Storia di una foto nella Milano in rosso

Paola Ciccioli dopo il funerale di Franca Rame (foto di Sandro Bizzarri)

Paola Ciccioli dopo il funerale di Franca Rame (foto di Sandro Bizzarri)

di Paola Ciccioli

Questa foto ha una storia che vuole essere raccontata.

Venerdì 31 maggio, intorno all’una, davanti al Teatro Strehler di Milano. La commemorazione di Franca Rame è finita ma ci sono ancora capannelli che commentano, discutono, ricordano. Sulla facciata del teatro una grande immagine verticale dell’attrice che quasi sfiora una pedana in metallo su cui sono adagiati mazzi e mazzi di fiori. Alcune donne estraggono dal cellophane una rosa per portarla a casa, in memoria di un addio e un giorno in rosso. Mi avvicino, sono tentata di fare la stessa cosa, ma mi chiedo se sia giusto, se sia corretto.

Avevo un appuntamento alle 11, l’ora in cui Dario Fo ha tessuto un merletto di parole, forse le sue migliori, per lasciar andare la moglie. Sono arrivata che l’ufficialità era archiviata ma mi piace così, mi piace di più. Del resto, con Alba eravamo passate dal Piccolo a notte fonda per salutare questa donna, tutte e due abbiamo più di un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Un debito antico, degli anni dell’università – lei a Napoli, io a Urbino – quando andavamo a vedere i “loro” spettacoli – di Dario Fo e di Franca Rame – per imparare, per crescere, per credere. Per fare la nostra parte. Eravamo ignare l’una dell’altra, sono state Milano e i nostri valori che sono corsi paralleli a unirci nel sentimento della condivisione.

Dunque, il funerale laico è finito.  Decido che, sì, prenderò anch’io una rosa da un mazzo abbandonato, la metterò – come tanti altri fiori – tra le pagine di un libro.  Osservo due troupe televisive che continuano il collegamento da Largo Greppi, una delle due giornaliste ha scelto di indossare una camicia rossa. Mi appoggio al muretto che si affaccia sull’ingresso della metropolitana e accendo una sigaretta.

Per uscire di casa, ore prima, avevo scelto un tubino rosso per il quale non ho alcuna simpatia e ancora mi chiedo perché l’ho comprato. Ha una coda asimmetrica che non mi fa sentire a mio agio, ma tant’è. Sopra, visto il freddo di questa a tratti gelida primavera, un giacchino in tono di pile, asimmetricissimo, preso in prestito la sera prima dalla mia amica Paola, praticamente costretta a mettere mano al deposito dei vestiti invernali per venirmi in cromatico soccorso. Al polso un orologio rosso ricevuto in dono da mio fratello, copia perfetta di non so quale marca. Unghie permanentemente laccate. Di rosso.

Dunque, sono lì che fumo e medito. Incrocio lo sguardo di un uomo che si avvicina con una piccola macchina fotografica digitale: «Mi scusi, le posso fare una foto? Lei è la sintesi di questa giornata». «Faccia pure, ma prima vorrei spegnere la sigaretta». Poi, lui e io, ci siamo seduti sulla panchina che circonda il grande albero davanti al Teatro Strehler e ci siamo raccontati, in dense pillole, le nostre vite.

Stamattina, ecco arrivare la foto. Con un messaggio mail che si chiude così: «Hai notato quante cose ci accomunano: Milano… i suoi personaggi – i luoghi ameni – Dante – la visione politica. Tutto questo scoperto in pochi attimi non è strepitoso? (…)

Con simpatia Sandro».

P.S. Non trattasi di tacchinaggio, garantito.

P.S.2 Tra le cicche in terra non c’è la mia.

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5 thoughts on “Storia di una foto nella Milano in rosso

  1. Mi accorgo in questi giorni che Milano era nella mia vita da prima che cominciassi a frequentarla, che decidessi di trasferirmi qui, cosa che peraltro ho fatto solo nella mia età matura. I miei ricordi da adolescente e giovane sono tutti legati ad una Milano vissuta da lontano, quando un Gaber o un Dario Fo o una Franca Rame o Jannacci decidevano di “scendere” a Napoli per portarci gli umori, i pensieri di un’altra Italia che sentivamo come più emancipata, più “avanti”, fonte di grande ispirazione per le nostre vite. E oggi scopro che anche persone che vivevano Milano da altri punti d’Italia (Urbino …) crescevano e si nutrivano degli stessi valori ….. vite parallele unite dal “sentimento della condivisione”, un pensiero che mi conforta molto …., ha ragione Sandro, il tuo “giovane” amico, in questa foto sei la sintesi di tutto cio’…. l

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    • Cara Paola, quando ho letto dell’abito rosso ho sorriso stupefatta pensando a quanto la vita a volte sia fatta di coincidenze legate ad un oggetto, nel tuo caso..un abito rosso. Il racconto è bellissimo, quello che scriverò io non sarà all’altezza ma sono sicura che ti farà molto piacere. Quando mi hai ospitato in via Pasquale Paoli, una mattina eri tutta in fibrillazione perché dovevi andare al Palazzo di Giustizia
      per un’intervista al pool di mani pulite, non ricordo bene chi in particolare dovevi intervistare, mi ricordo bene però quanto eri emozionata. Non sapevi cosa mettere così pensai di darti una gonna scozzese rossa che a me aveva portato fortuna agli esami. Mi ricordo che ti ho guardata dal balcone partire in taxi, mi sentivo un pò orgogliosa pensando che in qualche maniera contribuivo anch’io al buon esito dell’intervista. Anni dopo sei venuta tu qui da me a Milano e faceva un caldo porco. Ti diedi un vestitino rosso di cotone leggerissimo un po’ etnico un po’ Cappuccetto rosso. Ho ancora la bella cartolina dell’Abbadia di Fiastra che mi spedisti in cui mi parli proprio del vestitino rosso e di come quel vestitino ti rammentava una bella amicizia. Un abbraccio P.
      .

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  2. Cara Paola, carissima. Mica solo la gonna scozzese e il vestitito rosso arancio ricamato? No, no. Anche una magnifica giacca rossa che, malgrado sia diventata stretta sul seno (nel frattempo cresciuto) è sempre, indelebilmente, nel mio armadio. Andavo a intervistare Di Pietro. Posso pubblicare questo tuo messaggio sul blog? Se sì, mi piacerebbe lo facessi direttamente tu. Ti abbraccio. Io sto regalando tutte le cose che ho comprato, quelle che mi sono state donate costituiscono il mio inseparabile tesoro. Grazie, Paola

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