Quella donna misteriosa figlia del medico di Hitler

L’Intervista: Alessandro Quasimodo. Attore, è figlio del poeta Salvatore Quasimodo. Da 13 anni si prende cura di una donna speciale: il padre era il medico che diagnosticò la follia di Hitler.

Come ha conosciuto Eva, figlia del medico di Adolf Hitler?

Nel 1998, al Pac di Milano. Era stata inaugurata una mostra di bozzetti dell’avanguardia russa e io avevo letto le poesie di Majakovskij, Esenin, Achmatova…

Cosa è successo quel giorno?

Si è avvicinata una creatura minuta e sorridente, con forte accento tedesco, che mi ha fatto i complimenti e ha cominciato a raccontarmi la sua vita.

Cosa l’ha colpita?

Il fatto che il 10 dicembre 1959, quando mio padre ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, era presente alla cerimonia nella Concert Hall di Stoccolma.

Senz’altro c’era anche lei quella sera.

No, io no. E neppure mia madre, Maria Cumani. Un’esclusione che mi ha segnato profondamente, ma questa è un’altra storia.

Quando Eva le ha parlato del padre, Ferdinand Sauerbruch, lo scienziato che aveva diagnosticato la follia del dittatore tedesco?

Ha mantenuto il segreto per anni su questo non certo insignificante dettaglio della propria biografia. E ancora non è chiaro come mai all’anagrafe compaia con il nome di Margot Berta Glassman.

Come lo ha scoperto, allora?

È stato un lungo cammino, nel corso del quale abbiamo imparato ad accogliere e rispettare l’uno le confidenze dell’altra. “Mia vita grande casino”, mi ha ripetuto tante volte.

Cosa intendeva?

Per esempio che aveva vissuto in Svezia, che si era sposata con l’artista Axel Hennix e che nel 1950 lo aveva lasciato, abbandonando anche il loro figlio adolescente, Peter.

Per andare dove?

Si era trasferita a Zurigo dopo essere rimasta incinta di un suo professore. Laureata in psichiatria e psicologia, ha vissuto anche a Vienna e ha fatto parte della cerchia ristretta che gravitava attorno a Sigmund Freud.

Come è arrivata a Milano?

Seguendo un paziente italiano di cui si è innamorata.

Dunque qui ha creato una nuova famiglia?

No. È una donna completamente sola. Diciamo che quello con me è l’unico legame affettivo che ha. Ma si è affezionata molto anche alla badante, Monica.

Torniamo a Ferdinand Sauerbruch.

Un giorno, tra le carte di Eva, ho trovato un ritaglio del Corriere della sera. Era un articolo firmato da Ennio Caretto e si intitolava “La Cia: così usammo i criminali nazisti per la guerra fredda”.

Cosa veniva detto in quell’articolo?

Che il noto chirurgo Ferdinand Sauerbruch “sapeva che il Führer era pazzo fin dall’aprile ’37 e temeva che diventasse il peggior criminale che il mondo abbia mai visto”.

Eva aveva annotato qualcosa sul ritaglio?

Si era limitata a sottolineare il nome del padre. Ma a me era venuta la curiosità di andare a fare una ricerca su Internet per saperne di più.

Poi?

Poi ho deciso di rivolgerle una domanda diretta: tuo padre si chiamava per caso Ferdinand? “Come hai fatto a scoprire questo?”, mi ha chiesto. Sono anche riuscito a procurarle l’autobiografia di Sauerbruch, pubblicata in Germania.

C’è qualche notizia su di lei nel libro?

C’è una sua foto da ragazzina e con lunghe trecce.

Qual è stata la reazione di Eva nel vederla?

Le rispondo con una delle sue frasi ricorrenti: “Non voglio diventare stupida sentimentale mediterranea”. E comunque al libro di suo padre preferisce quelli del mio. Ama la musica e il modo di Quasimodo di descrivere la terra, i fiumi, la natura.

E della madre cosa le ha raccontato?

Pochissimo. Non sono riuscito a risalire neppure al suo vero nome. Era una facoltosa donna norvegese, che l’ha avuta quando Sauerbruch era già sposato. A quanto pare morì giovane a Parigi in un incidente stradale.

Ma i figli sanno che lei vive ancora?

Uno, Peter, sì. L’ho rintracciato attraverso il Consolato svedese. È un giornalista, fotografo ed entomologo conosciuto. Una volta è anche venuto a trovarla. Della seconda figlia, Myriam, non so nulla.

Perché ha deciso di prendersi cura di Eva?

Ci siamo adottati a vicenda e da lei ho ricevuto comprensione e ascolto. Tutti e due abbiamo avuto padri celebri e ingombranti. “Io mai pregato per nessuno, per te prego”, mi diceva sempre fino a poco tempo fa”.

Oggi non lo fa più?

Non sempre. Negli ultimi mesi le sue condizioni sono peggiorate. È stata lucidissima e ironica fino a poco prima di compiere cent’anni. Ma ci sono giorni in cui ritrova, intatta, la sua verve.

Quando ha compiuto cent’anni?

Il 19 luglio, ha ricevuto anche l’Ambrogino d’oro, come tutti i centenari milanesi.

C’era anche il figlio?

No, lui le ha fatto avere dei fiori.

Paola Ciccioli

da City – 3 novembre 2011

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