Donne libere e in carriera. Un altro “modello imposto”?

La responsabile tedesca della famiglia Kristina Schröder attaccata per il suo libro contro le femministe: basta dirci come dobbiamo vivere

di Elena Tebano, Corriere della Sera, La ventisettesima ora

Quando è stata nominata, due anni fa, Kristina Schröder è diventata il più giovane ministro di sempre della Germania. Ed è stata anche la prima ad avere un figlio mentre era in carica, l’anno scorso.

Adesso la 34enne cristianodemocratica responsabile del dicastero tedesco «per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani» ha pubblicato un libro sulla condizione delle donne, insieme alla sua collaboratrice Caroline Waldeck.

Un esempio di donna emancipata, a cui tutte guardano come un modello, viene da pensare. E invece la Schröder è riuscita nell’impresa di far infuriare la maggioranza delle tedesche, e una petizione online contro di lei ha già raccolto oltre 24 mila firme.

La colpa è proprio del libro, «Danke, emanzipiert sind wir selber. Abschied vom Diktat der Rollenbilder» («Grazie, siamo già emancipate da sole. Diciamo no alla dittatura dei ruoli», edito da  Piper), in cui rimprovera alle «femministe» di propagandare un modello carrieristico e oppressivo, invece di lasciare le donne libere di scegliere la vita che vogliono.

L’accusa non è nuova, e riecheggia quella circolata in Italia in questi anni nel dibattito sul corpo delle donne. In un contesto del tutto diverso, anche a Lorella Zanardo è stato ingiustamente rimproverato di voler insegnare alle donne come vivere, perché ha criticato l’immagine riduttiva delle femminilità in tv o gli stereotipi sulle donne.

Davvero criticare il modello dominante imposto alle donne significa proporre un’idea restrittiva di come «devono» essere?

Kristina Schröder dice di imputare la stessa cosa ai conservatori, ma spiega di essere «delusa soprattutto dalle femministe. Proprio loro, che hanno sempre predicato l’emancipazione e l’autodeterminazione della donna, portano avanti una concezione del mondo in cui le donne appaiono come vittime dei ruoli di genere e delle consorterie maschili, solo come il sesso discriminato e svantaggiato», scrive.

La Schröder, dopo aver descritto la situazione delle donne in Germania — dove c’è la più alta disparità in Europa tra salari femminili e maschili — sostiene che il dominio femminista sul dibattito sul genere blocca il progresso reale delle donne, trasformando ogni tentativo di accordo in una battaglia ideologica. E chiede che le decisioni sulla vita di famiglia siano considerate solo una questione «privata»: le madri devono poter rimanere a casa senza sensi di colpa, se lo desiderano.

«Invece di discutere di come dobbiamo vivere, sarebbe molto più sensato parlare di come vogliamo vivere», afferma.

È venuto il momento di smetterla con questa guerra di modelli — intima — e di rendersi conto che «le diverse posizioni nel discorso sui ruoli e la vita delle donne non devono essere più accompagnate da una pretesa di superiorità morale e intellettuale, ma dalla consapevolezza che si tratta di un giudizio basato su inclinazioni personali».

Niente più ideologia, ma libertà reale, dunque: è questo il problema?

La reazione sulla stampa tedesca e sul web è stata pressoché unanime. L’autorevole settimanale Die Zeit ha intitolato il suo articolo sul libro «Schröder scrive la sua dichiarazione di bancarotta», mentre il quotidiano moderato Sueddeutsche Zeitung ha scritto che dopo la lettura «il suo fallimento politico diventa evidente: perché, dato che è la ministra competente, non fa niente per cambiare la situazione?». Anche una petizione online contro la ministra, firmata da oltre 24 mila persone, ha replicato che i problemi delle donne tedesche non sono una «questione privata legata alle capacità di scelta individuali», ma di «discriminazione strutturale» e le ha chiesto di fare «quello per cui è pagata, con i soldi delle nostre tasse», una politica che permetta una «migliore conciliazione tra famiglia e lavoro», comprese l’introduzione delle quote rosa a cui la Schröder è ferocemente contraria.

«Quello che ci serve sono più posti all’asilo», dice Susa Riemenschneider di Düsseldorf, 41 anni, insegnante di tedesco, una figlia adolescente e un’altra di tre anni. «Invece il governo da gennaio 2013 intende dare 100 euro al mese ai genitori che non mandano al nido i figli sotto i tre anni, ma stanno a casa per educarli». Facile immaginare che quei genitori saranno soprattutto donne che rimarranno ancora più a lungo lontane dal lavoro.

Al di là del caso tedesco, viene da chiedersi quanto conti lo scontro di modelli culturali per combattere le ineguaglianze sociali.

Secondo la Schröder niente, anzi, fa solo danni: basterebbe lasciare le donne libere di scegliere. Eppure gli individui non si muovono in uno spazio libero e vuoto, ma sono condizionati da una serie di aspettative. Uno di questi è il concetto, tutto teutonico, di «Rabenmutter» (letteralmente significa «madre corvo»), cioè di madre degenere. «Una madre degenere, per esempio, è quella che lascia il figlio nelle mani di estranei, invece di prendersene cura personalmente. Mi sono resa conto che questo stereotipo conta anche per me», spiega Susa. «La mia prima reazione di fronte a una conoscente francese, che è tornata a lavorare affidando a una tata il figlio di un anno, è stato: ma come può? Poi mi sono resa conto che su questo c’era una differenza culturale».

E infatti mentre in Germania solo il 14% delle donne torna a lavorare a tempo pieno dopo il primo figlio e solo il 6% dopo il secondo, in Francia lavora il 60% delle madri con figli piccoli e hanno una tata i due terzi delle famiglie in cui entrambi i partner lavorano. La differenza più impressionante, però, è all’interno della stessa Germania: mentre nell’Ovest è diffusa da sempre l’idea che i figli devono stare con la mamma, la ex Ddr – dove prima della caduta del Muro le donne erano spinte a tornare al lavoro poche settimane dopo il parto – ha lasciato in eredità una maggiore disponibilità di nidi. Ancora nel 2010 all’Ovest solo il 3% dei bimbi sotto i tre anni trovava posto all’asilo, mentre nell’Est la percentuale saliva al 37%.

Il risultato: un più alto tasso di maternità e insieme dei partecipazione femminile al lavoro.

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