Il coraggio di raccontarsi

Anoressia, amori, molestie: la filosofa Marzano e la sua vita in un libro
di Daniela Monti

Chi glielo ha fatto fare? Di raccontare della propria anoressia, del tentato suicidio per un amore finito male, di un professore che l’ha molestata a scuola, del matrimonio nato con il piede sbagliato ed esaurito in fretta (con la “coda” quasi comica di lei che cerca su Facebook il profilo dell’ex e scopre che l’uomo ha avuto due figli), di un padre che, più nel male che nel bene, ha condizionato la sua esistenza. A questo ho pensato leggendo il libro della filosofa Michela Marzano  ”Volevo essere una farfalla”. Chi gliel’ha fatto fare di raccontare, così a viso aperto, anche i passaggi “sbagliati” della sua vita?

La risposta che mi sono data è questa: può essere una strada per uscire dal pantano in cui siamo finite. E per rispondere ad un’altra domanda (provocatoria) fatta da un’altra donna, pure lei filosofa (insegna all’Università di Roehampton, nel Regno Unito), Nina Power: “Dove sono finite le donne interessanti?”

Le ragazze “normali”, raccontate nei giorni scorsi dal Corriere, hanno suscitato apprezzamenti, ma anche perplessità. “Lo scoprite ora, che esistiamo?”, hanno commentato molte fra voi (e anche fra noi, qui in redazione). Chiaro che non lo scopriamo ora: in quella “normalità” ci siamo dentro insieme. Ma allora cosa c’è che non va? E’ che la vita, compressa dentro categorie, è i “criteriminimali” strozzata, impoverita, finisce per essere una maschera, una “menzogna”. E allora come se ne esce? Grattando oltre la superficie, trovando il coraggio di mettersi in scena, di uscire dall’anonimato e dalla categoria perché sia possibile misurare il proprio valore (e il valore delle altre) non in base a queicriteri minimali a cui i clima di oggi ci costringe  (il corpo, l’aspetto esteriore, la capacità di rimettersi agli uomini: la Power li riassume così).

Quasi una scelta etica, se vogliamo restrituire al femminile in questo Paese un’immagine solida, reale, non prezzolata né ad uso e consumo di questa o quella parte in gioco. Uno sforzo di autodefinirci per poterci proiettare in avanti, per assumerci le nostre responsabilità, per essere meno miopi (verso noi stesse e verso gli altri).

Nel libro della Marzano sono la madre e il fratello a farsi carico della domanda: “Sei propria sicura di volerlo scrivere? Non pensi a quello che dirà la gente?”. “Cosa vuoi che mi importi – risponde lei -. Se qualcuno vuol veramente farmi del male prima o poi me lo farà. E poi che cosa vuoi che faccia? Rinfacciarmi il fatto di essere stata anoressica? Di avere avuto paura? Di essermi battuta per sopravvivere?”. Fuori dal discorso diretto, il libro continua:

“Ormai non ho più paura degli altri. La paura, l’avevo prima. La paura, quella vera, l’ho attraversata tutta. Insieme al vuoto. E non sarà certo una frase buttata lì da qualcuno, un po’ per caso, un po’ per fare male, che potrà farmi vacillare”

Mettersi a nudo, scoprirsi non nel corpo ma in ciò che abbiamo di ben più profondo e imporante, come terapia di gruppo – si può dire terapia sociale? – per superare lo scollamento fra realtà e racconto di noi in cui siamo finite e che ci fa soffrire.

Lo scrive un’altra filosofa, Luisa Muraro, in un libro uscito qualche mese fa, “Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna”, Carocci:

“Scarseggiano le figure, le parole, le idee per significare con la necessaria fedeltà quello che le donne vivono, fanno, cercano, che certe volte altro non è che afferrare il bandolo del proprio desiderio nella matassa della propria esistenza, senza perdersi nell’insicurezza e nell’imitazione, e poi farne un sapere e un agire per sé e per gli altri. Spesso manca anche la percezione di quello che sta accadendo ad altre; una crede di essere sola e per non esserlo si autorappresenta secondo luoghi comuni e desideri confezionati, cioè da meno di quella che è”.

“Io sono qui, voi dove siete?” chiede allora la Marzano. E’ la scoperta dell’acqua calda, dirà qualcuno. Però è un modo per mettere in circolo parole nuove, parole vere, che non ci appiattiscano, riducendoci ad una sola dimensione. Un modo per fornire, anche alle più giovani, rappresentazioni “non sminuite”.

Mi piacerebbe provassimo a farla, questa terapia.

Io che racconterei di me? La solitudine degli anni veneziani, passati nelle aule della facoltà di filosofia; il ritorno a casa e gli inverni a girare con la Vespa, collaboratrice di un giornale locale; l’arrivo al Corriere e un’ansia di lavoro, mista all’entusiasmo, che mi ha travolta. Perchè in fondo, come la Marzano, abbiamo tutte un padre che non volevamo deludere,  siamo state bambine diligenti, ragazze e donne con il mito della perfezione, accomunate dal rifiuto di qualsiasi forma di debolezza. E ora, arrivata a 40 anni,  la voglia di lavorare con un respiro diverso, che dia conto di una realtà più complessa e sottile.

Il coraggio di raccontarci, dunque. Nei discorsi delle amiche, con le altre donne davanti alle scuole o alla macchinetta del caffè in ufficio. Anche in questo blog.

da La 27esima ora – Corriere della Sera 

2 thoughts on “Il coraggio di raccontarsi

  1. …proprio oggi mi doveva capitare di leggere questo…proprio oggi… e le lacrime faccio fatica a trattenerle…oggi che mi sono alzata pensando di stare andando dalla parte sbagliata, di aver fatto scelte sbagliate,di aver detto cose sbagliate, ma soprattutto di star vivendo la vita che qualcun’altro ha deciso per me.
    E sono io ad averlo permesso.

    Mi piace

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