Ma che genere di critiche…

di Pierluigi Battista

Tutto può essere oggetto di critica del ministro Fornero (non «la» Fornero, Fornero e basta) tranne che il suo essere donna. E invece soffia un vento sessista nel lessico che accompagna e soprattutto delegittima il ministro cui il governo Monti ha affidato la responsabilità di affrontare questioni delicatissime e già appesantite da una imponente zavorra ideologica. Una donna che si permette non di dare un semplice parere, ma di assumere un ruolo decisivo a proposito di mercato del lavoro e di articolo 18? Un rischio in più, per molti dei suoi interlocutori, dei suoi detrattori (e detrattrici), dei suoi avversari. E persino per qualche collega di governo, come il sottosegretario Polillo, che non si è risparmiato battute salaci in tv su Fornero «icona di una fontana che piange».

Se piange, vuol dire che è una donna fragile e insidiata da un tasso di emotività eccessivo, sembra il sottinteso. Anche il leader della Cisl Bonanni sostiene di aver visto Fornero «agitata». E del resto sono le donne che, secondo lo stereotipo del maschio italiano, si «agitano»: sono impressionabili, hanno la lacrima facile, ipersensibili, inadatte ad affrontare temi così incandescenti come il mercato del lavoro. Bonanni è un recidivo della diffidenza sulla donna Fornero. Un mese fa la bollò come una «maestrina». Non avrebbe mai dato dei «maestrini» a Monti o a Polillo, per dire, perché è la «maestrina» pignola e petulante quella della tradizione secondo la quale le donne sono sempre inaffidabili e umorali.

O forse deve essere un tic sindacale, se la stessa Susanna Camusso si disse costernata perché una donna come Fornero aveva usato parole sull’articolo 18 che non le erano piaciute: come se una donna, per essere tale, dovesse essere naturalmente per l’intangibilità dello status quo e non per la sua riforma. Oppure se il leader della Uil Angeletti ha parlato di Emma Marcegaglia come di una «signora» certamente più a suo agio nei salotti che non nell’agone dove si discute di argomenti seri sul lavoro e i lavoratori, più familiare con la consueta e innocua canasta che non nel conflitto aspro e rude tra le parti sociali.

È ovvio che Fornero può essere criticata per ciò che sostiene, ci mancherebbe. Ma la critica di genere, come usa dire, non rientra negli argomenti decentemente sostenibili.

In un dibattito, poi, che fa entrare abusivamente nozioni impegnative come «diritti fondamentali» e solenni come «battaglia di civiltà» per dare enfasi a una posizione spesso conservatrice e immobilista, la critica a una persona basata sulla sua appartenenza al genere femminile appare ancora più stridente e anche un po’ odiosa. Cose da «maestrini» che si impancano a depositari della ragione non emotiva, si potrebbe dire per contrappasso: ma senza nemmeno averne i titoli.

E senza capire che la delegittimazione sottile, impastata di sottintesi e luoghi comuni, come se la politica fosse cosa da «uomini» addestrati e non da donne che si «agitano» sottrae qualcosa agli stessi sessisti impenitenti. Chiusi in un mondo piccolo piccolo, con poca e scarsa consapevolezza che fuori dei nostri confini il loro linguaggio apparirebbe sconsolatamente arcaico. Altro che fontana piangente.

dal Corriere della Sera2 febbraio 2012  

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