Equitalia, la banca, lo scippo nella metro: Mariagrazia, sei tutte noi!

Mariagrazia Sinibaldi

di Mariagrazia Sinibaldi

Certo la storia non è poi tanto lunga, ma tra anticipi e posticipi, antefatti e postfatti, cause e conseguenze, lungo sarà il racconto. E, chissà, sarà addirittura a puntate o capitoli o episodi.
Chiamiamolo come ci sembrerà più opportuno, ma solo alla fine.                 La storia (o meglio il suo antefatto) comincia così: a metà aprile mi arriva da Equitalia (e tutti sappiamo quanto è cattiva Equitalia), mi arriva, dicevo, una missiva piuttosto minacciosa, che se non pago entro un certo giorno, e nemmeno tanto lontano, una cifra esorbitante, non so che cosa di epico mi toccherà sopportare. È la vigilia della mia partenza per il mitico viaggio Milano/Roma/Olanda/Roma/Milano, e non voglio, no, proprio non voglio che niente e nessuno disturbi con minacce più o meno velate il mio gradevole stato di grazia. L’unico rimedio che mi viene in mente è quello di prendere un biglietto Milano/Roma che costi il meno possibile e all’impiegata delle ferrovie, con tono accorato mi raccomando «il meno caro, il meno caro che c’è». E la signora, al di là del vetro: «ecco, ottima tariffa, ottimo orario». Io, rapida e decisa: «perfetto, lo prendo».
Il giorno della partenza, arrivo col dovuto anticipo alla stazione, il treno partirà in orario… ma guarda un po’ che stranezza, passa per Pavia! Pavia? E che c’entra Pavia? C’entra, c’entra perché questo mio treno seguirà il seguente tragitto: Milano, Pavia, Tortona, Genova, Livorno, Grosseto, Civitavecchia, Roma. Un intero pomeriggio shakerata ben bene.
Comunque è stato tra Roma, Olanda, Roma (battesimo del nipotino nuovo, riti religiosi e rinfreschi compresi), è stato – ripeto – un mese di beata, incosciente serenità.
Sì, ne avevo proprio bisogno!
Il ritorno a Milano è rapidissimo: il biglietto è stato acquistato da Marco che non si fida di me. A casa, mentre disfo la valigia comincio a prendere coscienza della questione Equitalia, e insieme alla coscienza comincia il solito rosario dei miei «oh dio». Tre magliette nel cassetto del comò (oh dio); due pantaloni nell’armadio (oh dio); tre paia di scarpe mai usate nel bagno (oh dio, dio mio). Dopo mezz’ora sono completamente squagliata.
Ma un grave dilemma mi attanaglia: vado domani martedì 12 o dopodomani mercoldì 13? La mia decisione è rapida, come sempre: vado domani 12, anche se martedì. Con due dita, per non esserne contaminata, recupero l’incartamento Equitalia e lo sistemo in bella evidenza per non dimenticarlo, e imbottita di pillole per dormire, guadagno il letto e dormo, grazie a dio.
L’indomani mattina (e io l’ho sempre detto che martedì e venerdì, 13 e 17 sarebbe bene che non esistessero nemmeno nel calendario, nemmeno nel vocabolario) martedì, dicevo, a ore antelucane mi avvio verso Equitalia, certo dopo aver coscienziosamente scritto il programma della giornata, elaborato nottetempo, durante il sonno.
1) Equitalia: e che dio me la mandi buona!
2) Bancomat a piazzale Loreto per ritirare euro per andare dal…
3) Parrucchiere, e questa sì che è una bella sosta!
4) Andare a pagare il mio grosso debito… anzi, fammi prendere il libretto degli assegni.
E vado.
A Equitalia aspetto pazientemente il mio turno col numeretto in mano e… oh meraviglia! La signorina che sta al di la del vetro è la quintessenza della gentilezza e della comprensione. Mi procura una sedia, data la mia veneranda età, mi ascolta con cortese attenzione, impasticcia un po’ sul computer: «ma no signora, non è successo niente, non succede niente, ma no signora viva tranquilla (forse non mi trovo nel posto giusto, forse questa non è Equitalia) ma ecco, piuttosto non perda più nemmeno un mese, sennò… (ah, eccola qui Equitalia!)».
«No no – rassicuro io tutta virtuosa – no, le assicuro non succederà più, lo prometto», e mi sento come una bimba che esce dal confessionale (ego te absolvo…) tutta perdonata, tutta piena di buone intenzioni, e tutta felice.
Seconda tappa: bancomat. Scesa dalla metro alla fermata Loreto, comincio la mia scarpinata sotterranea tra scale mobili non funzionanti, e scale nemmeno mobili, per arrampicarmi in superficie.
Ma mi sento leggera (effetto dell’ego te absolvo?), quasi saltello, e infine l’ultima scala, lassù c’è il sole e, sempre più leggera, e infine arrivo al sole! E ti credo che mi sento leggera…
Sono più leggera! MI HANNO RUBATO IL PORTAFOGLI.
Questo è il fatto incontrovertibile.
Il resto della giornata? Sarà un’epopea. Ed entrerò nel mondo delle conseguenze.
CARTESIO, ovvero alla sua ricerca.
Da adesso in poi non sono più disavventure, ma drammi: e non ci sarà più spazio per le risate, forse qualche sorrisino qua e là, e da parte mia qualche «oh dio», ma senza il vivo affanno di sempre, al contrario, con uno svuotamento interiore così disperante! «Oh dio!», così disperante! E tutti quei pensieri, che non sono pensieri ma flash che non lasciano spazio ad una cartesiana organizzazione del ragionamento. E tra i tanti flash evanescenti e indecifrabili eccone uno ben corposo: devo andare a pagare i miei più di mille euro! Ed ecco Cartesio che si fa avanti: devo pagare… ERGO… ho il libretto
degli assegni, che non ho più perché era nel portafogli rubato.
Mi trovo sulla soglia della MIA banca (anche se il conto è nella filiale di Cologno). Un sussulto di gioia! Ecco chi mi aiuterà! Ecco chi metterà in ordine i miei pensieri! E mi catapulto dentro.
L’ambiente è chiaro, asettico, perspex e alluminio anodizzato: chiare le pareti, chiare le sedie, chiare le scrivanie. Però che stranezza, non ci sono ombre, Ah già, la luce è diffusa! Ma dove sono finite le belle banche di una volta, con il mobilio in noce scuro e i pannelli di vetro smerigliato? Le lampade a braccio con le campane di vetro verde? Ci si entrava con un certo timore reverenziale, accolti da impiegati gentili e pieni di sussiego, impiccati in giacca e cravatta anche in pieno agosto, senza nemmeno il refrigerio dell’aria condizionata. Qui invece un’impiegata gironzola qua e là, e poiché mi guarda con espressione interrogativa le espongo il mio catastrofico problema: ma no, lei non può niente: «si rivolga là», e «là» è un bancone che divide “zona clienti in attesa” da “zona lavoro impiegati”. Mi metto in attesa. E intanto un’altra volta i miei pensieri si ingarbugliano.
E quando, finalmente un impiegato alquanto sciamannato e annoiato mi rivolge la parola, ancora una volta sono senza fiato. Il nostro colloquio è all’osso:
Lui: «siiii».
Io: «mi hanno rubato il portafoglio!».
Lui: «ah».
Io: «c’era il libretto degli assegni!».
Lui: «ah».
Io: «bisogna bloccarlo».
Lui: «ha il conto qui?».
Io: «alla vostra filiale di Cologno».
Lui: «e io che posso fare?».
SI GIRA SU SE STESSO E SE NE VA
Ed è qui che comincia la vera tragedia!
Stordita, come se avessi ricevuto una botta in testa (ma forse ERA una botta in testa), esco dal luogo asettico e improvvisamente è come se mi trovassi (e certo MI TROVO) dentro una sfera, (quindi senza punti di riferimento, non un angolo, non una spigolo) una sfera, dicevo, di vetro scuro in una penombra penosa, in un silenzio assordante, isolata, sola in questo mio mondo, mentre fuori c’è la luce accecante di un mezzogiorno estivo, il rumore del traffico convulso, il polverone e gli odori sgradevoli di un centro città: la vita.
Quanto tempo sono rimasta così? Secondi? Minuti? Ore? Non lo so. So solo che come un ingranaggio mal oliato, facendo cro-cro a ogni scatto, il cervello si rimette in moto e faccio le mie considerazioni: so di essere sola, senza soldi, senza documenti ma che qualcosa di utile è ancora in mio possesso:
l’abbonamento della metropolitana e ragiono che l’unica sbocco per me è tornare tra le quattro mura di casetta mia! E vado.
Cullata dalla sferragliante metropolitana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

AGGIORNATO IL 20 MARZO 2017

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3 Risposte

  1. Mi dispiace per la disavventura, ma indubbiamente una grande narratrice!!!

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  2. Stavolta ha superato se stessa, davvero. Me lo aveva fatto leggere in aereo mentre tornavamo dalla Sardegna e mi era rimasto fisso in testa: la verità che contiene, la sofferenza mista all’ironia… La lingua, l’immaginazione della scrittura. Ne faremo delle belle.

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  3. Ho letto il tuo racconto,veramente divertente,però rimane il fatto ,grave ,che l’impiegato nulla ha fatto per tutelare un cliente della Banca,anche se di una filiale diversa .Andrebbe fatta una segnalazione al D G della Banca.
    Maria Pia

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