Vive a Milano la figlia del medico che diagnosticò la pazzia di Hitler

Eva con Alessandro Quasimodo

di Paola Ciccioli

Milano nasconde la storia straordinaria di una donna che, il 19 luglio, ha compiuto cento anni. Un’esistenza speciale, segnata da strappi sentimentali, abbandoni, coraggio di vivere le proprie passioni. E, quando tutto sembra quasi azzerato dalla solitudine della vecchiaia, ecco lo slancio verso un nuovo sentimento, il calore dell’intreccio con un’altra vita, anche questa unica e densa di chiaroscuri.

Eva, si chiama questa donna. Anche se all’anagrafe di Milano risulta iscritta come Margot Berta Glassman. Ed è questo il nome che compare sull’attestato dell’Ambrogino d’oro che il 24 luglio un rappresentante del consiglio di zona è andato a consegnarle nella casa di via Dezza dove vive assistita da Monica, la sua badante filippina. Ma il punto di riferimento affettivo di Eva è l’attore Alessandro Quasimodo, il figlio del poeta Premio Nobel, che di lei si prende cura da oltre 15 anni, dopo averla casualmente incontrata al Pac, all’inaugurazione di una mostra sul futurismo russo.

L’Ambrogino d’oro* (foto di Miriana Ronchetti)

Alessandro aveva letto poesie di Majakovskij, Esenin, Cvetaeva, Achmatova e questa signora minuta, curata, con forte accento tedesco, era andata a complimentarsi: «Posso parlare con lei? Molto bello quello che lei ha fatto». Si era poi messa a raccontargli alcuni passaggi della propria vita, spiegandogli che il 10 dicembre del 1959, quando a Salvatore Quasimodo venne assegnato il Premio Nobel, lei faceva parte del pubblico ammesso alla cerimonia nella Concert Hall di Stoccolma.

Un dettaglio importante per Alessandro che, invece, a quella grande occasione non ha potuto partecipare. Così, tra i due, dopo telefonate, incontri, grandi discussioni sui temi della cultura e dell’arte, è nato un rapporto di affetto e di scambio. «Ci siamo adottati a vicenda», sintetizza Quasimodo che, imitando il modo di parlare di Eva, spiega di aver trovato in lei una persona con cui davvero «poter vuotare il zacco».

Vuotare il sacco, confidarsi, trovare uno sguardo intelligente per districare qualche nodo esistenziale. Questa donna del resto ha due lauree, in psichiatria e psicologia, e a Vienna ha fatto parte della ristretta cerchia che gravitava attorno a Sigmund Freud e alla figlia del padre della psicanalisi, Anna. Ma la confidenza e la reciproca ammirazione non erano riuscite ad illuminare alcuni capitoli del passato di Eva. Soltanto dopo molto tempo lei ha raccontato ad Alessandro di essere nata a Berlino ma di aver trascorso un lungo periodo a Stoccolma, dove si era sposata con il pittore Alex Hennix, dal quale aveva avuto un figlio, Peter.

Rimasta poi incinta del suo professore di psicologia, ha abbandonato la Svezia e il figlio per trasferirsi a Zurigo e insegnare alla Scuola steineriana: qui conosce un altro uomo ed è questo nuovo amore che la porta a Milano. In Italia decide di fermarsi, senza più contatti con la famiglia di origine e il passato, ripetendo a se stessa e al proprio confidente di aver fatto errori e di essere disposta a pagarne il prezzo, primo fra tutti quello di non avere più contatti con i due figli.

Un giorno Alessandro tra le carte di Eva trova un ritaglio del “Corriere della sera”. «La Cia: “Così usammo i criminali nazisti per la guerra fredda”, questo il titolo dell’articolo firmato da Ennio Caretto. Sottolineato un nome, Ferdinand Sauerbruch, “un noto chirurgo”, medico personale di Adolf Hitler che «sapeva che il Fuehrer era pazzo sino dall’aprile ’37 e temeva che diventasse “il peggior criminale che il mondo abbia mai visto”». Perché Eva aveva conservato quel ritaglio? Alessandro ha fatto delle ricerche in Internet e alla fine si è deciso a porre una domanda diretta alla sua Eva: «Chi era tuo padre?». «Mio padre grande medico, grande chirurgo tedesco», «Ah, si? E come si chiamava?». Silenzio. «Si chiamava per caso Ferdinand?». Lei aveva deciso di smettere di difendersi: «Tu come hai fatto a scoprire questo?».

Eva non ha mai spiegato perché il suo cognome sia Glassman anziché Sauerbruch, notissimo in Germania per aver preso le distanze da Hitler e dal nazismo, prevedendo le tragiche conseguenze della deriva psichiatrica del dittatore. Il celebre medico l’aveva avuta da una giovanissima e facoltosa erede di una famiglia norvegese ed Eva compare, con lunghe trecce bionde, in una foto contenuta nella autobiografia di Ferdinand Sauebruch. Un libro pubblicato in tedesco negli anni ’50 che Alessandro Quasimodo è riuscito a recuperare e che ora Eva conserva in camera da letto.

*L’Ambrogino d’oro è stato consegnato, a nome del sindaco Giuliano Pisapia, dal vice presidente della circoscrizione n.7, Ivano Grioni
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