Anche le giornaliste dicono «Basta»

E’ nata Giulia, la Rete delle giornaliste unite, libere e autonome: «Ci batteremo per le pari opportunità nel giornalismo e per valorizzare le vere donne italiane sui media»

di Francesco Oggiano 

Accanto ai giornalisti contro la «legge Bavaglio», giovedì 29 a Roma c’erano anche le giornaliste contro la «legge Bavaglio». La manifestazione in difesa della libertà di stampa è stata l’occasione per annunciare la nascita di «Giulia», la Rete delle Giornaliste Unite Libere Autonome. L’associazione femminile è ancora allo stato embrionale e vuole promuovere l’uguaglianza dei generi (in particolare nella professione giornalistica) e difendere l’immagine della donna sui media e nel mondo reale.

«L’idea covava da un po’ di tempo. Da un paio d’anni a questa parte, man mano che ci riunivamo nelle varie sedi sindacali sentivamo sempre più l’esigenza di parlare della figura delle donne», spiega Vanna Palumbo, membro del coordinamento provvisorio di Giulia. «Così abbiamo deciso di farci sentire a Roma. In pochi giorni si sono fatte avanti informalmente un centinaio di colleghe redattrici, precarie o disoccupate, tra cui anche Maria Luisa Busi»

Come si svilupperà l’azione dell’associazione?
«Su due fronti. Da un lato puntiamo ad aumentare la rappresentanza femminile all’interno degli organismi della professione giornalistica. Vogliamo sensibilizzare il sindacato e l’istituto di previdenza giornalistica su temi come il welfare, le pensioni e tutti gli ammortizzatori sociali che possono migliorare la vita di tante giornaliste precarie e freelance che ogni giorno combattono sul lavoro».
Anche il giornalismo è una professione da maschi?
«Diciamo che anche qui c’è il machismo: le donne devono macinare lavoro su lavoro per farsi riconoscere e pochissime ricoprono posizioni apicali. Ci pensi bene: ogni volta che si parla di direttrici femmina si fanno sempre i soliti tre, quattro nomi».

Cosa farete sull’altro fronte?
«Vogliamo creare un dibattito culturale sull’immagine della donna italiana, che negli ultimi anni è regredita di 20-30 anni: sempre più mercificata, mortificata e oltraggiata. Nella maggior parte dei casi compare sui media per cause legate alla sua avvenenza fisica o a fatti di cronaca nera».

Già, ma i giornali cosa dovrebbero fare: inaugurare un silenzio stampa sulle Olgettine?
«No, assolutamente. Diciamo che c’è anche un altro Paese. Un Paese di donne che lavorano ogni giorno, che si impongono nelle Università, che faticano per farsi strada e che hanno successo. E che è ora che vengano rappresentate».

da Vanity Fair – 1 ottobre 2011

No al bavaglio. Fermiamoli. 

L’audio dell’intervento di Marial Luisa Busi

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