Se scegliete Buenos Aires, non fatelo per un moroso (nel senso di uomo)

di Francesca Capelli, da Buenos Aires

Francesca Capelli

Francesca Capelli

Non mi sento un cervello in fuga, nel senso non sono candidata al Nobel e nessuna università statunitense mi ha offerto un budget di milioni di dollari per fare ricerca. Un cervelletto però sì. O forse una gallina. Non ho nessuna storia di sopruso subìto in Italia che mi abbia spinto ad andarmene. Facevo la giornalista freelance, guadagnavo bene (una delle poche, forse perché questa strada l’ho scelta anziché subirla), scrivevo libri per ragazzi, qualche testo teatrale, traducevo romanzi. Poi un giorno ho deciso che tutto questo avrei potuto continuare a farlo altrove. A metà del 2011 ho preso la decisione, mentre una voce dentro di me diceva: «Via via via dall’Italia prima possibile». Gli eventi dei mesi successivi mi hanno convinto che quella vocetta aveva ragione. Mi sono trasferita in una città che amavo e dove mi sono sempre sentita a casa, Buenos Aires. Vivo qui dall’inizio del 2012. Perché Buenos Aires? Per la sua vita culturale incredibile, per il livello accademico delle sue università (pubbliche), perché c’è ancora voglia di portare avanti progetti comuni, perché malgrado i suoi 13 milioni di abitanti alla fine ci si conosce tutti (provare per credere). Perché vai a ballare tango e in una pausa il tuo occasionale compagno ti chiede: «Vieni dall’Italia? Il paese di Gramsci! Lo hai letto, no?». Perché viaggi in autobus e il tuo vicino non legge 50 sfumature di grigio (o gioca con il cellulare), ma Così parlò Zaratustra o i racconti di Borges. Perché malgrado ciò che si dice del machismo sudamericano, qui posso essere una donna con il cervello e nessuno fa battute o si meraviglia… (Quando ho fatto l’università in Italia, all’inizio degli anni ’90, i miei compagni si stupivano di vedermi ballare in discoteca fino alla 5 del mattino e prendere 30 e lode agli esami. La politica, le cene eleganti, le battute su Rosy Bindi e sulle donne di sinistra ci hanno fatto tornare indietro «a quei tempi là», per dirla con Guccini). Perché con il documento di iscrizione all’università il permesso di soggiorno si fa in 40 minuti (previo appuntamento preso online), il certificato penale in 10 e la carta di identità ti arriva a casa per posta. Perché dal 2004 nessuno straniero può essere deportato anche se non ha i documenti in regola. Perché la sanità (anche pubblica) è ottima e per un’ipocondriaca come me è fondamentale. Perché se qualcuno viene discriminato per l’etnia di appartenenza o l’orientamento sessuale è protetto da leggi che gli permettono di montare una causa grande sempre (che non significa che non esistano i razzisti o gli omofobi, ma la società si è attrezzata per contrastarli). Perché il tuo direttore di tesi ti dice «Io ti aiuto a realizzare quello che desideri tu, non permettere a nessuno di importi quello che devi fare». Perché davanti alla tua osservazione «In Italia all’università più schiscio stai meglio è», un’altra docente risponde «Genuflettersi è un modo come un altro per dire io». Non credo che rientrerò tanto presto.

Cinque consigli per chi vuole partire
1) Non fatelo per amore, non solo almeno. I fidanzati passano, tutto il resto no. Se il moroso è parte del pacchetto tutto bene, ma deve esserci altro, altrimenti alla prima lite rientrerete in Italia con un senso di fallimento (ve lo dico io che sono stata mollata quasi in tempo reale al mio arrivo a Buenos Aires).

2) Prendetevi tempo. I colpi di testa si fanno in modo razionale e programmato. Datevi sei mesi e decidete di investire tutte le vostre energie nella realizzazione di un progetto: perfezionate la lingua, cercate un lavoro (o trovate il modo di continuare a fare il vostro a distanza, come ho scelto io), trovatevi un master o un dottorato, che è il modo più semplice per avere il permesso di soggiorno.

3) Prima del trasloco planetario, vivete un paio di mesi nel paese prescelto. Se ci siete già state altre volte come turisti non conta: dovete capire cosa significa rientrare alle 3 di notte in autobus, affittare un appartamento, interagire con la burocrazia, restare a casa da sole qualche sera, perché in vacanza si esce tutte le sere, nella vita reale no (a volte).

4) Dovete mantenervi: non mandate a cagare il vostro capo alla vigilia della partenza se c’è la vaga possibilità di continuare a fare il vostro lavoro a distanza.

5) Ricordate che il primo anno è una luna di miele: la decisione di stare o tornare si gioca il secondo.

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11 thoughts on “Se scegliete Buenos Aires, non fatelo per un moroso (nel senso di uomo)

    • Ciao Francesca, mi piacerebbe restare in contatto, Io ho fatto una scelta come la tua molti anni fa , al contrario, sono argentina e sono venuta in Italia. In prima batuta è stato per amore, però in Italia ho conseguito il titolo di Dottore di ricerca e adesso lavoro in Università. Non è stato facile ho dovuto dimostrare tante volte quanto valevo per poter avere le cose, comunque è una esperienza di vita che mi ha riempito.
      E mi piace che tu parli tanto bene della mia città, tanto culturale, un capoluogo che sembra di essere in Europa per alcuni aspetti però con le contraddizioni dell’America Latina.
      tanti saluti,
      Fernanda

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      • Carissima Fernanda, è verissimo ciò che dici sulla “europeità” di Buenos Aires (non ho trovato nessun termine adatto e ne ho inventato uno ora). E’ la prima impressione di tutti: un po’ di sembra Londra, un po’ Amburgo, un po’ Roma, un po’ Madrid, un po’ Parigi… Un po’ tanto Genova! E se non tieni sempre a mente (“si no asumís”) che NON sei in Europa ma in America Latina questa, città ti si chiude a riccio e non si fa capire, come certe donne molto seduttive che sul più bello si negano, apparentemente senza ragioni. E dell’America latina (o meglio, del Sudamerica) ha tutte le contraddizioni, le sfumature, le idiosincrasie, tutto quello per cui la ami e al tempo stesso, a volte, vorresti “enviarla a la mierda”. Ci sono giorni in cui ti sfianca, giorni – come oggi – in cui i diversi codici che ancora non maneggio bene (e forse non maneggerò mai del tutto) portano a crisi e rotture con persone a cui vuoi bene. E ti senti dire che sei rigida (e a te sembra solo di pretendere correttezza), fredda (con tutto quello che ti è costato arrivare all’autocontrollo), “europea”. Ebbene sì, ci sono giorni in cui arrivi alla sera stanca morta, giorni in cui tutto è difficilissimo e che venire qui è stato un errore. Poi pensi che le stesse identiche situazioni avrebbero potuto presentarsi anche a Milano e pensi stai vivendo la tua vita esattamente come vorresti. L’hai voluta, te la sei presa. Va bene così

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  1. Cara Francesca, se qua a Buenos Aires leggessimo tutti a Gramsci vincerebbe il Socialismo ad ogni elezzione!

    Comunque, sono contento che ti sia piaciuta e che ti trovi come a casa tua, ma sicuramente NON hai bisogno di respirare il mare; di passegiare in parchi enormi e con laghi o semplicemente uscire al verde fuori dal centro in pochi minuti; NON hai bisogno di corretezze del tipo macchine che si fermano appena vedono un pedone, o di aria pulita con tutti gli autobus che liberano veleno;o NON hai bisogno di poliziotti onesti. Insomma, potrei continuare fino a stasera.

    Il fatto è che Buenos Aires non è per qualsiasi tipo de persona e mi rendo conto con il tuo stupendo articolo che ci sono tanti modi di vivere come persone. Se fossi per me, metterei questa città nell’elenco delle 20 più invivibili al mondo!

    Buon consiglio è venire e vivere la città per un paio di mesi. Se dopo quella prova resti, allora Buenos Aires è per te.

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    • Rodrigo, ci vivo da due anni
      Il mio articolo non è un trattato di sociologia, ovvio che ci sono tanti problemi e che su 13 milioni di abitanti probabilmente la maggioranza non legge Gramsci. Ho parlato solo di un’esperienza, senza pretese di generalizzare

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  2. È una grande sperienza quella che stai facendo e serve molto a chi ha voglia di tagliare il cordone ombilicale con l’Europa del benessere ed ha ancora molti pregiudizi sulla America meridionale. Qui abbiamo fatto passi da giganti negli ultimi dieci anni nella parte sociale, é vero. Ci sono delle libertá incredibili e ne sono orgogliosissimo. Ma allora perchè è anche vero che è la città con più psicologi al mondo? È la mia particolare sperienza.

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    • Apruebo lo de Rodrigo. Una aproximaciòn a las hipòtesis, sobre los muchos Psicòlogos en Baires: 1) Tantìsimos descendientes de inmigrantes (Que dà lugar a una de las definiciones del tango “Una tristeza que se baila”). 2) El gran desarrollo cultural, en particular en humanidades.

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