Diamoci all’alcol, sotto un cielo affumicato. Un racconto a 4 mani

Paola Ciccioli con Angela Lucrezia Calicchio (foto di Pino Montisci)

Paola Ciccioli con Angela Lucrezia Calicchio (foto di Pino Montisci)

di Paola Ciccioli*

L’aperitivo da Taveggia è il migliore che ci sia, a Milano. E anche il più maledettamente caro. Venti euro ho speso, ieri sera. Quarantamila lire, io ragiono all’antica anche quando si tratta di soldi. Subito non ho fatto mente locale: quattro cocktail, due a testa dato che ero con Valeria, più – è vero – una serie infinita di tartine, cipolline, cetrioli, scaglie di parmigiano, mandorle salate, bocconcini di pizzette. Va bene, da Taveggia ci si fa del male con qualità, ma per farsi girare un po’ la testa e alleggerirsi delle proprie frustrazioni, bisogna mettere in bilancio l’esborso che di norma è previsto per una bistecca+contorno+calice di vino+, forse, caffè in un ristorante di media qualità.

Ma Milano è così, ti presenta conti pazzeschi. Su questo sto ragionando in questo periodo. E mi accorgo di non essere la sola a farlo. Perché quando vado alle cene e mi capita di ascoltare i discorsi della gente, è tutto un riflettere su quanto sia oneroso questo posto, su quanti soldi e quante energie si devono sperperare se si vuole sopravvivere qui. Sotto questo cielo affumicato.

Mi rendo conto che parlo di soldi per non venire al dunque. Cioè alla ragione per cui ieri sera ho trascinato la mia amica da Taveggia: «Dai, che ci diamo all’alcol».

Valeria e io lavoriamo nello stesso posto ormai da dodici anni. Sorvolo su quante ne abbiamo passate in tutto questo tempo. E, per discrezione, non mi inoltro nelle ragioni per cui anche lei aveva bisogno di abbassare la guardia con un paio di bicchieri. Dirò di me, invece. E di come mi sento da quanto il mio amante si è eclissato. Sarebbe più corretto dire «mi ha lasciato», «se n’è andato», «non mi ama più», «mi ha abbandonato»? No, il mio amante si è proprio dissolto nel nulla, è svanito, portato chissà dove dall’oblio. Desaparecido.

In realtà, quando vado alle cene non mi capita di ascoltare soltanto lamentazioni sul caro-vita e sullo smog. C’è un altro tormentone che accompagna i pasti, specie quando a tavola sono sedute soltanto donne: si discute con malcelata disperazione di maschi in fuga, di uomini conigli che appena pronunci una parola che fa rima con sentimento già sono lì a infilarsi la giacca e a scusarsi che devono andare perché hanno dimenticato un impegno assolutamente improcrastinabile. A volte tornano, a volte no. Neppure a riprendere lo spazzolino che in un impeto di coraggio sentimentale avevano infilato nel bicchiere accanto al rubinetto del lavandino di casa. Casa nostra, intendo. La terra di nessuno.

Il mio amante è stato tale per quattro anni. Di lui mi restano lo spazzolino di cui sopra, una paio di jeans che mi aveva pregato di portare dalla mia sarta per far chiudere un buco in una tasca, oltre a una felpa grigia con la scritta University non so che cosa. Se l’era tolta la sera che, tornata da un viaggio a Londra, lo avevo invitato a provare il maglioncino di cachemire che gli avevo portato per farmi perdonare della nostra separazione. Lui si era sfilato la felpa e, con la gratitudine, mi aveva mostrato quel magnifico tripudio di muscoli dai quali ho avuto il privilegio di farmi stringere per 365 giorni moltiplicato quattro e sottratto le assenze di lavoro e le ferie con la famiglia. Intesa come i miei figli che vivono con il mio ex marito.

*Ho ritrovato casualmente questo inizio di racconto sul disastrato deskstop. Gli avevo dato questo nome: “Milano, 4 aprile 2004”. Ho chiesto a Daniela Natale di andare avanti lei, che poi proseguirò io. Insomma, vorrei divertirmi come a volte succede quando ci scambiamo messaggi privati su Facebook. Sono stata sua docente a Milano e il feeling tra noi si è imposto quando mi ha chiesto di poter scrivere una tesina non richiesta: ohibò! Adesso lei è tornata in Puglia, io continuo (di base) a combattere sotto il cielo di Lombardia.

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