«L’immigrazione è un po’ come Internet: apertura, dinamismo, opportunità»

Laura Boldrini

Tre domande, e tre risposte, per dire buon lavoro alla presidente della Camera

di Giulio Di Luzio*

Con quali ordini di grandezza possiamo definire il ruolo dei media nella percezione della figura del migrante da parte dell’opinione pubblica?

«Un ruolo assolutamente determinante. Parlando con le persone ci si trova spesso di fronte a un duplice atteggiamento. Alcuni sostengono che gli immigrati siano troppi, che portino insicurezza e dunque devono essere rimandati a casa. Poi iniziano i «distinguo», che riguardano però chi ha avuto esperienza diretta con loro. Infatti, precisano, «tranne la persona bravissima che si occupa di mia madre», «tranne la ditta dei muratori rumeni che sono venuti a fare lavori a casa» e la lista si allunga. Dunque, sono due piani di percezione, quello mediatico che influenza la reazione immediata e quello basato sulla conoscenza diretta, che ha un’altra prospettiva».

(…)

Soprattutto il piccolo schermo sembra promuovere e privilegiare una narrazione problematica e tenebrosa del fenomeno migratorio nel nostro paese, oscurandone le positività.

«Devo dire che per mia esperienza ho constatato in questi quindici anni che il sistema mediatico, per usare un gergo, ha «bucato» la tematica migratoria. Si è soffermato sugli aspetti ovii e più allarmistici di questa grande questione e solo raramente è riuscito a darne un senso di completezza, restituendo all’opinione pubblica il cambiamento sociale che questa presenza implicava.

Gli italiani hanno fatto un po’ da soli, hanno capito che la società italiana stava cambiando per esperienza diretta. Certo non sono stati aiutati né dalla politica né dai media. A volte senza neanche accorgersene hanno messo in atto forme spontanee di integrazione, che cominciano dall’accompagnare i figli a scuola e parlare con le mamme di bimbi stranieri, per continuare col dividere in fabbrica il posto di lavoro con lavoratori provenienti da altri paesi e così via. In questi anni ho avvertito questa doppia marcia: da una parte i dibattiti televisivi statici, che riproducono slogan e affrontano il tema in termini di sicurezza, e dall’altra il mondo reale, che ha maturato questo senso di cambiamento e convivenza».

(…)

Migrazioni come terreno di scontro ideologico e propaganda. Quale sforzo di deontologia deve fare la politica per uscire dalle secche di questa deriva?

«Penso che per uscire dalla politica della paura bisogna avere una politica dell’immigrazione, una visione dell’immigrazione, dell’asilo, una prospettiva. In mancanza di questo si ricorre alla paura. Ritengo che l’immigrazione sia un po’ come internet: apertura, dinamismo, opportunità. Internet ci dà la possibilità di essere ovunque, pur essendo a casa nostra. L’immigrazione ci dà la possibilità di avere il mondo vicino. Dunque sono due fenomeni simili, l’uno facilita l’altro. Come si fa a pensare di bloccare tutto questo? E’ inconcepibile, è una ricetta che non può dare alcun risultato, così come internet non si può bloccare, ma si può regolare, gestire. Ritengo che si esce da questa dimensione della paura nel momento in cui si valorizzano le opportunità dell’immigrazione, mettendo in risalto il valore aggiunto di questa presenza.

Andrea Camilleri in un incontro tempo fa mi disse: “Io sono un bastardo culturalmente parlando, sono un meticcio, ho imparato dagli arabi, dai francesi, dai russi. Se oggi riesco a lavorare come faccio, è perché ho attinto ovunque”. Questo è il messaggio che deve passare, che non ci si impoverisce culturalmente, non si perdono le proprie radici se si impara dagli altri, ma si diventa migliori, più completi, equilibrati, più italiani. Non perdiamo nulla, ma ci guadagniamo tutti».

 

* Giulio Di Luzio è l’autore di “Brutti, sporchi e cattivi. L’inganno mediatico sull’immigrazione” (Ediesse). Nel libro è contenuta una sua intervista alla ex portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), dal titolo: “10 domande a Laura Boldrini”. Qui ne abbiamo riportato una sintesi.

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