Dallo sballo dei rave al carcere

Il paradiso perduto dei giovanissimi

di Elena Casula*

Il consumo giovanile di alcolici e pastiglie ormai è un’emergenza nazionale. Secondo Giovanni Serpelloni, capo dipartimento delle Politiche antidroga della presidenza del Consiglio dei ministri, i giovani sono il 30% dei morti per alcol e psicofarmaci, il 15% dei quali ragazzini di non più di 14 anni. Tutto questo è preoccupante. Per caso in sezione ho incontrato una donna che ha accettato di parlare con me sotto anonimato. Paola – il nome è fittizio – mi parla con le mani tremanti e gli occhi bassi come se dopo tanto tempo ancora si vergognasse.

Quanti anni avevi quando tutto ebbe inizio?

Avevo 14 anni, ero una ragazzina spensierata come tante, andavo a scuola ed ero pure brava.

E poi cosa accadde?

Una sera una mia amica m’invitò a una festa di compleanno che sarebbe finita tardi, perciò raccontai ai miei che avrei dormito da una mia compagna perché dovevamo studiare; i miei si fidavano di me, non gli avevo mai mentito…

E allora?

All’inizio sembrava una festa del tutto normale. A un certo punto mi accorsi che alcuni miei coetanei un po’ alterati davano fastidio alle ragazze, anche in modo pesante; invitai l’amica ad andare via e lei mi disse che era normale, di non farci caso. A quel punto cercai di allontanarmi, ma… mai l’avessi fatto: mi ritrovai con un gruppo di ragazzi che spinellavano. Uno mi disse di provare, io risposi subito di no ma quello mi cacciò la sigaretta in bocca. Cominciai a tossire e a quel punto una ragazza, per farmi passare la tosse, mi diede un goccio di brandy; lo trangugiai tutto e mi sentii subito meglio, tant’è che me ne feci dare un altro e poi un altro… Ormai ero sbronza: ridevo, ballavo, pare che mi sia pure mezza spogliata, uno di quei ragazzi del primo gruppetto mi si avvicinò e mise nel mio bicchiere una polverina giallognola, che io mandai giù. Credimi, mi sembrava di stare in paradiso.

Ma quando tornasti a casa cosa ricordavi e cosa provavi?

Non ricordavo assolutamente niente, ma sentivo dentro di me che quella era una esperienza da ripetere.

E così fu?

Sì, incominciai a mentire sempre di più ai miei  e con il mio zainetto cercavo di partecipare a tutti i rave-party che mi capitavano. Erano tanti, ma l’ultimo non lo dimenticherò mai.

Perché?

Perché stavo per rimetterci la vita! Ballavo da ore, ma fino a quel momento mi ero limitata a bere della birra; poi mi si avvicinò “lo zoppo” – lo chiamavano così perché claudicava – mi tolse il boccale dalla mano e mi diede un calice pieno di pasticche di tutti i colori che io, scema, mandai giù.

Cosa accadde?

Ricordo solo un letto d’ospedale e i miei genitori che piangevano disperati. Il medico mi disse che se non fosse stato per una pattuglia di carabinieri sarei rimasta stesa a terra, morta.

Paola, ti voglio fare l’ultima domanda alla quale puoi anche non rispondere, se vuoi: che cosa provavi quando prendevi quelle schifezze?

Difficile da descrivere, mi sentivo tutt’uno con la musica, le mie gambe che andavano da sole, leggere come non le avevo mai sentite, un senso di eccitazione sessuale che mi portava a farlo con chiunque… ma, credimi, non si riesce mai a provare un orgasmo perché si è troppo sballati.

Grazie. Per concludere, Paola, cosa diresti oggi ai giovani per dissuaderli?

Non cercate paradisi facili, la vita è talmente bella che è già uno sballo di suo.

* Questo articolo è tratto dal numero di ottobre di “Carte Bollate“, il giornale del carcere di Bollate diretto da Susanna Ripamonti. La redazione è composta da detenute e detenuti dell’istituto di pena alle porte di Milano.

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