Maschi e femmine in viaggio. Dallo sguardo assassino di Bahìa all’amicizia dei giorni nostri

di Francesco Pulitanò

Francesco Pulitanò, Paola Ciccioli e Maria Elena Sini sul Corcovado, Rio de Janeiro 1990 (foto di Saverio Bianchi)

Francesco Pulitanò, Paola Ciccioli e Maria Elena Sini
sul Corcovado, Rio de Janeiro 1990 (foto di Saverio Bianchi)

Brasile, Salvador de Bahìa, Agosto 1990. Due maschi adulti milanesi, qualche anno in meno della quarantina, stanno finendo di parlare con la “reception” di un hotel pluristellato e affollato di turisti. Quand’ecco che, giusto lì accanto, fanno la loro repentina comparsa due giovani donne, qualche anno in più della trentina, che, scambiandosi rapidamente poche parole, rivelano senza ombra di dubbio la loro natura di compatriote.

Le due italiane sembrano un po’ in affanno e alquanto a disagio nella loro comunicazione con il personale dell’albergo. L’innata cordialità di uno dei due milanesi, quello con barba e occhiali, non scevra da timida curiosità e non immune né da un pizzico di vanità per la propria pur modesta conoscenza della lingua portoghese né da un’inconfessabile, ma irreprimibile, intima voglia di attaccare bottone, finisce per trascinarlo inesorabilmente verso una prevedibile figuraccia: “serve aiuto?”. Al suono di queste infelici parole, una smorfia di allarme, disappunto e ostilità si delinea sul volto della persona a lui adiacente, quella più alta, la biondina. Il diniego è secco ma espresso in modo civile. La sua traduzione è però inequivocabile: “come hai osato? Razza di invadente! Vattene a provarci con qualcun’altra!”

Mattina dopo, sala della colazione. I due milanesi vedono arrivare le giovani compatriote. Il loro tavolo è distante. La curiosità è rimasta, non sembrano le tipiche banali turiste, anche perché due donne che viaggiano sole in quella terra insidiosamente maschilista che è il continente sudamericano (allora forse più di oggi), danno un’impressione di intraprendenza e coraggio. Ma la umiliante lezione della sera precedente ancora brucia e inibisce qualsiasi idea di riavvicinamento. Anche perché i quasi quarantenni non possono nascondersi che due uomini in viaggio da soli per il Brasile, specialmente se turisti italiani, possono essere ragionevolmente reputati dei cacciatori, più o meno ignobili, di avventure (per usare un eufemismo).

I due signori hanno appuntamento con Gracinha, una lontana parente di una coppia di amici cariocas, e, una volta terminata la colazione, vanno a sedersi nella hall, domandandosi, non avendola mai vista prima, quale sarà il suo aspetto esteriore (una venere mulatta?). Sono armati di pazienza, consapevoli che il concetto di puntualità è quanto di più estraneo alla mentalità latinoamericana. Durante l’attesa, per uno scherzo malevolo del destino, vedono riapparire e avanzare verso di loro la bionda compatriota. Per inderogabile educazione e forse intimamente desideroso di riscattare la sua immagine di persona perbene, immeritatamente macchiata dal sospetto, l’occhialuto con la barba non può evitare di soggiacere all’impulso di proferire un ardito “tutto bene?”. Ma alla spontaneità della sua iniziativa corrisponde una reazione altrettanto spontanea: lo sguardo assassino che lo trafigge costituisce un’attestazione eloquente e fulminante della volontà di chiudere definitivamente la porta a qualsiasi ulteriore interscambio verbale.

Uno scatto scapigliato a Rio

Uno scatto scapigliato a Rio

Gli avvenimenti immediatamente successivi sono di difficile ricostruzione. E’ possibile che sia stato il ricongiungimento con la piccola e bruna compagna di viaggio a rivestire un ruolo decisivo nel ribaltamento della situazione, raddoppiando le forze femminili e mitigando l’iniziale diffidenza. Fatto sta che, non si sa bene come, durante la forzata convivenza nella hall emerge la notizia che i due milanesi masticano l’idioma locale e stanno aspettando una brasiliana, amica di amici brasiliani, quale guida per la visita della città. Forse viene percepito che gli interessi dei due amici non sono di bassa lega ma hanno un respiro culturale. Forse il loro atteggiamento e il loro modo di esprimersi lasciano intuire indizi non solo di socievole cordialità ma di correttezza. Nel frattempo è arrivata Gracinha, che risulta esteticamente agli antipodi della avvenenza delle bahiane resa leggendaria da Jorge Amado nei suoi romanzi. Forse anche questo contribuisce al ripristino della presunzione di innocenza (due maschi italiani… con una così!). Gracinha comunque è simpatica e competente. Un gruppo di quattro persone (anziché due) si affida alla sua leadership e parte alla scoperta della città. Non si scioglierà più, durante il soggiorno a Salvador. Poi le strade si separeranno, ma lo stesso gruppo si riformerà in quel di Rio e beneficerà di una “happy end” di giorni intensi e gioiosi in compagnia degli amici cariocas.

Questa testimonianza di fatti i cui dettagli, sbiaditi nel tempo, non potrebbero essere confermati sotto giuramento davanti a una Corte di Giustizia, è sostanzialmente veritiera ed è dedicata alla marchigiana Paola da Urbisaglia, quella bionda e più alta. Ma anche a Maria Elena da Sassari, quella piccola e bruna.

Con Maria Elena in questi lunghi anni i contatti sono stati scarsi. Tuttavia un recente incontro (a casa di Paola!) è stato pervaso da una sensazione che solitamente, in parole povere, si definisce “come essersi visti ieri”.

Paola, qualche anno dopo la vacanza brasiliana, è venuta a lavorare e vivere a Milano. Quello sguardo feroce è ormai un nebuloso e allegro ricordo di un evento lontano e fortuito che perfino il più incallito dei miscredenti, ovvero colui che ancora oggi porta occhiali e barba (da tempo bianca), trova appropriato interpretare come un dono generoso della Divina Provvidenza.

L’affetto e la stima di una fraterna amicizia sono una consuetudine lunga ventitré anni.

By Francesco, con immutata timida sfacciataggine.

Milano, agosto 2013

 Per capire l’antefatto, leggere: «Quando Paola inalbera il libro»

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4 thoughts on “Maschi e femmine in viaggio. Dallo sguardo assassino di Bahìa all’amicizia dei giorni nostri

  1. Caro Francesco,
    il tuo pezzo, scritto con intelligente ironia, mi ha riportato immediatamente indietro nel tempo quando, un po’ più giovani, eravamo pieni di curiosità per il mondo e per le persone, atteggiamento che, arricchito dall’esperienza, per fortuna conserviamo ancora e ci permette di dare continuo nutrimento alla nostra vita.Le tue parole ricostruiscono in modo vero o molto verosimile un pezzo di passato che condividiamo, un pezzo importante evidentemente se dopo più di venti anni il nostro scambio, più o meno continuo, non si è interrotto.Con affetto Maria Elena

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    • Cara Maria Elena,
      mi sono sentito felice mentre scrivevo questo raccontino e il tuo commento è fonte di ulteriore piacere. Ogni tanto ho il vezzo di dire “sugnu rimbambitu”, che ho ereditato da mia madre born in Locride (“sugnu rimbambita” fu una costante della sua giornata di anziana, però non era tanto vero…), ma forse ho ancora qualche margine di salvezza. La rimembranza delle cose belle del passato, in primis viaggi e persone incontrate, è una medicina che conforta, in questo mondo del quale si fa fatica a vedere le sorti magnifiche e progressive. E’ noto che (per rimanere nell’ambito di un certo continente) la “saudade” dei brasiliani è intrisa di malinconia e il tango è “un pensiero triste messo in musica”; io, che (come sai) mi atteggio a mezzo latinoamericano, apprezzo entrambi ma nutro la speranza di non essere contagiato dal pessimismo.
      E’ bello averti ritrovato per iscritto dopo averti riabbracciato di persona. Grazie per le tue parole e a presto. Francesco

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