Le donne coraggio dello Zimbabwe

Jenny Williams e Magodonga Mahlangu

di Riccardo Noury

Colui che 31 anni fa era stato uno dei più grandi protagonisti della lotta di liberazione della Rhodesia del Sud dal colonialismo britannico si è trasformato da tempo in un satrapo illiberale.

È da almeno un decennio che la situazione dei diritti umani nello Zimbabwe è disastrosa. Alla vigilia del World Habitat Day del 3 ottobre, non va dimenticato che il governo di Robert Mugabe, nel marzo 2005, ordinò uno dei più grandi e violenti sgomberi forzati della storia recente: 700.000 persone persero case e beni durante la cosiddetta Operazione Murambatsvina.

Il governo di unità nazionale costituito nel 2009 tra l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe di Mugabe e il principale partito di opposizione, il Movimento per un cambiamento democratico di Morgan Tsvangirai, non ha migliorato le cose. Ormai ottantasettenne e secondo molti colpito da un cancro alla prostata, l’ex leader della liberazione non molla il potere. A maggio ha partecipato alla beatificazione di Giovanni Paolo II, tra molte polemiche legate al divieto di ingresso imposto nei suoi confronti dall’Unione europea come “persona non grata”.

A sfidarlo, sono soprattutto le donne che guidano il movimento per la giustizia sociale. Il 21 settembre a Bulawayo, la seconda città del paese, la polizia ha stroncato una manifestazione indetta per celebrare la Giornata internazionale della pace.

Dodici attiviste di Woza (Women of Zimbabwe Arise) sono state picchiate e arrestate. Dieci di loro sono state rilasciate, mentre a  Jenny Williams e Magodonga Mahlangu, le due leader di Woza, è stato negato il rilascio su cauzione. Sono state accusate di “sequestro e furto”. Di chi o di cosa, non è chiaro. Erano appena uscite da un periodo di convalescenza, dopo che entrambe avevano subito nelle settimane precedenti due interventi chirurgici.

Jenny Williams e Magodonga Mahlangu hanno una lunga esperienza di arresti e periodi di detenzione: spesso brevi, comminati più che altro per fiaccare la loro determinazione, ma in un paio di casi anche per cinque settimane. Ricordiamolo: per non aver fatto nulla se non esercitare il diritto alla libertà d’espressione sancito nella stessa Costituzione del paese.

Dall’esempio di Woza è nata recentemente Moza (Men of Zimbabwe Arise). La loro modalità d’azione è simile, l’odio del presidente Mugabe nei loro confronti pure. Il 28 febbraio, sempre a Bulawayo, sette esponenti dei due movimenti erano stati arrestati e torturati per due giorni con la tecnica della “falaqa” (bastonate sulle piante dei piedi). Gli aguzzini volevano sapere dove fossero finite Jenny Williams e Magodonga Mahlangu, di cui si erano perse le tracce dopo la bella manifestazione pre-San Valentino del 12 febbraio. Appreso che la polizia le cercava per arrestarle, avevano provvisoriamente lasciato le loro abitazioni.

Già, perché nei momenti peggiori, la repressione contro l’attivismo socialenello Zimbabwe si trasforma in una caccia all’uomo. Più spesso, in una caccia alla donna.

dal Corriere della Sera

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...