Grandi cappelli, profondi sentimenti: il coraggio di aprire la scatola delle foto

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Mariagrazia e la sorella Lauretta, in braccio alla mamma Augusta (riproduzione Francesco Cianciotta)

di Mariagrazia Sinibaldi*

…eh …eh …sì …il solito vecchio scatolone portato, su, dalla cantina a casa e lasciato in un angolo per un bel po’ di giorni… in attesa del momento giusto. Fuori c’è scritto, ben grosso ed evidente: FOTO.
Cosa troverò, stavolta, capace di portarmi indietro nel tempo (ma sopratutto quanto indietro) e di trascinarmi in una ridda di pensieri spaiati, considerazioni vaganti… conclusioni… previsioni?
Per aprirlo, questo scatolone, bisogna aspettare il momento giusto, ci vuole tempo a disposizione, bisogna non avere paura, sono necessarie pazienza, una forte carica di buon senso, una buona quantità del solito ottimismo… e tanto, tanto, tanto senso dell’umorismo.
Insomma è una sorte di congiunzione astrale, il momento giusto che sto aspettando… Ed eccolo, quasi per magia, dopo una mattinata grigia, piovosa, noiosa; eccolo che inaspettatamente arriva IL MOMENTO!
Mi accomodo in un angolo del letto, lo scatolone sistemato su una sedia, accanto a me e con un trepido sospiro apro e comincio.
La solita confusione. Il grigio di foto antica mi attira: gente sconosciuta, un signore con abito a quadri, pantaloni alla scozzese, paglietta in mano e bastone… una signora con cappello immenso, vestito appena alle caviglie ma con grandissime maniche arricciate alle spalle, la vita stretta; anche lei un bastone. In mezzo a loro un “fratozzo”.
Lo sfondo: un sentiero che si inerpica in mezzo a rocce… No, non li riconosco, ma so chi sono, perché ricordo il momento: “chi sono, Nonna?” e la risposta: “siamo tuo nonno ed io”. “E il frate?”. “Non è un frate, ma un padre benedettino… siamo a Subiaco… Facevamo una escursione al sacro speco di San Benedetto… Vedi, continuò nonna, portavamo vestiti sportivi (quasi a scusarsi per la lunghezza della sua gonna)… il mio, lo ricordo, era di velluto verde (oggi al Sacro Speco ci si arriva facilmente in macchina, abiti comodi, freschi d’estate, caldi d’inverno. Fatica? Zero!).
E il mio pensiero comincia a vagare… Nonna Emma e nonno Beppe (lei carica di antenati, lui buon sangue rosso) e le loro quattro figlie (da maritare): Maria, la saggia; Iole, la bella; Augusta (mia mamma), l’indomita; Gina, la piccola viziatissima.
Splendida famiglia! Meravigliosi nonni… adoratissime zie!
La foto è bella… forse la metterò in cornice… e la metto da parte.
Pigramente immergo le mani nello scatolone e faccio scivolare tra le dita tutti quei cartoncini, piccoli e grandi, che sono le foto, come fanno i bambini con la sabbia sulla riva del mare. Finché un cartoncino formato cartolina si ferma tra il medio e l’anulare. La guardo e la riconosco… sì ecco avevo 7 anni e la signora piccola e grassoccia che mi tiene per mano è Zipì… Ricordo…
Già… Zipì… parente… no… non parente, ma parente di parente… Zipì per tutte noi nipoti: sorella del marito di una sorella di mamma (attenzione, prego, a tutte queste giravolte di parentele che girano intorno alla mia vita). La sorella di mamma è zia Maria, la saggia; professoressa di matematica (Dio, da quante sicure bocciature ci ha salvato, a tutte noi!); lui, zio Riccardo, impiegato di banca, capelli candidi sempre perfettamente in ordine, le scarpe lucidissime; Zipì, appunto, sua sorella, maestra elementare che mi ha insegnato le tabelline.
Vivevano insieme; niente figli e tutti e tre in adorazione di fronte a noi nipoti.
Fine 1941… Dio mio… che periodo, quello!
Papà in guerra dalla fine di aprile (Albania… Montenegro…).
13 maggio, Sant’Emma sul calendario: onomastico di nonna… la casa piena di gente che faceva gli auguri a nonna… Lauretta, la mia sorellina di 13 mesi, con la manina aggrappata a una sedia, mi vide e mi sorrise, staccò la manina e venne da me, facendo i suoi primi passetti da sola. A fine agosto scoppiò a Roma una epidemia di poliomielite e Lauretta si ammalò e… non camminò più.
Di quelle ore ho ricordi indelebili e terribili: mamma, seduta, che guardava Lauretta che si contorceva sul tappeto in una apparentemente ingiustificata crisi isterica che in realtà era la prima manifestazione della malattia. Non avevo mai visto mamma con un viso così sconvolto… e per la prima volta nella mia piccola vita mi sentii sola… e il giorno dopo un grande andirivieni per casa di medici e parenti, e un sussurrio carico di tensione: nessuno parlava a voce alta… E zia Maria che mi portava via, a casa sua per un periodo indefinito… Ed io che mettevo la testa tra i battenti della porta della camera di noi bambine per salutare Lauretta, che stava stesa sul letto, abbracciata alla bambola, le gambine dritte dritte, abbandonate. Mi vide e, come sempre, mi sorrise.
Papà ottenne un permesso speciale di tre giorni e tornò dal fronte, giusto il tempo di abbracciare Mamma e Lauretta.
Io non lo vidi, io ero a casa di zia Maria non abbandonata, ma sola. Non sono mai stata abbandonata in tutta la mia vita, ma sola sì, di quella solitudine sottile che ti assale in mezzo alla gente.
Papà tornato al fronte, non trovò nessuno dei suoi compagni d’armi: tutti prigionieri o morti durante un’azione. E fu così che terribilmente, ferocemente la malattia di mia sorella salvò la vita di papà.
Mamma, Augusta l’indomita, ha lottato tutta la vita, aiutata da papà in un legame inscindibile, perché Lauretta, malgrado il suo handicap potesse vivere una vita completa. E c’è riuscita…

Mariagrazia ha una vita intensa e, da sempre, la passione per la scrittura. L’ha ritrovata e coltivata negli ultimi tempi grazie al computer che, con ostinazione, ha imparato a usare. E’ già pronto il racconto sulla sorella Lauretta, che nonostante le difficoltà dovute ad una grave malattia ha conseguito molti e importanti traguardi. Ma sempre, quasi fosse un’impronta familiare, con la forza della volontà e del sorriso. Non perdetevi tutti gli altri capitoli della Mariagrazia story sul nostro blog. (Paola Ciccioli)

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2 thoughts on “Grandi cappelli, profondi sentimenti: il coraggio di aprire la scatola delle foto

  1. Bellissimo pezzo, sembra di assistere ad uno di quei film in bianco e nero, come le tue foto, che raccontano storie di famiglie più o meno ingarbugliate…Il tuo modo di raccontare è sempre accattivante, ironico con un pizzico di malinconia. Brava!

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