Via dell’Ara Coeli

di Mariagrazia Sinibaldi

Lauretta Sinibaldi davanti ai mobili dorati del salone

Lauretta Sinibaldi davanti ai mobili dorati del salone

Ripongo la foto con Zipì e rimango con uno strano silenzio interno. C’è ancora tanto di me, lì, dentro lo scatolone! Cosa ho detto all’inizio del mio racconto? Che ci vogliono coraggio, buon senso, ottimismo e senso dell’umorismo… ecco la chiave! Ottimismo e umorismo. E come risvegliandomi da un sonno comatoso mi trovo a frugare, a frugare e a frugare in mezzo alle foto… alla ricerca di quella capace di risvegliare, sia pur vagamente, una qualche sensazione e che come un talismano stretto nella mano un po’ tremante, abbia la forza di trascinarmi nel mondo vago dei sogni e preciso dei ricordi… e… ECCOLA, finalmente! È vero siamo fuori tempo massimo, è una foto natalizia, ma che volete, è lei che si è presentata per prima e mi ha afferrato e trascinato via con sé. Ecco: nella foto ci siamo nonna, papà, mamma, una delle cugine (non riesco a capire quale, ha la testa girata) e io che accendo le candeline (quelle vere, quelle che si accendono col fuoco) le candeline, dicevo, di un albero di Natale, immenso, che arriva quasi al soffitto… il soffitto a cassettoni del grande salone di via dell’Ara Coeli.

Lauretta, ricordo, scattava la foto… io avevo vent’anni… lo riconosco dal vestito… perché in famiglia i periodi, gli anni del calendario, sono sempre stati determinati dai vestiti indossati, oppure dai terribili “febbroni” che qualcuno aveva sofferto… mai un numero preciso ma sempre collegamenti tra fatti della vita: perché questi sono importanti.

…eh si…

L’appartamento di via dell’Ara Coeli, al centro di Roma, al terzo piano di un bel palazzo seicentesco: terzo piano con i soffitti alti più di tre metri e mezzo, senza ascensore… 107 gradini da salire, per arrivarci!
E ricordo… Ricordo le grandi stanze, piene di porte e di finestre… e i pavimenti a mattonelle esagonali bianche e nere… E ricordo…. ricordo, con un certo tremore e un po’ di stupita ironia, l’impianto elettrico: il filo, ricoperto di seta del colore della tappezzeria su cui poggiava, girava allegramente su e giù per tutta casa: bene in vista. E ricordo l’interruttore generale, fissato su una tavoletta di legno, le valvole di  porcellana e il filetto di rame: bene in vista (quanti “salvavita” e precauzioni, oggi nei nostri appartamenti!). E ricordo i termosifoni e i tubi che giravano per tutta casa, bene in vista, anche loro, per un riscaldamento che non si accendeva mai… (Dio, che freddo, d’inverno!!) Ma, del resto, a Roma non fa freddo… si diceva!
E ricordo la cucina, la grande cucina (ma era poi tanto grande?) così assurdamente lontana dalla camera da pranzo! E ricordo il bagno, uno solo per tutti, con la vasca con i piedi a zampa di leone e la rubinetteria in ottone. E ricordo i tanti corridoietti, anfratti, rientranze, porte invisibili, che servivano a rendere indipendente una stanza dall’altra! E ricordo i grandi mobili dorati del salone…

Lauretta Sinibaldi davanti ai mobili dorati del salone

Lucilla, cugina di Mariagrazia, sulle scale secentesche del palazzo romano

Ma a parte tutte le sue pecche e le sue assurde scomodità e i pericoli, qui si sono svolti tutti i fatti importanti della mia famiglia: matrimoni e nascite e battesimi e compleanni… e le grandi festività e le ricorrenze… tutte qui… con tutti noi. Qui sono nata io, da qui, dopo 24 anni, sono uscita sposa…. come non amarla, via dell’Aracoeli? Come non trascinarla in tutto il mio girovagare nel mondo attraverso tutti i fatti della vita, belli e brutti, chiusa nel cuore? Perché “via dell’Ara Coeli” non è stato un luogo fisico ma un luogo dello spirito, una matassa di sentimenti, suoni, colori, odori (quello delle violacciocche a Pasqua o quello dell’abete a Natale, sempre mescolati al profumo della cera per pavimenti) e vibrazioni, legate a gioie, e dolori (come sempre nella vita di tutti) ma soprattutto quel senso di calore umano che avvolgeva tutti quanti noi e non ci faceva sentire smarriti di fronte alla vita.

…il Natale… la ricorrenza delle ricorrenze… l’albero, il presepio, le grandi tavolate con tutti i parenti e i parenti dei parenti e gli amici dei parenti (non si lascia nessuno solo, soprattutto a Natale)… e la tavola delle bambine… e la cena della vigilia col menu tradizionale: spaghetti con le alici, fritto di verdure miste, pesce bollito… sempre uguale… guai a cambiarlo! Persino durante la guerra.

Ed eccolo finalmente, il ricordo preciso, netto, senza sfumature, così caldo, così avvolgente!

Anno 1943: la vigilia più eccitante che io ricordi, malgrado l’atmosfera cupa al di fuori delle mura di casa nostra. Avevo 9 anni. I tedeschi occupavano Roma, il coprifuoco, che generalmente entrava in vigore alle 9 di sera, per Natale era stato spostato a mezzanotte: tutto era razionato, tutto introvabile: pane, pasta, zucchero, olio, sale (ricordo la fame… eh sì… proprio la fame) ma, si poteva non fare il Natale come NATALE, con tutti i crismi? Certo che no!!! E quell’anno cenammo presto e finimmo presto, perché tutti dovevano aver raggiunto le proprie case per mezzanotte… e bisognava andare a piedi.

Le tradizioni, però, furono rispettate tutte, forse un po’ arrangiate, ma contentiamoci! Ottimismo ci vuole nella vita. L’albero non fu certo un abete, ma un ramo di pino raccolto su un prato di Villa Borghese. Addobbato con le fragili palle di vetro colorate e le mezze candeline, avanzo dell’anno precedente, era bellissimo, faceva davvero la sua gran bella figura!

….e il presepio, grandissimo (o almeno così sembrava agli occhi incantati di noi bambine) costruito nello sguincio di una finestra profondo 60 centimetri (perché così spessi erano i muri!) e il fuoco davanti la capanna ottenuto con una lampadina, peraltro piuttosto grossa (non s’era trovato niente di meglio in giro per casa), ricoperta di uno straccetto rosso: l’effetto era magico.

…e il cenone? Quello, poi!… fu il risultato di un intero anno di sacrifici e di organizzazione. Per un anno intero, tutti i giorni, quando preparavano il pranzo, mamma le sue sorelle, ognuna a casa propria, mettevano da parte una diecina di spaghetti per volta, un cucchiaio di farina, un cucchiaio d’olio, due grani di sale… e alla fine, il pomeriggio della vigilia del Natale del 1943, radunarono il loro piccolo tesoro… e prepararono il CENONE.

Niente argenteria, quell’anno, perché murata (insieme ai gioielli), dietro il comò, in camera di mamma e papà. Ma non importa… va bene ugualmente! Ottimismo… ottimismo…

Ma… ma mentre i parenti “giocavano alle signore” nel salone, mamma, seguita da me e da mia cugina Lucilla, compiva il grande viaggio dalla cucina alla camera da pranzo portando i famosi spaghetti con le alici; ed ecco che improvvisamente, inopinatamente, la grande terrina che li conteneva si spezzava in due e il contenuto, frutto di tanti sacrifici, cadeva in terra. Non ci perdemmo d’animo, noi tre, e rapide come il fulmine, raccogliemmo gli spaghetti e li distribuimmo nei piatti, poi andammo in salone e… «È pronto» annunciammo felici. Tutti, parenti e parenti di parenti, ci accomodammo a tavola e… il rito ebbe inizio.
E ci fu un giro di tombola (uno solo… a causa del coprifuoco) e il grido liberatorio finale… quasi una catarsi: «TOMBOLA!».

E ci fu l’incendio del presepio… un classico! Non ho memoria di un Natale a via dell’Ara Coeli senza l’incendio del presepio… e ogni anno dicevamo: «quest’anno NO» e poi facevamo «quest’anno SI». Era l’impianto elettrico creato solo per fare bella figura (incoscientemente senza alcun riguardo per la sicurezza, se non la raccomandazione, a noi bambine, di non toccare niente, e poi… beh si sa…) o le grosse lampadine ricoperte di carta velina e di straccetti oppure l’interruttore, un po’ vecchiotto ormai, tutti gli anni sempre lo stesso? Non so.. so solo che ogni anno, prima o poi, c’erano le fiamme, complice forse anche il Bambinello rigorosamente di cera. Ma avevamo fatto l’abitudine: l’incendio, con calma, fair play e molta competenza veniva spento e il presepio veniva “rammendato” in qualche maniera!… e i riti continuavano.

…e c’era nell’aria, quell’anno, uno strano senso di eccitazione, quasi palpabile…

…e ci fu, quel Natale del 1943, ci fu lo “champagne”: sissignore! una bottiglia di vino, rimediata chissà dove, rinforzato da una buona dose di idrolitina e tappata a dovere… e ci fu il botto!…

Davvero, cosa di più?

Gli altri interventi di Mariagrazia Sinibaldi si possono leggere qui

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3 thoughts on “Via dell’Ara Coeli

  1. mia cara, tu hai capito come me che ricordare è vivere ancora una volta, e con la stessa intensità, fatti che a persone distratte possono sembrare banali….. e tu distratta non sei, io lo so. grazie delle belle parole Affettuosamente Mariagrazia

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