«Ricomincio da me stessa»

Alba L’Astorina (in maglia rossa e jeans) con gli insegnanti della Scuola per Parrucchieri Centro Stile Moda di Milano; da sinistra: Marina Frau, Alessio e Stefania Di Capua, Nives Moro e Maria Parisi

Alba L’Astorina (in maglia rossa e jeans) con gli insegnanti della Scuola per Parrucchieri Centro Stile Moda di Milano; da sinistra: Marina Frau, Alessio e Stefania Di Capua, Nives Moro e Maria Parisi

di Alba L’Astorina

Non offre facili consolazioni Marina alle clienti che arrivano al Centro Stile Moda di via Caposile e apprendono, scioccate, che il Centro dal 13 luglio chiude i battenti. Ancora non ci crede neanche lei, che in 25 anni ha visto passare in questi saloni migliaia di studenti venuti da Milano e dall’hinterland per apprendere la professione di parrucchiere. Né sembra confortarla aver ricevuto una targa in cui le riconoscono grandi meriti, “per aver aperto ai nostri allievi le porte della professione, insegnando con passione ed impegno costante”.

Anche io sono colpita da quello che mi dice. Da quando abito in zona 4 a Milano ho portato in questo Centro mamma, sorelle, amiche, vincendo spesso lo scetticismo di chi ha paura di affidare la propria testa a giovani mani in apprendistato, o i pregiudizi di chi pensa che tagliare, tingere, o spazzolare a pochi euro e con grande professionalità sia impossibile.

E sono anche un po’ incazzata. Che a Milano, mia città d’elezione, io debba perdere continuamente dei punti di riferimento faticosamente conquistati. Assisto da anni, inerme, ad un’emorragia di persone, amici, conoscenti, venuti qui con grandi aspettative, e che dopo alcuni anni emigrano nuovamente perché non trovano più spazio per i progetti che volevano realizzare.

Ma non è solo una storia personale. No, qui si tratta della Storia, quella con la S maiuscola. La Storia di un paese in declino che non è più in grado di sognare e, soprattutto, non lascia spazio a chi invece i sogni ce li ha, e anche tanti.

Sono ormai vecchi di 35 anni quelli del gruppo di giovani insegnanti della squadra mondiale di parrucchieri che, negli anni ’70, insieme ad alcuni allievi, hanno aperto questa scuola professionale basata su un insegnamento che dà molto spazio alla pratica e alla manualità, unica nel suo genere a Milano. In questi anni sono passati più di 20mila studenti, con centinaia di ore di lezione, tra corsi di base e corsi di aggiornamento per altri professionisti, con punte di 100 – 120 iscrizioni all’anno. Molti di questi oggi trovano posto in importanti studi televisivi, in teatri, come la Scala di Milano, o all’estero. I numeri fanno sempre una certa impressione, anche quando sono pochi; quelli di oggi la dicono lunga: 7-8 studenti all’anno e circa 4 insegnanti in tutto.

Le ragioni di tutto ciò me le spiega Stefania, amministratore unico della società da 19 anni, figlia di due dei vecchi soci, che nel Centro è da diversi anni affiancata dal fratello Alessio. “Chiudiamo perché non ce la facciamo ad andare avanti. Le spese sono enormi, le tasse insostenibili. Abbiamo dovuto affrontare alcuni anni fa una grossa ristrutturazione costata circa 250.000 euro, per ottenere il riconoscimento Regionale. Non chiedevamo fondi ma solo dare nostri studenti un titolo maggiormente riconosciuto. Per cavilli burocratici il riconoscimento non è arrivato e noi ci siamo ritrovati con il mutuo da pagare. I soci, ormai in età da pensione, hanno allora deciso di chiudere per recuperare almeno quanto investito”.

Gli ingredienti di questi ultimi anni di storia italiana ci sono tutti: una società vecchia che non riesce a lasciar spazio ai giovani, una fiscalità deprimente per chi le tasse le paga, una burocrazia che va verso tutt’altra direzione della semplificazione e una politica che non riesce, o non vuole, dare risposte a chi cerca di fare impresa o mantenere la propria attività anche in tempi di crisi.

E non manca chi attribuisce la crisi ad una concorrenza sleale fatta da saloni estetici e parrucchieri low cost che stanno proliferando nella zona, quasi tutti asiatici. L’altra faccia della medaglia dell’economia italiana[1]. “Con l’avvento dei negozi cinesi il lavoro è diminuito del 50%, nonostante le nostre tariffe siano bassissime. Le clienti che vengono da noi si prestano a fare da modello per i nostri allievi del secondo anno: così, loro hanno una possibilità di imparare sul campo e le clienti ricevono in cambio una buona prestazione a un prezzo molto inferiore rispetto ad un parrucchiere. Ma proprio perché siamo una scuola, osserviamo orari scolastici e questo ci rende poco competitivi”.

Riesco a percepire il dramma personale e collettivo che si cela dietro l’ennesima azienda che chiude[2] : la perdita del lavoro e di una rete di relazioni costruite negli anni, la chiusura di un’istituzione del quartiere, la scomparsa di un punto di riferimento per i giovani studenti che qui trovano un’opportunità.

“Il nostro bacino è costituito soprattutto da ragazzi che dopo la media vogliono imparare presto un lavoro. Ma da quando l’età della scuola dell’obbligo si è allungata a 16 anni ed è arrivata a 18 per l’inizio del tirocinio professionale, le iscrizioni sono drasticamente diminuite. Ed è un peccato. Noi qui insegniamo un lavoro ai ragazzi, che tornano a trovarci e ci riconoscono questo ruolo. Si rendono conto che è raro oggi trovare un posto che ti accoglie e ti guida verso l’ingresso nel mondo del lavoro, che, in molti casi, è anche un ingresso nell’età adulta”.

“Una seconda famiglia” la chiama Veronica, un’allieva del secondo anno, “una scuola di vita in una fase importante della nostra esistenza. Spiace dirlo, ma nella mia carriera scolastica non ho mai trovato dei professori così attenti!” Veronica mi ricorda altre storie che ho sentito raccontare dagli studenti che si sono alternati in questi anni, e che ho tempestato di domande, tra una ciocca e l’altra, curiosa di sapere cosa ci fosse dietro la loro scelta. E anche un po’ affascinata da chi decide di fare un lavoro più pratico di quello che mi sono scelta io.

Se Nives è preoccupata per la sua pensione, che le sembrava prossima, e del fatto che sarà difficile alla sua età trovare un lavoro, Maria teme che “presto della scuola non rimarrà neanche il ricordo, un giorno sorgerà magari un palazzo in questo luogo e nessuno si ricorderà di noi”.

Stefania è l’unica che ha un futuro davanti, una laurea in giurisprudenza presa da giovane, continuerà la sua attività nel negozio dei genitori. Ma ho il sospetto che non sia solo una famiglia solida a conferirle questa incredibile serenità. Stefania sa di aver fatto tutto quello che ha potuto per salvare questa scuola, ma ora guarda avanti, ha intenzione di prendere un’altra laurea, vuole studiare podologia, si è appassionata alla postura del piede e alla riflessologia plantare. “Ricomincio da me stessa”, conclude sorridente.

Mi chiedo cosa avrei fatto io al posto loro. Mi sarei incatenata ai cancelli, forse. Avrei cercato di attirare l’attenzione della ”opinione pubblica” sul nostro caso. Avrei scritto cartelli e appeso palloncini, come le donne del Bagno Turco di Steaming, il film di J. Losey, che combattono per il lavoro ma anche per il diritto a un luogo dove le donne possano sentirsi accolte. Penso a tutti quelli che in questi anni, invece, hanno deciso di fare diversamente, di vivere con dignità il proprio dramma senza occupare le pagine dei giornali, e provo un profondo rispetto.

Saluto tutte e ringrazio per avermi prestato attenzione nonostante gli evidenti affanni delle ultime ore di lavoro. Spiego che, pur essendo una semplice cliente, ho voluto saperne di più per potermi dare una ragione del perché un luogo che a me sembrava un esempio di attività riuscita, oggi chiude. Le mie domande vogliono appagare, in un solo gesto, la mia curiosità e la mia smania di documentare le storie e i loro intrecci con la Storia. Lo faccio occasionalmente per un blog che ospita vicende che ruotano intorno alle “donne della realtà”, quelle che sembrano ormai scomparse dai media italiani così pieni di escort e veline, o di donne reclutate alla politica grazie a servigi offerti a uomini ricchi e potenti. Si parla di donne che lavorano, che studiano, che coltivano i sogni con la fatica, che cercano di non piegarsi alla precarietà. “Siamo noi”, mi replica convinta Stefania. Concordo pienamente.

Me ne vado pensando a tutte le persone che ho incontrato a Milano e che forse non rivedrò più. Da oggi aggiungo anche queste donne alla mia “collezione”, ma cerco di concentrarmi su quello che ho ricevuto da loro e di non pensare a quello che perdo. “Ricomincio da me stessa”, mi ripeto come un mantra.


[1] Secondo dati della Cgia di Mestre (http://www.cgiamestre.com/), l’imprenditoria cinese in Italia è cresciuta del 26% tra il 2008 e il 2011. 7,87 miliardi di euro (il 65% del totale) di guadagni, però non vengono reinvestiti in Italia bensì tornano in Cina. Gli imprenditori cinesi si occupano per il 70% di commercio e del settore alberghiero e ristorazione e sono concentrati soprattutto in Lombardia (11.922 attività), Toscana (10.854) e Veneto (6.939). Recentemente sono apparsi numerosi articoli sui media che riportano indagini sulla regolarità di tali aziende soprattutto in relazione al fenomeno del lavoro sommerso, dello sfruttamento dei minori e degli stranieri assunti irregolarmente nonché la verifica del rispetto della normativa in materia di sicurezza, igiene ambientale, tutela della salute e prevenzione degli infortuni ed all’introduzione sul mercato di prodotti contraffatti o nocivi per la salute dei cittadini.

[2] solo nei primi 3 mesi del 2013 sono state registrate 3.637 chiusure, pari a 40 imprese in media al giorno, con picchi in Lombardia, Lazio e Veneto, secondo analisi di CRIBIS D&B (http://www.cribis.com/Pages/welcome.aspx)

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4 thoughts on “«Ricomincio da me stessa»

  1. Grazie Alba è bello vedere che tutto quello che abbiamo fatto in questi anni ha avuto un senso…e non intendo solo professionalmente, quello di insegnare è stato il nostro lavoro ed abbiamo cercato di farlo nel migliore dei modi..ma intendo soprattuto il senso di umanità e di affetto che è ruotato intorno alla nostra splendida scuola..per noi non sei stata solo una cliente ma hai fatto parte insieme a tutte le altre della nostra storia e questo resterà dentro di noi per sempre!!! Grazie a tutti per aver fatto parte della nostra vita..della mia vita!!! ..e il “ricomincio da me stessa”non è un pensiero di chi non ha avuto problemi nella sua vita e che quindi ha solo l’imbarazzo della scelta su cosa fare..ma vuole essere un augurio e un messaggio di positività per tutte quelle persone che stanno cercando la loro strada, per chi ha paura dei cambiamenti, per chi non vede davanti a sè porte aperte, per chi ha perso la speranza….è il messaggio di chi ha fatto prima un viaggio dentro di sè per poi aprirsi al mondo e capire che se c’è tenacia e volontà anche il mondo si apre a te..non ci si deve scoraggiare mai..ma rinventarsi ogni giorno.
    Grazie Alba per la tua attenzione ..è vero la realtà delle donne siamo anche noi del Centro Stile Moda .
    Con affetto
    Stefania

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  2. E’ tutto così strano, pensare che quando verrò a Milano non potrò più entrare in quel grande edificio che mi riportava alla mente tanti episodi, dove tutti mi accoglievano ricordandosi di me nonostante le mie sporadiche e brevi incursioni al Nord.

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  3. sono rimasta scioccata anche io, è stato l’unico posto in cui non sono stata solo un pollo da spennare, ma un essere umano di cui ricordarsi, e un validissimo punto di riferimento.

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