«Babbo mi ha insegnato…»

Silvia con il babbo, Nazareno Re

di Silvia Re*

Carissime compagne e carissimi compagni,

grazie, anche a nome di Francesca e di tutta la famiglia, per essere venuti qui oggi per ricordare e onorare mio padre. In questi mesi senza di lui la cosa che più mi è mancata sono le nostre chiacchierate, vere e proprie discussioni, a volte eravamo anche in disaccordo ma alla fine, col senno di poi, aveva ragione lui.

Le nostre lunghe chiacchierate sul divano di casa mia prima e, poi, nei lunghi mesi della malattia, in ospedale, spaziavano dal semplice commento delle notizie date dal telegiornale o lette sul quotidiano, alle attività e iniziative dell’Anpi. L’incarico ottenuto e i nostri viaggi all’Anpi Nazionale, a Roma, erano diventati per lui motivo di orgoglio e per me occasione per trascorrere tempo insieme e per condividere valori e idee. Ricordo ancora con quanto entusiasmo mi parlava dei suoi progetti, delle iniziative da realizzare, durante l’ultimo viaggio fatto insieme aveva tirato fuori dalla sua borsa mille fogli sottolineati e aveva trascorso tutto il tempo a leggere, studiare, pensare.

Mio padre era così, ha speso tutta la sua vita lottando per gli ideali in cui credeva. E la sua lotta è stata sempre durissima, senza tregua, fatta di impegno fisico, spirituale e mentale. Nemmeno la malattia è riuscita a minare il suo entusiasmo. Mia madre mi ha sempre raccontato delle loro lotte nel ’68 a Camerino, di come fosse riuscito a trascinare tanti giovani in quelle battaglie fatte di ideali e di giustizia. E poi l’impegno nel Partito, poi ancora con l’Arci, poi con la Regione Marche, con l’Anpi, ma non riuscirei a citare tutte le sue iniziative. Forte è stata la sua dedizione ai progetti per la pace (da Cuba alla ex-Jugoslavia, alla Palestina) e la sua promozione di questo grande ideale, che oggi più che mai sembra una chimera, è passata attraverso la promozione della cultura.

Mio padre ha avuto la grande capacità di comprendere e farci comprendere che esiste nel mondo, e anche nel nostro vecchio continente, un vuoto ideale spaventoso; la vera indipendenza dei popoli non consiste nelle armi, nelle barriere doganali, nelle limitazioni, negli embarghi, bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, nelle istituzioni culturali e in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa si che ogni popolo sappia contribuire alla vita spirituale di altri popoli. È quindi nostro dovere salvare quello che di divino e umano esiste ancora nella travagliata società presente.

Quello che mio padre mi ha lasciato, ci ha lasciato, è un testamento morale fatto di impegno e tenacia e privo di qualsiasi compromesso. Nella sua vita si è trovato più volte in situazioni difficili e le ha sempre affrontate con animo sereno perché sapeva che sarebbe stato solo lui a pagare, solo con la sua fede politica e con la sua coscienza. «Vivere vuol dire essere partigiani. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti». Mio padre è stato testimone di queste parole di Gramsci, le ha vissute, ha lottato per questo e ci ha lasciato in eredità la consapevolezza che non dobbiamo mai rimanere indifferenti. Di fronte a nulla. Un giorno, quando ancora era in ospedale, al telegiornale mostrarono le immagini degli attivisti animalisti che salvavano i cani dal canile lager di Green Hill, e di fronte a quelle immagini mi disse: «Sai, se fossi stato bene, se fossi riuscito, io ci sarei andato. Sarei andato lì e avrei fatto lo stesso». Mio padre era così, non rimaneva mai indifferente. Di fronte a nulla.

Quante volte poi abbiamo parlato della Costituzione, babbo era così orgoglioso di andare nelle scuole per portare alle giovani generazioni quella Carta Costituzionale e per trasmettere loro il sentimento del rispetto e della difesa di quegli articoli. Ci sono due articoli che più di tutti mi riportano alla mente le lotte combattute e vinte da mio padre. Il primo è l’art.3 che al comma 2 recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione a tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il secondo è l’art.34 , commi 1 e 3: «La scuola è aperta a tutti. (…) I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Solo quando questo sarà raggiunto si potrà dire che la formula contenuta nell’art. 1, «l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro», corrisponderà alla realtà.

La Costituzione è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, umana e della sorte comune, che se va a fondo va a fondo per tutti. È la Carta della nostra libertà, della nostra dignità di uomini. Come disse il Presidente Scalfaro nel suo discorso di insediamento non dobbiamo mai dimenticare che anche se schierati dalla parte della libertà, marchio qualificante della dignità dell’uomo, noi non abbiamo pagato quella Carta. Abbiamo la fortuna di goderne ma tanti altri non solo non la votarono ma la pagarono, e tanti la pagarono con la vita. Babbo mi ha insegnato che ad essa devo dare il mio spirito, devo farla vivere come una cosa mia, devo metterci dentro, proprio come lui ha fatto, il senso civico, la coscienza civica. La nostra democrazia deve trovare nuova forza e può rigenerarsi solo sui valori fondamentali dell’uomo. L’articolo 2 della Costituzione parla di diritti inviolabili dell’uomo che la Repubblica riconosce e garantisce. Per riconoscerli occorre che vi siano, per garantirli occorre sacrificarsi senza limite alcuno, senza ostacolo, senza riserve.

La Costituzione e tutto quello che Babbo ha fatto per difenderla sono un testamento. La nostra Costituzione è una sfida alla visione pessimistica dell’avvenire, alle critiche della cosiddetta “antipolitica”. Essa afferma due principi solenni: conservare della struttura sociale esistente tutto ciò e solo ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza. Pietro Calamandrei diceva: «Se volete andare in pellegrinaggio dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Ecco, mio padre è stato uno di quei partigiani che hanno vissuto e lottato per difendere la nostra libertà e dignità. Prima di addormentarmi ogni sera ringrazio Babbo per il dono più grande, il modo in cui mi ha insegnato a vivere.

Un partigiano olandese, condannato a morte, scrisse nell’ultima lettera indirizzata al padre: «Per rendere migliore il mondo dobbiamo cominciare da noi stessi». L’esperienza vissuta da babbo nell’Anpi, insieme a voi, lo ha reso e ci ha reso persone migliori. Vorrei ringraziarvi tutti, dal Presidente nazionale, alla sede regionale di Ancona fino alla più piccola delle sedi Anpi. Vorrei potervi ringraziare tutti, uno a uno ma conosco i nomi di solo alcuni di voi, quindi vi prego di perdonarmi se non riesco a farlo personalmente abbracciando ognuno di voi. Ma sappiate che vi sarò sempre grata per aver regalato a mio padre degli anni meravigliosi, intensi, pieni di affetto e di soddisfazione per gli obiettivi che insieme avete raggiunto.

Spero che i giovani che lo hanno conosciuto, e che babbo amava come figli, possano portare avanti i suoi, anzi i vostri, ideali di custodia e attuazione dei valori della Costituzione, della democrazia, e spero che i giovani, con il loro instancabile entusiasmo, si spendano nella promozione della memoria di quella grande stagione di conquista della libertà che fu la Resistenza.

Grazie a tutti voi, per l’affetto, per le parole, per gli abbracci con cui mi avete riempito il cuore e grazie a nome di tutti i cittadini italiani per quanto fate quotidianamente per tutti noi. Ogni vostro gesto è un seme che germoglierà nelle coscienze e nello spirito delle generazioni future.

Grazie

* Silvia è la figlia di Nazareno Re, intellettuale rigoroso e presidente dell’Anpi Marche, scomparso il 7 luglio all’età di 65 anni. Questo è il ricordo che ha fatto di suo padre aprendo la commemorazione che si è tenuta ieri ad Ancona.

*AGGIORNAMENTO DEL 4 GIUGNO 2014

NazarenoL’11 giugno, in ricordo di Nazareno  Re, si terrà  un incontro all’università di Macerata sul diritto al lavoro e i giovani. Intervengono, tra gli altri,  Susanna Camusso e padre Alberto Maggi.

«Il progetto è promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche, della comunicazione e delle relazioni internazionali in collaborazione con ANPI, l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Macerata, dalla Regione Marche, da Marche Film Commission, dai Comuni di Ancona e di Macerata, dall’Arc Cinema».

(Paola Ciccioli)

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9 thoughts on “«Babbo mi ha insegnato…»

  1. Non lo conoscevo, ma sono sicuro che sia stato un uomo speciale. lo dimostra sua figlia, Tuo padre vivrà. Attraverso te, attraverso la costituzione, attraverso noi e le nostre lotte e fintanto ci saranno uomini che si emozioneranno tra i sentieri delle montgne pensando alla grandezza di chi tra quei monti ha riscattato un popolo intero. Mi hai commosso. Grazie.

    Guido

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    • Grazie a Lei,
      non ci conosciamo ma attraverso le Sue parole, che sono espressione del sentire più intimo, mi è arrivata la Sua vicinanza.
      La ringrazio per l’ apprezzamento e ricambio questo abbraccio virtuale
      Silvia Re

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  2. ciao ragazze non ho conosciuto PERSONALMENTE vostro padre ma in molti suoi pensieri da te trascritti Silvia..rivedo il mio .Anche lui ci ha lasciato 2 anni fa’ ..era un po’ piu’ grande del vostro, di 10 anni. Le idee , i valori e i principi di vita pero’ erano gli stessi.Lo piango e sentiro la sua mancanza a vita perche uomini buoni e giusti come lo sono stati i nostri babbi vanno pianti e rimpianti…vi abbraccio con affetto e dolore condiviso . Chiacchiarini Ornella Arcevia ANCONA

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    • Carissima Ornella,
      io sono figlia unica, nel mio discorso parlo al plurale riferendomi alla “famiglia” dell’ Anpi che mi ha tanto sostenuta come mi sostiene sapere che Lei ha provato e prova i miei stessi sentimenti.
      Concordo con Lei: persone come i nostri padri sono un esempio di vita a cui guardare sempre con orgoglio.
      Ricambio il suo abbraccio con affetto
      Silvia Re

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  3. Cara Silvia,ti chiami come la mia deliziosa nipotina. Che brava ragazza sei, la tua lettera in ricordo del tuo grande babbo, mi ha molto commosso. Vi ammiro.Ti auguro di mantenerti sempre così buona, appassionata e piena di alti sentimenti civili. Un pensiero affettuoso da una nonna, appunto.

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  4. Un abbraccio virtuale.
    Se c’è una cosa che non si dimentica è l’esempio ricevuto da chi abbiamo tanto amato. Bello poter rivolgersi ad un padre con tanta dedzione e tanto amore. Avanti tutta, per un futuro migliore, partendo dal migliorare noi stessi.

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