L’amaca

un racconto di Paola Ciccioli*

Paola Ciccioli a una cena con i compagni di scuola (un bel po' di anni fa)

Paola Ciccioli a una cena con i compagni di scuola (un bel po’ di anni fa)

C’è un’amaca di fianco alla casa. Quando l’ho notata, appena dondolante e sospesa tra due alberi, ho pensato che fosse lì per me. Perché mi ci nascondessi, perché potessi cullarci le mie fantasie. Non riesco a frenarli, tutti questi pensieri sbagliati, questo pulsare di ricordi vivi che affluiscono in mezzo alle gambe e mi gonfiano di ridicolo i pantaloni.

“Ma come stai bene”. Lei mi ha salutato così, mi ha sfiorato le guance. Ho sentito che con le mani mi stringeva le braccia, poi mi sono concentrato sul viso, sul rossetto da signora, sulla scollatura da donna.

“Anche tu stai bene”. Gliel’ho detto con un tono di voce che, a pensarci adesso, può esserle sembrato freddo, di circostanza. Non sono riuscito a fare di meglio, di più. Me l’hanno subito portata via: l’hanno baciata, coperta di sorrisi. Sono vent’anni che non ci vediamo, tutti noi. E questa è la più stupida, la più banale, la più scontata delle occasioni. Celebriamo la maturità, la fine di una convivenza scolastica durata cinque anni e l’inizio della diaspora di ciascuno verso una diversa vita.

Mi do una leggera spinta, cerco di dare un senso all’essermi rifugiato sull’amaca. Posso pensarla, qui, mentre gli altri si stringono con la scusa della musica. Vorrei alzarmi, ricompormi, convincere me stesso dell’assurdità di questo turbamento. Ma non riesco a muovermi, a darmi un contegno, a mettermi anch’io a ballare. A stringere qualcuna di queste donne di cui ricordo soltanto il cognome, semplici tasselli di un elenco che potrei sciorinare come fosse una formazione di calcio. Per incepparmi però pronunciando il suo nome: ha invaso le mie giornate nei cinque anni perduti in cui abbiamo condiviso lo stesso spazio, la stessa giovinezza inconsapevole di dove ci avrebbe portati. Trovavo la voglia di andare a scuola, chiamando il suo nome. E per lei studiavo, perché non le capitasse mai di vedermi sconfitto da un’interrogazione.

“C’è qualcosa che non va?”.

Eccola, è arrivata. È qui, di fianco all’amaca. Ho i il mal di mare, non mi pare di aver bevuto così tanto da giustificare la nausea, da non riuscire a frenare il girotondo degli alberi nel giardino.

Vorrei afferrarle le mani, costringerla a sdraiarsi sopra di me. Vorrei mi schiacciasse. Vorrei divaricare con la lingua le sue labbra, e poi infilarle il naso tra i seni, sentire che odore ha la sua pelle in quel punto e in tutti gli altri del suo corpo.

Non riesco a risponderle. La guardo, ma non so se lei lo sa. È buio. La luce che illumina il cortile delle danze da reduci non arriva fino a noi. Lei non aspetta una risposta, né fa altre domande. Adesso è sdraiata di fianco a me, l’amaca l’ha accolta con un dondolio più sostenuto. I suoi fianchi sono schiacciati contro i miei, il mio viso è rivolto verso di lei, il suo verso di me. Non sappiamo dove mettere le mani e così ce le afferriamo, intrecciamo le dita. Ci metto tutta la mia forza, di sicuro le sto facendo male. Ma lei non si lamenta. Mi stringe, poi si libera della morsa e sento le sue dita sul collo.

Sta slacciando i bottoni della camicia, fa in fretta. Non ho il tempo di capire se posso. Lo voglio, l’ho sempre voluto, ma in questo momento mi chiedo se posso. Se sia giusto o sbagliato, se ci possano scoprire, se ci possano frenare.

Mi infila la mano nei pantaloni, sembra che i nostri desideri siano stati tanto pazienti per trovare la forza di rivelarsi nello stesso momento. Questa sera, nel giardino buio della prima della classe che ha avuto l’idea di rifare l’appello, di costringerci a lasciare la realtà a un altro indirizzo. La bacio, finalmente la bacio.

Mi riempio la bocca della sua lingua con felicità. Vorrei ridere mentre la bacio. Perché sono appagato dell’aver atteso che la mia compagna di scuola diventasse questa donna che sa muoversi senza tremare tra i vestiti e la mia pelle.

Abbiamo finito. Lei si è alzata, ha sistemato la gonna, ha cercato di mettere in ordine i capelli con le mani. Mi ha dato una carezza ed è tornata dagli altri a passi veloci. Io continuo a passarmi le dita sotto il naso, sono bagnate del suo piacere. Me le passo sul viso, sul collo. Devo tornare anch’io di là, devo fare festa. Che almeno mi resti questo sapore incollato, per qualche ora almeno.

“Eccoti, finalmente”. L’amica mi guarda benevola e non aggiunge quello che temo: “Ma dove ti eri cacciato?”. Dove sia stato e con chi non è un segreto. Nessuno si stupisce perché, come per noi, anche per gli altri era chiaro che sarebbe successo.

“Hai dei figli?”, lascio cadere questa domanda ogni volta che una ex compagna di scuola si avvicina. Non che me ne importi granché.

Del resto, cos’altro potrei chiedere. Non sono qui per sapere della felicità di questi miei simili che stasera cercano di mostrarsi al meglio. Sono venuto soltanto per lei, tutto il resto è una scusa. L’occasione. Ho cambiato idea sulla tristezza di incontri del genere, semplicemente perché speravo, forse sapevo, che si sarebbe compiuto quello che la fine della scuola ci aveva costretto a lasciare in sospeso.

Mi arriva la sua risata, è una scia sonora che mi permette di controllarne a distanza gli spostamenti. Sono seduto in poltrona, in una posizione strategica. Lei è sulla direttrice dei miei sguardi, è di spalle. Vedo i capelli mossi che nascondono quasi interamente le spalle, ha i fianchi morbidi, riconosco le caviglie. Porto il bicchiere alla bocca, ma non è per bere. Così posso annusare l’odore che mi ha lasciato in regalo. La osservo destreggiarsi da un compagno all’altro, magari anche lei sta domandando: “Hai figli?”. E lei, li ha? Non voglio saperlo.

Ma cosa sta facendo? Perché si è infilata il golf? Perché ha la borsa in mano? Se ne sta andando, sta distribuendo saluti, ora verrà anche da me. Mi alzerò in piedi, le sfiorerò le guance, la guarderò sparire. Sono indeciso se evitare questo momento, nascondermi da qualche parte e saltare il capitolo dei saluti, tenermi il suo odore sui polpastrelli e infilarmi le dita in bocca per leccarle. Come se lei fosse la cioccolata rimasta nel vasetto.

“Mi accompagni alla macchina?”. Sono sprofondato nella poltrona, i suoi piedi sfiorano i miei. Mi fissa, dolcissima. Le sorridono gli occhi.

“Vuoi una mano?”, scherza, cerca di spezzare l’imbarazzo che mi paralizza. Intorno a noi si fa il vuoto, il vociare indietreggia, ci lasciano soli con il nostro saluto.

Mi alzo, sono goffo. Lei imperturbabile, perfetta. Io guardo la camicia spiegazzata e penso che sono così anche dentro: acciaccato, in disordine.

Un coro di “ciao” ci accompagna oltre il cancello.

“Dove hai la macchina?”.

“Giù in fondo alla stradina”, e indica con la mano un punto buio, che si perde un mezzo ai campi, dove la luce della casa non riesce ad arrivare.

“Sai, volevo farlo vent’anni fa”, me lo dice mentre camminiamo, vicini e lenti, lungo il sentiero di sassi e polvere.

“Anch’io, lo sai”.

“Avevo paura dei tuoi occhi. Dell’emozione che percepivo in te quando mi vedevi arrivare. Mi sembrava troppo grande” .

“Non riuscivo a sfiorarti, pensavo che anche il più dolce dei baci sarebbe stato inadeguato”.

“Abbiamo fatto bene, secondo te?”.

“A fare cosa?”.

“A restare sospesi così a lungo”.

“So soltanto che la scuola per me è finita oggi”.

Ride piano, china la testa, la sua macchina si è fatta troppo vicina.

“Anche per me, è finita oggi. È tutto finito, anche per noi”.

So che ha ragione, ma sentirlo dalla sua voce fa comunque male.

Si ferma. “Non essere triste, siamo finalmente liberi”. Fruga nella borsetta, sta cercando le chiavi. Mi volta le spalle, apre la portiera, si siede.

“Vado”.

“Ciao”.

“Ah, c’è un cosa che volevo dirti”.

“Cosa?”, il cuore fa troppo rumore dentro questo silenzio buio della campagna.

“Hai del rossetto sul collo della camicia”. Cerco il punto in cui è rimasta la sua traccia, ma non c’è neppure la luna e il mio gesto è inutile. Le dita sono così vicine al mio naso, che posso sentire ancora la prova del nostro peccato. Resto lì, fermo, ad annusare, mentre due luci rosse di un’auto stanno rimpicciolendosi lungo la discesa.

* Ho scritto questo racconto tanti anni fa, diciamo una decina, dopo una festa con i miei compagni di scuola di Macerata. Oggi ho ricevuto una mail con la parola “amaca”: i vari intrecci dell’inconscio mi costringono alla pubblicazione.

6 Risposte

  1. bellissimo paolina; ho questo racconto da quando l’hai scritto, conservato tra i ricordi preziosi. ho frugato nella mia memoria e da un paio di riferimenti, la presenza di clara prima di tutto, data con certezza questo racconto estate 2004. un abbraccio. anna

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  2. Grazie, Anna. Soltanto da poco ho visto le foto di quella cena di cui ho pubblicato lo scatto qui sopra. E c’era la nostra Clara. Chi è l’autore del fotoreportage?

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  3. di solito il fotografo è Alfredo. la foto che hai pubblicato però non si riferisce alla serata che ha ispirato il tuo racconto, ma alla cena dell’anno precedente dai valeriani.

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  4. Ah, sì, questo mi è chiaro. Comunque ci sono delle bellissime foto di noi due dai Valeriani… Prossimamente su questi schermi.

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  5. Ricordo che mi facesti leggere questo racconto diversi anni fa nel giardino della casa dei tuoi amici vicino a Bosa….sono passati un po’ di anni ed ora è venuto alla luce. Avevo trovato strano che tu avessi scelto un punto di vista maschile ma il racconto mi era piaciuto allora e mi piace ancora oggi. Ti invito a regalarci qualche altra creatura.
    Con affetto Maria Elena

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  6. A Bosa! Per fortuna che ci sei (anche) tu a ricordare. Ti voglio bene, come sai.
    Ho i cassetti pieni, mi toccherà stancarvi.

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