Sindaco Vincenzi, lei è inadeguata

di Francesco Merlo

Se il sindaco di Genova Marta Vincenzi avesse ordinato la chiusura delle scuole non ci sarebbero stati quattro morti. Sarebbero salve sia le mamme sia le bambine. Perché dunque la signora non si calma e non riconosce l’errore invece di sostenere che l’allarme della Protezione Civile non doveva essere preso sul serio?
La Vincenzi addirittura dice che dar seguito a quell’allerta sarebbe stato (l’ignobile parola è sua) “terrorismo”. Fare il proprio dovere è terrorismo? Invitare i propri cittadini a “stare a casa perché diluvia” significa spargere il terrore? Tanto più che dopo il nubifragio, davanti ai morti, la Vincenzi ha parlato invece di “tsunami”. Prima ha sottovalutato per incompetenza e poi ha sopravvalutato per discolparsi. Prima ha negato il pericolo per non correre il rischio – ovvio ad ogni allarme – del troppo rumore per nulla. Poi lo ha ingigantito sino all’enormità dello tsunami per non correre il rischio – niente affatto ovvio – di pagare per quelle vite annegate, di vedersi accollata la responsabilità politica e morale della tragedia. È una meteorologa a corrente alternata, anzi é una meteoropatica: “sente” il tempo secondo i propri umori, lo piega ai propri interessi.

Il punto è che la Vincenzi sia prima sia dopo, soprattutto dopo, si è dimostrata drammaticamente inadeguata. E nel dopo il giudizio diventa sempre definitivo. Giuliani divenne un grande sindaco tra le macerie delle due torri, nell’emozione, nel panico e nel sangue freddo. Perciò la Vincenzi dovrebbe essere rimossa non dall’acqua che porta via tutto, anche gli innocenti, ma dai leader del suo partito, non dal dolore furioso della piazza ma dal senso di responsabilità della politica. E invece la difendono e le permettono di dare la colpa alle vittime, di straparlare – non è un tragico scherzo – di “danno autoprodotto”.

Il sindaco farfuglia così: “Tante persone si sono messe in pericolo da sole”. Leggiamola insieme questa frase: la Vincenzi vuole dire convintamente che quelle madri e le loro bambine si sono suicidate? E piange la Vincenzi mentre esprime queste enormità, mentre commette questo vilipendio di cadavere. Dice in sostanza che se lo sono andato a cercare, ed è la stessa tesi di chi pensa che le belle donne attirano gli stupratori, che i rapinati non devono portare l’orologio al polso e il portafoglio in tasca… che la colpa è sempre delle vittime.
E il pianto irrita ancora di più perché ribadisce l’inadeguatezza del sindaco. Piange infatti su se stessa. E vengono in mente le immagini di Benahzir Bhutto e di Sonia Ghandi che, durante i consueti infiniti diluvi d’Asia, stavano in mezzo al fango, con le gambe nell’acqua. Di asciutto avevano solo gli occhi.

Sempre le tragedie mettono a nudo gli uomini nella la loro grandezza e nella loro piccolezza. Purtroppo a Genova l’acqua si è portata via anche il soprannome di “SuperMarta”. Continua infatti la Vincenzi sostenendo che le persone “non hanno capito che nei massimi sistemi, nei meccanismi che regolano il mondo è cambiato qualcosa”. E ci risiamo con le parole grosse che rimpiccioliscono le responsabilità. “E che cavolo può fare un sindaco?”. E “non dovevano andare a prendere i bimbi a scuola proprio a quell’ora”. E “se avessimo chiuse le scuole avrebbero accompagnato i bimbi dai nonni che sono stonati e li avrebbero trascinati in posti pericolosi”.

Come si vede l’autodifesa è cosi pasticciata e strampalata da risultare autolesionista. Lasciamo perdere l’idea dei nonni rimbambiti. Ma se davvero la gente deve farsi esperta di “massimi sistemi” e deve auto-amministrarsi che ci sta a fare la Vincenzi, a che serve un’etero-amministrazione se è necessaria l’auto-amministrazione?

La signora Vincenzi sragiona, ed è anche male consigliata. Ci vorrebbe un atto di intelligenza politica e di forza morale. Lo dovrebbe fare la sinistra istituzionale e non la gente arrabbiata che ha il diritto di sfogarsi anche con un po’ di ingenerosità. La verità è che Marta Vincenzi vale Gianni Alemanno che aveva definito “terremoto” una mattinata di pioggia su Roma (un morto). Ma lo tsunami è peggio del terremoto. Fa infatti duecentomila morti, inabissa i continenti, è un’onda planetaria che mentre devasta la costa asiatica fa sentire la sua eco in America. A Genova non c’è stato lo tsunami e come fummo provocatoriamente tentati di scrivere che la “calamità naturale” di Roma è Alemanno così siamo tentati di scrivere che la calamità naturale di Genova è ora la Vincenzi.

Le reazioni scomposte alle critiche sono infatti indegne di un’amministrazione civile. A meno di non credere che amministrare significhi tagliare nastri e inaugurare parcheggi. È vero che quella di Roma è stata una pioggia molto intensa che è durata mezza giornata mentre quello di Genova è un nubifragio che è durato 48 ore, ma non si scappa mai davanti ai rimproveri della città ferita, nessun sindaco può reagire con la stizza e con gli sbotti, con il “non abbiamo colpa” urlato fuggendo dalla folla e non c’è la pioggia di sinistra e la pioggia di destra quando viene meno il senso di responsabilità che non è la bottega elettorale.

È difficile per tutti affrontare il nervosismo della folla, l’esasperazione di un città colpita mortalmente. Ma i sindaci devono mettere nel conto anche le rabbie di strada. A Napoli abbiamo visto una folla di disoccupati prendere d’assalto l’auto del sindaco De Magistris che pure era stato portato sugli altari del populismo e forse della demagogia. Ebbene, il sindaco si è preso gli sputi e le urla e ha pure tentato di parlare con quegli agitati. Evidentemente sa che la sua città ha diritto al disagio e al malcontento. E un sindaco deve sempre dimostrare con-partecipazione, anzi con-passione nel prendere su di sé il dolore degli altri.

Ecco: la sola solidarietà che la Vincenzi può ancora offrire alla sofferenza dei genovesi, è una drammatica ammissione di colpa politica, non per i torrenti che esondano e per l’acqua che cade dal cielo, ma per non aver saputo liberarsi della demagogia, per essere stata inadeguata, per non aver tirato fuori una naturale passione da sindaco, una autentica con-passione per la sua Genova.

La Repubblica – 7 novembre 2011

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