Tolsi le forcine

un racconto di Paola Ciccioli*

Paola Ciccioli, 16 agosto 2013 (foto di Fernando Palmieri)

Paola Ciccioli, 16 agosto 2013 (foto di Fernando Palmieri)

«Adesso non mi chiedere com’ero da piccola, se mia madre mi amava, se mi sentivo sola, se giocavo oppure no, se sognavo di vivere proprio quello che ho vissuto o cos’altro sognavo, e le solite storie. Non farmi domande. Sorvoliamo, ti prego, il momento delle confessioni e dei ricordi. Ho voglia di dormire. Perché non spegni la luce?».

Lui era immobile, disteso sul fianco, la testa appoggiata al braccio. E non parlava. Mi guardava con uno sguardo neutro, nessuno stupore, né offesa, né perplessità. Guardava. Tirai su il lenzuolo, l’amore era finito, che bisogno avevo di mostrarmi ancora? Quel silenzio era imprevisto. Mi aspettavo proteste, nuove carezze, scontate curiosità. E lui invece, semplicemente, teneva i suoi occhi su di me».

«Hai intenzione di andare avanti così tutta la notte?», gli chiesi. Avevo lanciato il guanto della sfida, però ero stata costretta a raccoglierlo da sola. Ero io a chiedere, ad affidarmi alle parole.

«Dai, su, spegni». Soltanto il sonno mi avrebbe consentito una via di fuga.

«Fai sempre così, lo fai con tutti?». Anche la sua voce era neutra, la voce di uno che vuole sapere, che si sta facendo un’idea. Non che ce l’ha già.

«Così come?», sollevai di più il lenzuolo a coprirmi.

«Così». Fece appena un cenno con la testa a indicarmi tutta. Mi sentii nuda, ancora.

«Scusami».

«Ti scuso».

«Il fatto è che sono stanca di raccontarmi. Ogni volta che vado a letto con un uomo finisce che poi devo dirgli com’ero, come sono stata. E non mi piaccio mentre mi sento parlare. È come se, a ogni racconto, un po’ di vita se ne andasse dalla mia storia. Hai presente i dischi che, a furia di ascoltarli, si consumano, gracchiano, non trasmettono più le sensazioni che davano quando li hai comprati…».

Lasciò andare la testa sul cuscino. «In effetti, prima, stavo per chiederti qualcosa».

«Ah, sì? Cosa?».

Non rispondeva, stava zitto. Adesso guardava il soffitto e si vendicava, si vendicava.

«Volevo chiederti…».

«Che cosa?».

Si rimise nella posizione di prima: sul fianco, la testa appoggiata al braccio.

«Vorresti amarmi?».

«In che senso: vorresti amarmi? Che vuol dire?».

Ero anch’io sul fianco, una mano a tenere la testa, l’altra a stringere il lenzuolo.

«Vuol dire che adesso vieni qui, più vicina più vicina a me. E che ti scopri, e che mi baci, e che ricominciamo tutto dall’inizio».

****

Volevo buio. Mi allungai oltre il suo corpo. Feci attenzione a non sfiorarlo. Schiacciai l’interruttore della lampada che era sul tavolo vicino a lui. Finalmente. Ero libera. Col buio potevo fare quello che volevo. Dormire, pensare, ascoltarlo respirare. Avrei perfino potuto fiutarlo, studiarne meglio l’odore. Adesso che la luce non c’era più, ritrovavo il giusto ritmo. Ero nel mio letto, a casa mia. Era lui l’ospite, l’intruso. Era lui che mi costringeva a dividere il mio spazio, ad avvolgermi nelle lenzuola.

«Ciao, buonanotte», lo sentii dire. Mi aveva chiesto di avvicinarmi, avevo aggiunto distanza. E adesso mi salutava, mi lasciava andare. Ero più leggera, grata, quasi. L’uomo che mi respirava accanto non cercava di oltrepassare il confine che avevo tracciato in mezzo a noi.

«Ciao». Mi uscì dalle labbra un soffio caldo. Mi girai dall’altra parte, presi la posizione del riposo, e mi addormentai.

Riaprii gli occhi perché lo sentii muoversi per la stanza. Cercava di non fare rumore, ma io riconoscevo ogni scricchiolio della mia casa. Si stava rivestendo.

«Te ne vai?».

«Aspettavo che ti svegliassi». Guardai fuori: era giorno, però la luce era quella di quando è mattino da poco.

«Ma che ore sono?».

«Mancano dieci minuti alle 7».

«E dove vai così presto? Oggi è domenica».

Si era seduto sulla poltrona in fondo alla stanza. Aveva un’aria riposata, serena.

«Vado a casa, a riflettere».

«Sì? Su che cosa?». Immaginavo la risposta, ma ormai il gioco era iniziato, non avevo intenzione di smettere.

«Io ho sempre un sacco di cose su cui riflettere, ho persino degli arretrati, ne ho un mucchio alto così» e porse in avanti le braccia, come se stesse sorreggendo chissà quale pacco voluminoso.

Mi prendeva in giro. E all’improvviso mi resi conto che, oltretutto, dovevo avere una faccia spaventosa, i capelli arruffati. Non mi ero neppure tolta il trucco la sera precedente, a quello non avevo pensato.

«Beh, allora ciao». Se proprio se ne doveva andare, come sembrava avesse deciso, tanto valeva che lo facesse subito. Per la verità avrei voluto chiedergli se ci saremmo rivisti. E quando. Ma uno che alle 7 di mattina, per di più di un giorno di festa, è già lì pronto, vestito di tutto punto, non è il caso di rincorrerlo, di fargli capire che a quell’ora, in ogni caso, è presto per andare da qualsiasi parte. Da qualsiasi “altra” parte.

Si alzò dalla poltrona e venne verso di me. Io ero barricata sotto le lenzuola. Credevo che mi avrebbe dato un bacio, magari sulla guancia, magari sulla fronte.

Invece sorrise. Mi guardò con la stessa espressione neutra della notte precedente, socchiuse le labbra, fece un impercettibile gesto della mano come a dire ciao, prese la giacca dalla sedia su cui l’aveva appoggiata, aprì la porta, la richiuse piano piano. Se ne andò, insomma.

L’impulso di rincorrerlo sfiorì: lui mi aveva lasciato andare, perché non avrei dovuto fare lo stesso? A letto non mi andava più di stare, decisi di alzarmi e prepararmi un caffè. In effetti avevo condotto il gioco basandomi solo sulle mie carte, non avevo avuto la curiosità di guardare le sue. Però era domenica, potevamo avere un giorno intero per spiegarci, trovare le misure, decidere quali cassetti segreti aprire e quali mantenere chiusi. Niente da fare, lui aveva deciso in un’altra maniera. Avrebbe chiamato? E quando? Quel giorno stesso, dopo una settimana?

Telefonò che avevo già cenato. «Ti va di andare a bere qualcosa insieme?».

Ci incontrammo nello stesso locale della sera prima.

«Hai riflettuto?», gli chiesi.

«Abbastanza».

Mi raccontò che era andato a fare una passeggiata lungo il canale, mi parlò del libro che stava leggendo.

«E tu, cosa hai fatto?».

Cosa avevo fatto: niente. Avevo aspettato. Confessarglielo mi avrebbe fatto sentire debole, nelle sue mani.

«Nulla di speciale». Mi sorrise in quel modo che cominciavo a riconoscere. Ero stata scoperta.

Ci ritrovammo davanti al mio portone senza che nessuno dei due lo avesse proposto. Facevo girare la chiave nella serratura e pensavo a come era stato tutto diverso 24 ore prima. Non sapevo spiegarmi il perché, ma avevo perso la scioltezza dei gesti, era come se si fosse rotto l’automatismo delle azioni quotidiane.

Entrammo in casa, lui accese la luce. Aveva già memorizzato la disposizione degli interruttori? Si liberò della giacca. Era diversa, più chiara. Si muoveva con lentezza, non mi domandava istruzioni, non modulava il suo comportamento sul mio. Andò verso lo stereo, si chinò davanti allo scaffale dei Cd e si mise a sceglierne uno.

Lui si muoveva con naturalezza in mezzo ai miei mobili, e io, invece, avevo smarrito l’orientamento. Non sapevo più da dove cominciare, come ripartire.

«Sì, vorrei», gli dissi alla fine, approfittando del fatto che non si era ancora voltato verso di me.

«Cosa?». Aveva già capito.

«Amarti. Vorrei provarci». Si alzò e mi venne incontro, si fermò a un millimetro. Volevo baciarlo. In un altro modo, non sapevo quale.

«Solo un secondo», feci. «Torno subito».

Entrai in bagno, mi guardai allo specchio. Presi un batuffolo di cotone e, il più in fretta possibile, cercai di mandar via il mascara. È terribile, la mattina, ritrovarsi gli occhi cerchiati da quel che resta del trucco. Feci tutto in pochi secondi, tolsi le forcine, cercai un ordine passando le dita tra i capelli, diedi un ultimo sguardo allo specchio e tornai di là.

«Eccomi», gli dissi, «sono pronta».

DSCF4863 bn* (Epoca imprecisata. Comunque molti anni fa).

La foto è stata scattata durante la festa urbisalviens-napoletan-milanese nei pressi di un olmo centenario, il giorno dopo Ferragosto, a Convento di Urbisaglia. L’autore, Fernando Palmieri, l’ha inserita in un prezioso Cd dal titolo “Tutti da Lina, il venerdì sera”. La colonna sonora è “City of night” dei Pink Martini.

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6 thoughts on “Tolsi le forcine

  1. molto bello paola, ma credo di aver capito qualche cosa che si cela dietro le tue riga baci Patty ero con te, o meglio, con voi alla festa urbisalviens-napoletan-milanese nei pressi di un olmo centenario, il giorno dopo Ferragosto

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  2. Bello, intenso :la cronaca di un incontro, uguale a tanti altri ma pure diverso come accade sempre quando due persone interagiscono e con i baci e le carezze si scambiano anche, attraverso gesti simbolici, emozioni profonde.

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  3. Due cose mi hanno colpito di questo racconto, in particolare; il barricarsi sotto le lenzuola finito l’amore, così tipico della donna che non sa/non vuole/non può aprirsi e scoprirsi nell’incertezza del primo incontro, e l’immagine dei cassetti segreti da tenere chiusi o da aprire, che, a mio parere, ha lo stesso valore simbolico. Ma in ogni incontro è così; ci si studia, ci si annusa, si cerca di capire ed interpretare gesti, comportamenti, pensieri (ed in questo siamo molto vicini alla parte animale dell’essere umano), si cerca di capire fino a che punto possiamo lasciarci andare, nell’eterno dissidio tra istinto e ragione, fino a decidere, come in questo racconto, di togliere le forcine, di aprirsi, provarci, donarsi….Scusate l’intrusione, ma dovevo finire questo discorso, iniziato con Paola qualche settimana fa….

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