Orsola, uccisa anche dal non giornalismo

di Maria Elena Sini

Più o meno un anno fa moriva Orsola S., un’insegnante di Alghero, cittadina in provincia di Sassari. Quella mattina i suoi alunni e i colleghi la aspettavano a scuola, ma lei, solitamente puntuale, non si presentò. Più tardi arrivò a scuola una telefonata della famiglia per comunicarne il decesso. Il padre infatti, insospettito dal suo silenzio, usando un mazzo di chiavi di riserva, era entrato nel suo appartamento e l’aveva trovata sul letto senza vita, con una corda attorno al collo e con indosso solo la biancheria.

Orsola è morta, ma da allora non riposa in pace: sin dall’inizio di questa vicenda il quotidiano locale, La Nuova Sardegna, ha pubblicato sue foto private senza alcun ritegno, ha insistito su dettagli pruriginosi, ha indugiato su dettagli relativi alla sfera sessuale e ha usato un tono che lasciava intendere torbide abitudini, senza tenere in alcun conto il dolore della famiglia e delle persone che le volevano bene.

Per la sua morte c’è un imputato, e sabato 13 ottobre 2012 La Nuova Sardegna online ha pubblicato un articolo relativo al processo in corso nel quale riferisce che, secondo il perito di parte, all’origine dell’omicidio potrebbe esserci stato un gioco erotico e forse per questo motivo l’articolo era accompagnato da una foto della vittima in atteggiamento seducente e vestita in maniera provocante, quasi volesse suggerire che la disponibilità di Orsola ai “giochi erotici” potesse almeno in parte giustificare la sua fine atroce.

Questo ennesimo insulto alla dignità di una donna, che in ogni caso è una vittima, abbandonata freddamente da una persona che ha condiviso con lei gli ultimi momenti, ha provocato la reazione di Franca Puggioni, collega di Orsola, che spinta dall’indignazione e dal disgusto, ha scritto una lettera al giornale contestando la scelta della foto e il tono allusivo dell’articolo e nella quale sottolineava che «queste scelte offendono la memoria di Orsola e la sua dignità, ma offendono tutte le donne che sentono in questa insistenza “pornografica” un giudizio sottinteso: in fondo se l’è cercata».

La lettera molto sentita ed efficace pubblicata sul giornale e su facebook ha ricevuto centinaia di consensi, numerosissime condivisioni e ha innescato un partecipato dibattito, segno che l’opinione pubblica è sensibile a questo argomento ed è infastidita dall’utilizzo privo di scrupoli di materiali privati e stanca di subire la manipolazione dei fatti per spettacolarizzare gli eventi .

Il risultato della mobilitazione è stato il ritiro della foto incriminata dalla versione online del giornale e una lettera da parte del vice capo redattore del giornale che ha tentato di giustificare la scelta editoriale dicendo che «tutti usano foto femminili per vendere i giornali, è un errore del mestiere dal quale non sono immuni nemmeno le donne giornaliste che sono le prime a non ribellarsi al clima da caserma che spesso si respira nelle riunioni di redazione. A giocarci anzi con tipico cinismo femminile».

Le parole del giornalista hanno provocato la reazione di Collettiva Femminista, storica associazione femminista sassarese, che ha commentato: «È appena il caso di rilevare come questa osservazione, questo neppure velato rimprovero alle giornaliste che non si ribellano per prime al sessismo dei giornali in cui lavorano, corrisponda perfettamente a una vecchia modalità di colpevolizzazione delle donne che ogni giorno vediamo rifiorire. Ed è soprattutto il segno più evidente e tangibile di una non sopita misoginia, conscia o inconscia che sia poco importa. Se è consentito, ci permettiamo di dissentire e di non dar credito a questa lettura così parziale e comoda (per i giornalisti maschi)».

Sebbene successivamente il giornale, sommerso dalle lettere, si sia scusato, questa triste storia è un esempio del maschilismo che permea gli articoli di cronaca, come quando si insiste sulla lunghezza delle gonne delle ragazzine o delle donne stuprate, in giro fino a notte fonda, magari anche ubriache o sotto l’effetto di droghe: tutti elementi che hanno l’obiettivo preciso di distogliere l’attenzione dal fatto che degli uomini – dei maschi – abbiano esercitato violenza su di loro.

I giornalisti hanno un’enorme responsabilità perché i fatti che raccontano hanno una grande diffusione e pertanto non dovrebbero facilmente aderire agli stereotipi che dominano la società, ma anzi dovrebbero combatterli e non legittimarli attraverso la pubblicazione

Chi ha la possibilità di essere ascoltato da molti ha delle precise responsabilità: deve fare attenzione alle parole che usa e deve selezionare accuratamente le immagini che le accompagnano. Non è corretto pubblicare immagini allusive per vendere qualche copia in più se la persona interessata è morta e non si può difendere, e non può essere una giustificazione dire che le foto in questione erano disponibili su facebook. Nel momento in cui appaiono su un quotidiano, in un articolo che pretende di raccontare i fatti, assumono una rilevanza enorme, si invade una sfera eminentemente privata: le immagini (che spesso non aggiungono niente alle eventuali indagini in corso) vengono mostrate solo per esprimere morbosamente un giudizio morale che non tiene conto minimamente dei cambiamenti sociali e culturali che hanno investito anche la sessualità delle donne.

Prima di diffondere immagini e notizie i giornalisti dovrebbero chiedersi se sono essenziali per l’interesse pubblico e misurare la loro libertà di informazione con il rispetto e la tutela del decoro delle persone coinvolte.

Io, come l’autrice della lettera che ha aperto un interessante confronto in Rete, ero una collega della vittima e so che anche se lei aveva dei comportamenti eccentrici, parlava ad alta voce e vestiva in maniera vistosa, fondamentalmente era una persona molto fragile e vulnerabile che poteva essere facilmente raggirata da persone prive di scrupoli e che ha fatto una fine atroce, «vittima di un’idea violenta di dominio di cui anche certi articoli di cronaca allusivi e irrispettosi sono espressione». Orsola ha pagato un prezzo altissimo per la sua mancanza di difese, per la sua ingenuità, e oggi, attraverso la violazione della sua sfera più intima, continua ad essere massacrata dai pregiudizi e dai luoghi comuni della nostra società imbevuta di pervicace maschilismo.

Contagiati da un certo voyerismo si dimentica che la sua vicenda rappresenta uno dei tanti femminicidi che ad oggi, solo in Italia e solo nel 2012, sono ormai più di 100 : più di 100 donne uccise da uomini. Relazioni sentimentali finite o malate, amori sbagliati, storie di soprusi e sopraffazione che purtroppo a volte sfociano nella violenza estrema del delitto.

Se si aggiungono le donne scomparse e quelle ammazzate per ragioni legate alla criminalità, la lista si allunga, si arriva quasi a una vittima ogni due giorni. Davanti all’emergenza causata da tanta violenza è giusto aspettarsi che l’informazione non sia complice involontaria e nei suoi racconti ci restituisca interamente i volti, le parole, le storie di tutte queste donne.

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7 thoughts on “Orsola, uccisa anche dal non giornalismo

  1. IL LAVORO DEI GIORNALISTI CHE’ DOVREBBE ESSERE INFORMAZIONE E’ DIVENTATO PURO PETEGOLEZZO!!!!!!! LA LIBERTA’ DI STAMPA NON DEVE ESSERE DIFFAMAZIONE O CIRCOLAZIONE DI INFORMAZIONI PERSONALI!!!!! E’ VERO!!!!!! BASTA!!!!!! OGNI VOLTA VIENE CERCATO TUTTO L’ALBERO GENEALOGICO DELLA VITTIMA DI TURNO O PARTICOLARI FAMILIARI CHE’ NON INTERESSANO A NESSUNO SE’ NON AI PETTEGOLI COME LORO!!!!! CHE’ VERGOGNA!!!!!

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