Perché il 25 novembre è tutti i giorni

di Maria Elena Sini

Qualche giorno fa mentre andavo a scuola ho notato un enorme manifesto che pubblicizzava le diverse iniziative cittadine per la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Il primo pensiero è stato : come è possibile che oggi nel XXI secolo ci sia bisogno di una giornata per parlare delle violenze che vengono perpetrate nei confronti delle donne in quanto donne ? Purtroppo la morte di 115 donne nel nostro paese, vittime di “femminicidio”, termine brutto ma attraverso il quale appare chiaro che “violenza familiare”, “raptus della follia”, “delitto passionale” sono parole dietro cui si nasconde la volontà di normalizzare il racconto di un fatto di cronaca nonché il tentativo di considerare queste morti come gesti fuori dalla ragione rifiutando una lettura più complessa, sembra giustificare questa giornata.

Allora pare inevitabile e necessario mettere a fuoco il problema e considerare che la violenza sulle donne è la cima di un iceberg che affonda nella nostra cultura caratterizzata dal potere diseguale tra donne e uomini.

È importante riflettere sul fatto che il “femminicidio” spesso arriva a conclusione di storie in cui c’erano già i segnali della violenza fisica o sessuale, ma anche psicologica ed economica. Sette donne su dieci tra quelle che perdono la vita per mano di un uomo avevano già subito un atto di violenza e l’avevano segnalato. Ciò vuol dire che se nel nostro paese la discriminazione e gli stereotipi sui ruoli impediscono di riconoscere la violenza di genere, c’è molto da fare e ogni persona nell’ambito del suo lavoro e delle sue relazioni, le associazioni con le loro iniziative, le istituzioni attraverso i loro apparati possono contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica per cambiare la cultura patriarcale che ci domina e nella quale affonda le radici la “strage delle donne”.

Per questo mi pare giusto segnalare alcune delle numerose iniziative che hanno avuto luogo nella mia città in occasione di questa giornata.

Venerdì 23 novembre a Sassari, presso il Vecchio Mulino il tema “Se dire è fare. Riflessioni e pratiche politiche sulla violenza degli uomini contro le donne” ha visto l’incontro di numerose associazioni, pronte a lavorare in rete nell’intento comune di contrastare la violenza sulle donne attraverso la calendarizzazione di una serie di iniziative che consentano di tenere alta l’attenzione su questo argomento che non deve rimanere solo una giornata di commemorazione, ma deve invece essere assunto come un tema di rilievo istituzionale e divenire centrale nel sentire della città.

La serata si è aperta con gli interventi di Franca Puggioni (presidente provinciale dell’ARCI) che ha ricostruito la cronaca dell’omicidio di Orsola Serra e ha ricordato la figura dell’insegnante di Alghero uccisa un anno fa, e di Federico Zappino (dottorando in Scienze Sociali dell’Università di Sassari) il quale ha sollecitato il superamento del ruolo che la nostra cultura riserva ai maschi tramite una riflessione come quella avviata dall’associazione “Maschileplurale” che ha preso coscienza del fatto che la violenza contro le donne riguarda gli uomini.

Partendo dal modo in cui il quotidiano locale “La Nuova Sardegna” ha trattato l’omicidio di Orsola Serra, vivisezionata nei diversi articoli a lei dedicati, nella prima parte della serata si è discusso dello sciacallaggio mediatico, dell’ “insistenza pornografica”, come l’ha definita F. Puggioni, su aspetti della vita privata della vittima e della manipolazione dei fatti al semplice scopo di spettacolarizzare gli eventi. Si è ribadita la responsabilità dei giornalisti che hanno il dovere di rispettare la dignità delle persone e il loro diritto alla riservatezza senza aderire facilmente ai logori modelli che dominano la società. A questo proposito segnalo la proposta di F. Zappino per tentare di stilare, sul modello della “Carta di Firenze”, un decalogo relativo all’approccio che la stampa deve avere quando tratta casi del genere.

Questa prima fase della serata si è conclusa con l’affermazione che spesso alla base di tutto c’è la necessità di educare ai sentimenti e al rispetto delle differenze: dall’incapacità di gestire le emozioni infatti spesso dipendono gli episodi di violenza per mano degli uomini. Da insegnante vorrei sottolineare il ruolo che le scuole possono avere sia per un’educazione alla comprensione, decodifica e gestione delle emozioni, sia per avviare un’analisi semiotica della comunicazione, del linguaggio dei media e della pubblicità riguardo al corpo femminile.

Sono poi intervenute le numerose associazioni presenti che hanno fatto le loro proposte. Mi scuso in anticipo perché nella mia esposizione potrei averne dimenticata qualcuna o potrei non avere riportato la complessità di tutti gli interventi, ma, senza avere minimamente l’intento di privilegiare una associazione piuttosto che un’altra, ho provato a descrivere la ricchezza del dibattito e del confronto tra soggetti diversi che sono riusciti a dialogare in vista di un obiettivo alto.

Le prime a prendere la parola sono state Collettiva Femminista e noiDonne 2005, storiche associazioni di donne attive in città, le quali hanno promosso l ‘evento presso Il Vecchio Mulino. La prima ha posto al centro delle iniziative da svolgere nell’arco dell’anno la presentazione di due libri: “Cuore di preda”, un’antologia di poete che hanno scritto contro la violenza sulle donne curata da Loredana Magazzeni e “Sesso al lavoro” di Roberta Tatafiore curato da Bia Sarasini. La seconda invece ha deciso di puntare l’attenzione sul ruolo dell’educazione e della formazione per creare una maggiore consapevolezza sulle diseguaglianze di genere nelle nuove generazioni attraverso due spettacoli teatrali da rappresentare per le scuole: il primo, basato sulla rielaborazione di otto storie di donne, è tratto da un’opera di Dacia Maraini intitolata “Passi affrettati”attraverso la quale emergono le molteplici sfaccettature della violenza usata contro le donne nei più diversi contesti geografici e sociali ; il secondo intitolato “I maltrattanti” è uno spettacolo sceneggiato e rappresentato dai membri del “Il Cerchio degli Uomini”, associazione che promuove il cambiamento del maschile in sintonia con i mutamenti sociali degli ultimi decenni.

L’ARCI-Sassari ha proposto un reading dell’opera di Maram al Masri intitolata “Anime scalze” che propone storie di donne vittime di violenza ispirate alla realtà. Le poesie dell’artista siriana esprimono dolore ma anche dignità e volontà di resistere e vivere in libertà. L’ARCI propone inoltre la presentazione di un libro “Roberta Lanzino: ragazza”. Si tratta del primo fumetto italiano dedicato a una vittima di violenza maschile e racconta la storia di una studentessa universitaria per la cui uccisione, avvenuta il 26/7/1988 non c’è ancora una verità.

Emergency-Sassari ha ricordato il ruolo dell’associazione non solo sul fronte della medicina ma anche nella tutela delle donne attraverso il sostegno che presta alle vedove in Afghanistan, le quali non possono sopravvivere se non attraverso la carità, e l’insegnamento di corrette norme igieniche offerto alle madri Africane per prevenire le principali malattie.

Il Movimento Omosessuale Sardo ha proposto una riflessione sulla violenza che le donne lesbiche subiscono nella sfera pubblica attraverso la riproposizione di immagini stereotipate e fuorvianti e nella sfera privata attraverso le pressioni delle famiglie che cercano di ricondurre le donne omosessuali al ruolo assegnato dal loro sesso biologico e ha indicato le scuole come spazi nei quali formare le nuove generazioni contro il sessismo e l’omofobia. La loro iniziativa per continuare a parlare di violenza contro le donne nel corso dell’anno è una mostra fotografica di un’artista sudafricana che da un lato indaga il corpo della donna nera e le sue rappresentazioni usurate e conformiste, dall’altro affronta il tema dell’omosessualità che in Africa incontra una feroce repressione.

La voce delle donne dell’Africa è arrivata al Vecchio Mulino attraverso la testimonianza dell’ associazione Yakar che non ha ancora elaborato un’iniziativa specifica ma le sue rappresentanti, portatrici di una cultura diversa, hanno raccontato come nel loro paese sia normale che una donna sia sottomessa al maschio e l’arrivo in Italia apre spesso delle contraddizioni nelle relazioni con i loro compagni.

SE NON ORA QUANDO ha ricordato di aver scritto e lanciato l’appello MAI PIU’ COMPLICI volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne e ha rivendicato il ruolo di pressione esercitato insieme a GIULIA (la rete delle giornaliste unite, libere e autonome) sul mondo giornalistico per una lettura dei fatti più appropriata. In questa occasione ha centrato il suo intervento sulla scarsa applicazione e sulla poca efficacia delle leggi contro i maltrattamenti che in Italia esistono ma non riescono ad arginare i “femminicidi”. Propone quindi un incontro con Barbara Spinelli, avvocata e autrice del libro “Femminicidio” per discutere sulle responsabilità delle istituzioni.

L’associazione AICOS, nata per contrastare la prostituzione schiavizzata, ha proposto una riflessione sul “cliente” della prostituta attraverso un dibattito nel quale tentare di definirne l’età, lo stato civile, la classe sociale. Ha proposto anche un’indagine esplorativa attraverso delle eventuali interviste anonime per capire la molla che spinge questi uomini a uscire di casa la sera per cercare delle donne sulla strada.

L’associazione L. POLANO, che prende il nome dall’importante uomo politico e senatore sardo antifascista, nasce per custodire e trasmettere la storia del movimento operaio e del movimento delle donne. Non a caso quindi ha proposto la visione del film “Bordertown” di G. Nava: si tratta di un’opera di denuncia sociale, ispirata ad una storia vera, che racconta una serie di femminicidi avvenuti al confine tra Messico e Stati Uniti tra le lavoratrici di una fabbrica di televisori.

L’associazione “Donne in Carrelas”, nata su face book nel momento in cui un gruppo si è accorto della scarsa presenza delle donne nella toponomastica delle città e dei comuni italiani, ha fatto suo lo suo scopo di sollecitare le amministrazioni al dovere della memoria intitolando strade e città a donne di rilievo locale, nazionale o internazionale segnalate dagli iscritti al gruppo, al fine di contribuire al riequilibrio culturale e storico del ruolo della donna nella società. L’intestazione di una strada può essere considerato una sorta di risarcimento nei confronti di donne dimenticate promuovendo quella visibilità che finora è mancata loro.

Attraverso la proposta avanzata da questa associazione e accolta nella seduta del Consiglio Comunale del 6 luglio 2012, la città ha dato un importante segnale contro la violenza sulle donne intitolando, proprio domenica 25 novembre, una piazza appena realizzata alla dottoressa Monica Moretti, vittima dieci anni fa della violenza di genere per mano di uno stalker con il quale era venuta in contatto nell’esercizio della sua professione di medico.

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