Sottane e poesia

Antonella Compagnucci in ufficio

Antonella Compagnucci al lavoro in ufficio

di Antonella Compagnucci*

Gentile direttore Andrea Giampietro,

la ringrazio infinitamente per l’invito che mi ha rivolto nel disquisire un tema tanto insolito, quanto importante, titolato: sottane e poesia.

In verità sono stata molto indecisa nell’ accettare o meno tale incarico, poiché un tema del genere presuppone un pubblico particolare, pratico di cose appartenenti ormai  a epoche remote. Occorre anche un pubblico capace di discriminare il significato delle parole, che non cada in facili accostamenti  che mi lascerebbero l’amaro in bocca.

Comunque, dopo un’attenta disanima della questione, ho deciso di accettare il suo invito (in verità poi gli inviti si accettano sempre), soprattutto per mettere a disposizione del pubblico la mia esperienza di vita riguardante appunto: sottane e poesia.

Sono inoltre sicura che sua nonna Erminia potrà capire e apprezzare le mie riflessioni e questo mi spinge ancor più ad una serietà nello sviscerare tale argomento.

Partirò dalle sottane che è stata la prima occasione del mio interesse artistico.

Iniziai a cucire subito dopo aver partorito mio figlio Matteo: ero a casa, sentivo il bisogno di un’attività  artistica che rendesse meno banali le mie giornate. Non che stare in casa con un figlio sia banale, intendiamoci, ma io avevo studiato tanto (ho studiato fisica) e nello stare tutto il giorno in casa mi sembrava un po’ di perdere tempo.

Fu a quell’epoca che imparai a fare la sarta: progettare, tagliare, imbastire e finalmente realizzare il modello.

Qualche anno dopo iniziai la “filiera” sottane. Uscivo dal lavoro e sembravo come pazza: mi precipitavo a casa a realizzare sottane. Sottana verde bosco, sottana a scacchi tipo kilt, sottana di lino, sottana nera di panno (quel modello in realtà mi venne un po’ démodé ).

Purtroppo da allora sono ingrassata: all’epoca confezionavo sottane taglia 42 e ora porto la 46 per cui non le posso più indossare. Giacciono tutte rigorosamente nel mio armadio, in fila ordinata e, se vuole, un giorno possiamo fare una visita guidata e così le mostrerò i miei gioielli.

Del resto se Alessandro Quasimodo dona i vestiti di Maria Cumani (sua madre) al museo Pitti un motivo ci sarà (fatte le debite e sempre invocate opportune distinzioni fra me e Maria Cumani).

C’è stato anche uno spazio per pantaloni, camicie e giacche; anche un cappellino alla Sherlock Holmes per mio figlio, ma poi come la vena sartoriale era venuta, così sfumò.

Nel frattempo il lavoro di fisico aveva iniziato a scricchiolare, non trovando più quell’interesse che avevo un tempo.

A poco a poco mi resi conto che negli anni avevo sempre scritto dei versi, frasettine smilze, incompiute, mancanti di qualcosa per così dire; però avevo scritto. Fu in quello stato di disagio che iniziai a rimettere insieme tutte le frasi e frasette che avevo diligentemente appuntato negli anni precedenti, anche nel periodo in cui confezionavo sottane.

Una volta terminata l’opera di raccolta, mi rivolsi ad un amico che aveva una piccola casa editrice. Lui le lesse con interesse, ma mi rispose che se volevo pubblicare, ci dovevo ancora lavorare.

Rimasi malissimo e per un bel pezzo abbandonai sottane e poesia.

Ora non le sto a raccontare la mia evoluzione poetica, fatto sta che ad un certo punto anche io capii che sulle brevi frasi ci potevo lavorare e farne qualcosa di più compiuto.

Iniziai così a scrivere delle poesie più lunghe, con un inizio, uno svolgimento ed una fine generalmente connessa a qualcosa che imparavo (imparo) dalla vita.

Ho anche stampato un librino a mie spese (del resto la poesia è Grazia e ciò che si riceve gratuitamente si può solo donare gratuitamente) e partecipato a dei concorsi letterari.

L’ emozione più grande è stata sentir leggere due mie poesie da Alessandro Quasimodo (figlio di). Alla lettura della prima poesia ho anche pianto come un vitellino tagliato.

Comunque il connubio sottane e poesia l’ha fatto mio marito.

Infatti un giorno a tavola con due miei amici giornalisti se ne uscì dicendo: hai iniziato a scrivere poesie, dopo che hai smesso di fare le sottane.

Lì per lì rimasi molto offesa della cosa: mi sembrava svilente pensare che scrivere poesie fosse un’impresa paragonabile al fare sottane.

Ora che anche lei sig. Direttore mi ha svelato l’intimo rapporto che c’è stato nella sua vita tra sottane e poesia vedo la cosa secondo un’ottica diversa.

Fare sottane e scrivere poesia è il risvolto di un’unica medaglia.

Un estro artistico che ha principio in un’idea, un tempo di esecuzione e un tempo non meno importante dedicato alla conclusione dell’opera.

Forse direi che la sottana dà più soddisfazione, perché la si può indossare, mentre la poesia è più difficile perché ci vuole qualcuno che la ami  e la indossi per te.

La poesia è più un intima soddisfazione del cuore.

Potrei  anche parlare del rapporto con le altre sottane: le sottane che cercano di sfruttare se stesse per conquistare il mondo e gli uomini che quando vedono una sottana si fanno abbindolare e non capiscono più niente.

Ma questo è un argomento che non trovo poi così interessante.

Se vuole, sarò lieta di ascoltare il ruolo fondamentale che la sottana ha avuto per lei nello scrivere poesia e sono certa che troverà le parole opportune per non svilire tale questione ed essere all’altezza di sua nonna Erminia e della sua bambina, di cui purtroppo in questo momento non riesco a ricordare il nome, se non che le somiglia moltissimo.

Ringraziandola infinitamente per l’opportunità che mi ha dato di ripercorrere una parte della mia esistenza, le auguro Buon Anno, certa che questo non è che l’inizio di una collaborazione utile e proficua (almeno per me).

Cari saluti, Antonella Compagnucci

Firenze, 31 Dicembre 2012

*Antonella Compagnucci, è sarta in Firenze e poetessa. Questo suo racconto è nato dall’amicizia, sbocciata su Facebook, con Andrea Giampietro, anche lui poeta e “direttore di se stesso”.

6 Risposte

  1. Non mi meraviglia che una fisica potesse appassionarsi nel confezionare sottane. Teniamo presente che gli antichi, certo non meno misogini di noi e anzi un tantino di più, attribuivano l’arte della tessitura, e insomma tutte quelle artiche Leopardi definiva “l’opre femminili”, alla stessa divinità titolare della sapienza e dell’intelligenza, che era una dea: Athena per i Greci, Minerva nell’interpretazione romana.

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  2. Grazie, Paola! E quando ci scrivi qualcosa di più approfondito su questo?

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  3. Cucire è meditare, permettere al mistero di tessere la tela che da te desidera.
    Antonella

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  4. 🙂 presto, se volete

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  5. Vogliamo sì!

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