Antimafia, sei donne che “portano addosso la gioventù della libertà”

Valentina Fiore di “Libera Terra Mediterraneo

di Nando dalla Chiesa*

L’antimafia è donna. Davanti a queste sei limpide storie è impossibile non ripetersi con meraviglia quel che si è pensato davanti alle insegnanti che dalla Lombardia alla Sicilia smuovevano i monti negli anni Ottanta, anticipando il paese di un decennio almeno. O quel che si è sussurrato agli amici, sempre in quegli anni, vedendo eserciti di lettrici affollare le biblioteche dove venivano presentati i libri contro la mafia (non erano molti, allora). O quel che è parso verità manifesta, cristallina, nell’epoca dopo le stragi, quando in Sicilia fiorivano i sindaci donne, coraggiose staffette di una storia che sembrava si fosse messa a correre. O il pensiero salito muto in gola fissando centinaia di donne e madri e figlie e mogli e fidanzate e sorelle alle marce di Libera, il primo giorno di primavera di ogni anno. O quel che si è finalmente teorizzato davanti alle storie maestose e commoventi delle “Ribelli”, le donne che hanno sfidato la mafia per amore. E che poi si è ripensato guardando con affetto intenerito e clandestino le proprie allieve che affollavano i corsi e i laboratori di antimafia in università.

Rosaria Capacchione, Valentina Fiore, Cinzia Franchini, Maria Carmela Lanzetta, Lucrezia Ricchiuti, Maddalena Rostagno. In rigoroso ordine alfabetico, perché omaggiare il principio di anzianità qui sarebbe una bestemmia, e non per galateo, ma perché sono tutte donne giovani. Portano addosso la gioventù della libertà e del coraggio di guardare il mondo in faccia. E di parlare un linguaggio di verità. Sei nomi, sei storie diverse, che affondano in momenti e luoghi differenti della vita nazionale. (…)

Fanno il loro dovere, ci mancherebbe, sindaco o vicesindaco, giornalista o autotrasportatrice, manager delle cooperative o creativa per il Gruppo Abele. Mica si tirano indietro. Non ci fosse la mafia starebbero bene, cento volte meglio. E alla mafia non vogliono legare la loro identità, perché nessuno ama specchiarsi in chi gli fa ribrezzo.

* Questo è un estratto della prefazione di Nando dalla Chiesa al libro Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie di Ludovica Ioppolo e Martina Panzarasa (Transeuropa Edizioni, 2012). «Due giovani donne anche loro – scrive il docente di Sociologia della criminalità alla Statale di Milano -, che ho avuto la fortuna di seguire nei loro studi e di ritrovarmi poi accanto nell’attività di ricerca».

Una Risposta

  1. E’ molto importante scrivere e raccontare come vivono le donne nei territori di mafia. Chi ha storie o ricordi da scrivere dà voce al silenzio. Da Gomorra in poi, si parla sempre di meno di criminalità organizzata. Ela nosta terra è distrutta, la crimini
    nalità dà salari ai giovani per uccidere o spacciare, fa prostituire donne e ragazzini. Il silenzio è una colpa

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