Il viaggio, quel “segno” nella mia maturità

Nessun viaggio finisce mai, sono i viaggiatori che arrivano alla loro fine. Pensieri e premonizioni alla vigilia degli esami di maturità

di Daniela Natale

cartucceraNon so se si usa ancora la “cartuccera”. Io ne avevo una che in verità era stata cucita due anni prima per mia sorella, poi era passata a mio cugino e, arrivato il mio momento, era diventata mia. Quando Internet non era ancora così diffuso, l’unico modo per farsi trovare pronti davanti a qualunque traccia della prima prova degli esami di maturità era acquistare dei costosi blocchetti di temi già svolti (il più delle volte scritti da cani) che bisognava strappare pagina per pagina e arrotolare, per dentro la cartuccera appunto.

La sera prima dell’inizio degli esami, stavo arrotolando questi maledetti fogliettini, senza troppa convinzione e, contemporaneamente, per non perdere tempo, leggevo giornali della settimana prima, tanto per pulirmi la coscienza e sapermi informata sull’attualità. Non ricordo dove l’ho letta, ma l’ho letta. Una frase folgorante che tuonò nella mia mente come una premonizione. Allora presi il dizionario enciclopedico (Editrice Sansoni – 1972 – 12.000 lire) che dalla notte dei tempi appartiene alla mia famiglia, e che avrei portato a scuola il giorno dopo, e la scrissi, in alto, sulla prima pagina bianca: «Nessun viaggio finisce mai, sono i viaggiatori che arrivano alla loro fine», C. Magris. La lessi e rilessi, pensando alla sua grande verità, al fatto che il mio viaggio nella vita dei grandi stava per iniziare, ai viaggi geografici ed emozionali che mi aspettavano, alle persone che sarebbero entrate e uscite dalla mia vita. Leggendola pensavo alla fine del mio viaggio da adolescente, che in realtà era la mia fine come studentessa ma che, in quanto viaggio, sarebbe continuato all’infinito, con altri viaggiatori e altre storie da vivere e raccontare. Per avere diciannove anni pensavo molto. A posteriori mi dico che potevo pensare meno. Insomma scrivo questa frase. E la leggo. Sistemo gli ultimi bigliettini nella cartuccera e vado a letto.

Il giorno dopo, nessuna grande crisi di panico. Mi infilo la cartuccera sotto la maglietta, rigorosamente di due taglie più grande, e vado a scuola accompagnata da mio papà e dalle sue raccomandazioni. Nel rispetto della tradizione, pronunciava frasi retoriche sul mantenere la calma e fare quello che potevo, ma io non ero agitata, sapevo che me la sarei cavata, che se non c’erano di mezzo formule matematiche e numeri potevo giocarmela. Questo approccio serafico mi aiutò a conservare le energie per la corsa selvaggia per le scale della scuola nella gara a chi si accaparrava il posto migliore. Seduta negli ultimi posti, aspettavo in silenzio l’arrivo delle buste. Intanto pensavo. Nella peggiore delle ipotesi, c’era sempre l’analisi del testo letterario. Avevo ottimi voti in italiano, non c’era motivo di preoccuparsi, qualcosa l’avrei scritta. La gente intorno a me trasudava angoscia e manifestava istinti suicidi blaterando frasi senza senso, sudando ma con addosso maglie pesanti. Il caldo era devastante, il ventilatore dalle pale blu manco funzionava tanto bene. I professori auguravano in bocca al lupo a destra e a manca, ridendosela alla grande. E le buste arrivarono. La prof di italiano iniziò a leggere le tracce a voce alta. Dante, la libertà, bla bla bla. Facevo mente locale per capire a quale bigliettino appigliarmi, prendendo lentamente coscienza della totale inutilità del mio lavoro certosino della sera prima. All’improvviso, il viaggio: metafora della vita. Quello era un segno. La frase della sera prima, era un segno. Iniziai a scrivere ispirata e convinta, anche se ricordo di aver ricominciato almeno cinque volte il mio saggio breve. Ma quella frase me la sono sempre portata dentro ed è rimasta scritta sul dizionario.

Oggi, leggendo le tracce dei maturandi del 2013, vedo che Magris e il viaggio sono tornati. Leggo le tracce dal pc del lavoro, in una giornata caldissima di giugno, otto anni dopo il mio tema. Quanti viaggi alle spalle, e quanti viaggiatori incontrati, amati, odiati, persi, ritrovati. Quante valigie, esperienze, dolori e risurrezioni. Viaggi geografici ma soprattutto viaggi emozionali e di vita. Di tutte le persone con cui oggi ho avuto a che fare, nemmeno una aveva sentito parlare di Claudio Magris. Molti hanno detto che dare questa traccia “anomala” è stata una mossa per mettere in difficoltà gli studenti. Io dico che è stata un’opportunità, una mossa innovativa e stimolate e mi auguro con tutto il cuore che le parole dell’autore de L’infinito viaggiare segnino le vite dei maturandi come, qualche anno fa, quella frase ha segnato la mia vita. Anzi, credo proprio che recupererò il libro da cui è stata tratta la prefazione e lo leggerò tutto.

E comunque, ammesso che esistano ancora le cartucciere, direi che con le tracce imprevedibili di quest’anno, la loro epoca sia definitivamente tramontata.

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