Recidiva con dolo: sull’inopportunità di tornare al Fuorisalone

FUORISALONEdi Elena Novati*

Eccoci, anche quest’anno la settimana del Salone del Mobile e dell’annesso Fuorisalone di Milano è giunta al termine ed è corsa via in un turbine di persone appartenenti ai poli opposti della categoria competenza: da una parte gli esperti e dall’altra gli arroganti possessori di macchine fotografiche. Potrebbero sembrare due poli non opposti, per nulla in relazione, invece calzano perfettamente con il contesto del quartiere Tortona, centro nevralgico del Fuorisalone. La solita trovata ingenua del “facciamoci un giro”, pur sapendo che il rischio misantropia sarebbe stato lo stesso, se non maggiore, rispetto all’ultima visita effettuata alla precedente edizione, ha portato la sottoscritta, di ospite straniera provvista, ad avventurarsi nuovamente tra le viuzze del quartiere: giuro, non lo faccio più.

La folle idea è nata dalla notizia dell’arrivo della mia ospite, architetto (di quelli veri, senza reflex come appendice corporea e con due lauree magistrali, oltretutto) e già precedente visitatrice del Fuorisalone. La sua esperienza passata al Fuorisalone la si potrebbe riassumere in poche righe: non avendo trovato nulla di interessante nell’edizione 2012, si convinse presto dell’opportunità di andare a mangiare; scoprì la mozzarella in carrozza e salvò la giornata grazie alla cucina italiana della quale è assoluta estimatrice. Certo del Fuorisalone non ebbe fulgidi ricordi, ma proprio per dare una seconda chance alla creatività, ormai divenuta fil rouge dell’evento, ha deciso di riprovarci. Ora: non funziona con un uomo, figurarsi con via Tortona, ma ho accettato la sfida e le ho chiesto espressamente di darmi pareri il più tecnici possibili durante la visita ai vari espositori.

All’arrivo, lo devo ammettere, ci avevo sperato: povera mente semplice e ingenua che sono, perché mai sarebbe dovuto cambiare qualcosa? Infatti eccoci qui, prese dall’entusiasmo dei primi passi all’interno del quartiere (ma potrebbe anche essersi trattato del primo colpo di sole della stagione, visto il caldo sole che splendeva nel cielo), i primi due espositori propongono soluzioni innovative e promettono di essere i luoghi della creatività pura per gli architetti del futuro: ora, io non sono del mestiere, ma ho visto una serie infinita di opuscoli dello studio espositore (spero fossero almeno riciclabili), pochi pezzi esposti e per niente innovativi, a meno che ideare un lavabo identico a quello della toilette di un aereo sia segno distintivo di estro creativo. Per essere certa di poter proseguire nella mia critica, mi sono premurata di domandare alla mia ospite cosa ci fosse di nuovo o ecologico (altro must assoluto dell’odierno vocabolario del designer/architetto) in quello che, di espositore in espositore, ci stava passando davanti agli occhi. La risposta è stata: «Niente. Non c’è niente e in un momento di crisi come questo mi sorprende davvero la totale mancanza di un pensiero critico, rivolto a una politica del riciclo o dello smaltimento a impatto minimo dei materiali utilizzati».

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Foto di Elena Novati

Molto poco convinte procediamo nell’esplorazione dei cortili e degli showroom, attorniate da una folla sempre in crescendo, munita di pesanti reflex al collo, occhiali spessi, camicia abbottonata sino all’ultimo bottone (ma respirano davvero?), pantaloni con risvolto e scarpe molto simili a espadrillas o troppo eleganti per sembrare a loro agio sotto certe trovate fashioniste. Tanti gli stranieri, gli unici forse interessati a capire un minimo la vera essenza di alcuni progetti esposti; il resto è presto diventato un solo unico vortice di personaggi in cerca di visibilità, una gara al ribasso nella decenza del minimo senso estetico accettabile, una mancanza assoluta del soggetto reclamizzato dall’evento: il design. L’escalation di assurdità ha raggiunto il suo apice quando una fashion-visitatrice (di gonna-tenda trasparente munita) ha cinguettato dietro le mie spalle: «Oh, questa è la mia vasca dei sogni, as-so-lu-ta! È così ricca, rimanda un po’ alla Bohème». Ah la classica vena innovativa della Bohème… un evergreen, un must… insomma: tutto very cool. Improvvisamente un faro nella notte: una bocciofila in una delle vie limitrofe e intasate di gente. Ebbene sì, l’unica nota positiva della giornata è stata la visione di uno sparuto gruppo di arzilli settantenni focalizzati esclusivamente sul gioco. In mezzo a tanta gente che si affannava per essere diversa, fuori dagli schemi e tristemente (inconsapevolmente, mi auguro) tutta uguale, i veri ribelli erano loro: polo a righine, cappello, caffè e occhi sul campo. Non avevo una reflex, ma una foto sgranata col mio cellulare gliel’ho fatta lo stesso: se la sono meritata.

*Elena Novati si descrive così: “iscritta al corso di laurea in Psicologia dei Processi Sociali Decisionali e dei Comportamenti Economici. Appassionata ma assolutamente non esperta di design, amo i libri (quelli ancora di carta: l’odore di un libro nuovo è insostituibile dal kindle), non resisto ai puffi (passione sfrenata), mi diletto in cucina e poco sopporto l’irragionevolezza dei bigotti e di coloro che hanno la memoria corta. C’è chi mi trova solo ipercritica ma personalmente preferisco definirmi consapevole di ciò che non mi piace: cosa non si dice pur di tirare acqua al proprio mulino…”

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