Celle aperte, un obbligo per l’Amministrazione

Una nuova circolare del Dap prevede che in tutte le carceri italiane le celle siano aperte, con una netta separazione degli spazi in cui si dorme da quelli in cui si svolgono le attività diurne. Questa norma era già prevista dall’ordinamento penitenziario del ‘75 e da più di trent’anni è inattuata. La circolare trasforma questo diritto, sancito per legge, in una concessione e lo subordina al grado di pericolosità, prevedendo l’assegnazione di codici, bianco, verde, giallo o rosso. Celle aperte per i codici bianchi, chiuse per i codici rossi, oggetto di valutazione i codici verdi e gialli. Inoltre questi codici, dal momento dell’entrata in vigore della circolare, saranno una sorta di marchiatura che, accanto ai dati anagrafici e al numero di matricola, accompagnerà tutte le istanze e tutti i provvedimenti relativi a ogni singola persona ristretta. Abbiamo chiesto a Lucia Castellano, assessore del Comune di Milano ed ex direttrice del carcere di Bollate, un parere su questa circolare.
Dottoressa Castellano, che cosa pensa della filosofia di questa circolare? Solo chi ha commesso reati minori o si comporta bene ha diritto a una detenzione umana e a un percorso rieducativo, come sancisce l’art. 27 della Costituzione?
Ho letto l’ultima circolare del Dap e, dopo venti anni di lavoro nel sistema penitenziario, non posso nascondere tutte le mie perplessità, da più punti di vista. In primo luogo, applicare il criterio della premialità per concedere l’apertura della cella significa subordinare l’esercizio di un diritto alla concessione dell’amministrazione. Mi meraviglio che, dopo dodici anni dall’eliminazione del “colloquio premiale” e dal doveroso riconoscimento del diritto all’affettività non subordinato alla buona condotta, l’amministrazione faccia una clamorosa inversione di tendenza, subordinando addirittura il diritto al movimento all’interno del penitenziario al comportamento regolare. Non c’è bisogno di ricordare che l’ordinamento parla di locali di pernottamento e locali di soggiorno, intendendo che in alcuni locali si dorme, in altri si soggiorna. Questo vuol dire che l’apertura delle stanza è un obbligo per l’amministrazione e un conseguente diritto per il detenuto. La premialità viene riconosciuta dall’ordinamento quando si tratta di uscire dal carcere, non dalla stanza di detenzione.
C’è chi ha sostenuto che la sua Bollate è il riferimento della circolare del Dap, l’esempio da perseguire. Ci si ritrova?
Non direi proprio. Ritengo che rispetto a Bollate, ma anche ad altri istituti, questa circolare rappresenti un notevole passo indietro. Il principio che sottende l’esecuzione della pena detentiva è quello di riconoscere al detenuto l’esercizio di tutti i diritti della persona compatibili con la limitazione della libertà personale e questo abbiamo fatto a Bollate, senza inventare niente ma solamente applicando la legge. La circolare in questione è l’antitesi di questo principio. Peccato che sul riconoscimento dei diritti fondamentali si basi il principio rieducativo, totalmente messo in discussione, a mio parere, da questa circolare.
Cosa può effettivamente cambiare negli Istituti italiani con questa codificazione in codici di colore diverso: bianco, verde, giallo, rosso e secondo lei è attuabile vista l’attuale situazione carceri?
Le perplessità sono anche di ordine pratico. Come è pensabile chiedere all’équipe, che a stento trova il tempo e le risorse umane per riunirsi e tracciare i programmi di trattamento, di decidere anche sui codici da applicare ai detenuti? Si può chiedere a direttori di carceri sovraffollate, con un numero di educatori risibile, questo ulteriore sforzo?
Il direttore del carcere di Poggioreale, dottor Giordano, dichiara: “Di fronte a una tollerabilità complessiva di 1743 detenuti oggi ne ospitiamo 2643. Aprire le celle? Ma come faccio in questa situazione?”. Lei che ne pensa?
Certamente sono condivisibili le perplessità del direttore di Poggioreale. Dap: l’apertura delle celle à un obbligo di legge, per il circuito dei detenuti comuni le stanze di detenzione restano aperte e vengono favorite le attività trattamenti in modo da evitare l’ozio, che è antitetico alla funzione rieducativa della pena. Questo è il mio pensiero, avendo sperimentato questa possibilità per nove anni, con 1.100 detenuti, compresi gli autori di reati sessuali.
Nel 1993 vennero già emanate le prime disposizioni per creare circuiti carcerari differenziati, ponendo le basi per lo sviluppo della custodia attenuata. Questa circolare va in questa direzione?
Quanto ai circuiti differenziati, ritengo che la circolare che li ha istituiti sia stata un’ottima soluzione proprio per avviarsi su quel percorso di bilanciamento tra funzione retributiva e rieducativa della pena detentiva, che è il cardine della filosofia dell’esecuzione penale. L’ultima circolare stravolge, a mio parere, questo principio. E mi lascia perplessa il mancato riconoscimento di un’esperienza come quella di Bollate, e di altri istituti, che rappresentano la prova che è possibile garantire al detenuto l’esercizio dei diritti fondamentali senza che ciò comporti pregiudizio all’ordine e alla sicurezza. È da questi esperimenti che bisogna partire, con un po’ di coraggio e il desiderio di applicare la legge, nella sua interpretazione costituzionale.
Esiste un’Europa delle carceri? Che caratteristiche ha? Quanto è configgente con i tagli e i pareggi di bilancio del governo Monti?
Mi auguro che il nuovo governo affronti il problema carcerario con la consapevolezza che non c’è bisogno, almeno nel breve periodo, di ulteriori riforme. Basta applicare le leggi che ci sono, dentro e fuori dalle mura (mi riferisco alle misure alternative e alla loro attuale applicazione ancora molto parziale). Non sarà risolutivo del problema, ma ci porterà in Europa con maggiore dignità.
di Susanna Ripamonti da Carte Bollate gennaio-febbraio 2012

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