fabi è sul palco e ce lo stiamo perdendo.

Ore 00.13: ecco Max Gazzè, lo vedo da un maxischermo (dato che al ritorno dal giro finiamo in piccionaia). Attacca con un pezzo che non capisco in che lingua sia (saprò dopo che era salentino, ma non è colpa degli artisti se devono cantare in una lingua che non conoscono). Il secondo pezzo è più lento, le parole non le capisco (che te lo dico a fare) ma forse è calabrese o lucano, l’interpretazione un po’ sotto tono. Dopo i due pezzi, fine. Va via.

Un paio di belle esibizioni di musicisti e artisti locali e poi arriva Emma, la cantante più attesa in quanto salentina d.o.c, con il compito di infiammare il pubblico. Poca roba. Almeno dal mio modesto punto di vista. Ok, stavolta la lingua l’ho capita, ma la rivisitazione del pezzo mi è sembrata forzata, troppo lontana dall’originale e di sicuro al di sotto delle aspettative. Un solo pezzo. Ciao.

Il resto è scarpe, passi e umido. La navetta al ritorno l’abbiamo persa. Non so quanto abbiamo camminato prima di arrivare alla macchina.

Alle 03.00 ero a casa, ma di sicuro lo spettacolo, sul palco e sotto, sarà andato avanti ancora per qualche ora.

L’esperienza nel complesso non mi è dispiaciuta. Pur non essendo amante del genere, lo spettacolo ha funzionato: buona musica c’è stata, incidenti mi sembra di no, qualche ambulanza purtroppo si. Da rifare? Perché no.

Metterei giusto un paio di secchi per i rifiuti, così, simbolicamente. Per il resto non cambierei altro: è vero, all’origine, quando ogni paesino del Salento celebrava nella piazza centrale la musica popolare, era diverso. La musica stessa, lo spirito di chi ballava e l’anima di chi cantava. Ora è tutto più commerciale, i nomi famosi hanno preso il posto dei cantori storici della pizzica, i dialetti originali si stanno anche lentamente perdendo e a perderci è la musica e la cultura locale.
Ma questo è il prezzo da pagare per portare a casa la pagnotta. E di pane, qui nel sud della Puglia, di cui ci si ricorda solo in estate, ce n’è ancora tanto bisogno. Purtroppo.

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6 thoughts on “Melpignano, la Taranta e la pagnotta (che vuole sempre la sua parte)

  1. Cara Daniela, eviterei Melpignano in quella serata, ci andrei, invece, in altre occasioni, per esempio quando si esibisce in paese uno dei tanti gruppi, che per tutta l’estate tengono concerti e ballo in tutti i paesi del Salento. E’ l’unico modo per godere l’atmosfera della pizzica tarantata.

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    • Cara Paola,
      ti ringrazio per il commento.
      Condivido il tuo pensiero: il concerto finale, per come si è evoluto, lascia ben poco spazio alla pizzica tradizionale. “La Notte della Taranta” nasce come un festival itinerante che, nel corso dell’estate, tocca diversi paesi del Salento, ospitando di volta in volta sia artisti locali che di livello internazionale.
      Tutto dipende, secondo me, dal tipo di spettacolo a cui si vuole prendere parte.
      Se si vuole godere della musica, del folklore e della gente del luogo (anche se in maniera superficiale e solo per una sera), la singola tappa del festival, nel paesino, è senza dubbio lo spettacolo più adatto.
      Se invece si parte con l’idea di voler trascorrere una serata diversa, tra la gente, con la possibilità di vedere personaggi famosi e, tra un’ascella pezzata e una gomitata, ascoltare musica dal vivo, certamente la serata di Melpignano non delude le aspettative.

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  2. Ciao Daniela, se non ami caos e calca la Notte della Taranta non è esattamente “indicata”. Io dopo anni di frequenza ci ho rinunciato! Se non l’hai preso non criticare il “trenino” che da anni è un servizio che funziona bene (x la Notte sono frequenti e puntuali) e che con diversi progetti si cerca di rilanciare: mobilità sostenibile si dice, no?

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    • Ciao Cinzia,
      sono contenta di sapere che il servizio di trasporto sia migliorato! Per due anni consecutivi ho preso il treno che portava al concerto, sebbene al concerto io non ci sia andata (nel senso che la mia meta era un’altra e sono scesa qualche fermata prima). Ricordo perfettamente che, in entrambi i casi, l’esperienza di viaggio non è stata positiva e l’intera linea ferroviaria risentiva dell’immensa quantità di persone in viaggio sulla tratta.
      Probabilmente una volta che il traffico “standard” delle ferrovie si interrompe, e dunque viaggiano sono i treni da e per Melpignano, la situazione è gestita meglio. Ma ti parlo della mia esperienza di qualche anno fa, quindi se ora il servizio funziona bene non posso che esserne felice!

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  3. Ciao Daniela…io dico che la teoria della pagnotta non funziona più…per il “piuttosto che niente meglio piuttosto” ci siamo venduti tutto…siamo un menù turistico ormai. L’unica e ultima volta che ci sono andata il trenino è stata l’unica cosa decente.
    Un bacio grossissimo, sono felice di averti letta e trovata.
    Federica

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    • Ciao Federica,
      che ci siamo venduti tutto non c’è dubbio. Ma secondo me la teoria della pagnotta non è ancora del tutto fuori moda, nel senso che “il limone si può ancora spremere”, e non mi sorprenderei se il fenomeno di Melpignano, con tutti i suoi annessi e connessi, durasse ancora per molti altri anni.
      La conclusione del mio pezzo voleva essere sarcastica, mi spiace che il messaggio non sia passato: c’è talmente tanta fame di lavoro che tutto si giustifica, anche svendere la propria cultura.
      Un abbraccio 🙂

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