Giulia Bongiorno: «Tbc, mio figlio salvo, ma al Gemelli mi hanno mentito»

L’avvocato è mamma di Ian, 7 mesi: «Non cerco vendetta voglio la verità». E guida una class action contro il Policlinico romano con altre sei coppie

ROMA – Ian, che nella tradizione ebraica significa dono di Dio , è nato il 22 gennaio. Ed è sano come un pesce. Lei l’ha appena saputo, e la sua voce cambia colore quando dice «sì, sta bene»: negativo al test della tubercolosi. «Ma non dimentico gli altri genitori come me, e non dimentico quello che ha passato mio figlio, il percorso. Sa, fare un prelievo a un bambino di sette mesi non è come farlo a noi, due infermiere lo reggevano… Non voglio vendetta, mi creda, voglio verità, come le sei famiglie che a me si sono rivolte». Parlando degli altri, la voce di Giulia Bongiorno ritrova la giusta distanza, quella che è facile perdere se c’è in ballo la salute di tuo figlio. Perché a lei, giovane avvocato vincente del caso Andreotti e mente giuridica di Gianfranco Fini, il destino ha riservato questo doppio ruolo nella storiaccia dei neonati infettati da un’infermiera malata al nido del Policlinico Gemelli: prima madre angosciata e poi legale cui madri e padri altrettanto angosciati si sono rivolti per avere giustizia. Come loro, ha subito silenzi e menzogne: che adesso racconta al Corriere.

Perché ha partorito al Gemelli?
«È considerata una struttura con medici di altissimo livello, un ospedale che offre garanzie. Inoltre il professore che mi seguiva lavorava lì».

E com’è andato il parto?
«Benissimo. Infatti bisogna stare attenti a non fare un unico calderone in cui mettere tutti quelli che lavorano al Gemelli. Il professor Scambia mi ha dato grande aiuto e grande attenzione».

Lei il 14 dicembre votò alla Camera in sedia a rotelle e col pancione…
«Rischiavo un parto prematuro. Fino a qualche settimana fa avrei detto che è stata un’esperienza positiva».

Quando e come ha saputo la verità?
«Qui c’è una delle ragioni per cui ho deciso di seguire questo caso».

Me la spieghi.
«Ascoltando le notizie come tutti, ad agosto, ho avuto la sensazione si trattasse di episodi isolati, di una situazione sotto controllo. Dicevano: niente allarmismi».

Beh…
«No, mi ascolti. Faccio politica e faccio l’avvocato, so benissimo come funziona, so che ti dicono così e può essere una strategia. Ma, vede, io ho telefonato».

Al Gemelli?
«Sì, al Gemelli. A varie persone, per avere informazioni esatte».

E…?
«E mi è stato detto testualmente: lei non si deve preoccupare, suo figlio è nato a gennaio e lei non può rientrare nelle indagini di approfondimento perché l’infermiera in questione ha cominciato a lavorare successivamente a febbraio».

Le hanno detto così?
«Sì. E questo è un dato assolutamente falso, credo sia fuori discussione che l’infermiera era in servizio da prima, tra i bambini del nido».

Scusi, chi le ha dato quelle risposte?
«Non le farò dei nomi, ma non si tratta dell’ultimo centralinista del Gemelli. Le persone che mi hanno informato erano in buona fede, ma è stata data loro una notizia falsa».

Lei si è qualificata? Voglio dire: come avvocato o magari come parlamentare?
«No».

Quando ha cominciato a chiamare?
«Da subito, quando ancora non si parlava dei bambini nati a gennaio».

Quante volte ha chiamato?
«Più di dieci. Non sono arrabbiata, sono sconcertata. Vede, se io faccio firmare per errore un atto falso nel mio studio, per prima cosa alzo il telefono e chiedo scusa».

Si è minimizzato?
«Sì. Intendiamoci: so bene che non si deve creare allarme nella collettività. Ma dico: attenti a quando la minimizzazione si trasforma in un vero e proprio danno».

Si continua a minimizzare?
«Continuano a sostenere di fronte all’evidenza che si tratta di un fatto irrilevante. Dicono: non sono malati. Ma nel referto c’è scritto: profilassi da fare. Non mi pare che parliamo di bambini sani. Questa minimizzazione è stata il secondo errore».

A lei è andata bene.
«Sì, ma non riesco a non pensare agli altri genitori. Un papà ha tenuto quattro ore la bambina al nido e gli è risultata positiva al test. Io adesso diffido di tutto».

Qual è stato il suo primo pensiero?
«È difficile descrivere l’apprensione. È come se, nel momento iniziale della vita di tuo figlio, la nascita, tu già sbagli. Mi è sembrato un fallimento personale. Vivevo in grande ansia. Sa, ho 45 anni. Per me Ian è davvero un dono di Dio».

Poi gli altri genitori l’hanno contattata come avvocato.
«Ma non sapevano che avevo partorito lì. Ho vissuto il loro dramma, perché queste sei coppie avevano già fatto i controlli e i test erano positivi, purtroppo».

Qual è la strategia, adesso?
«Vogliamo fare una denuncia, la depositeremo in Procura. Loro non vogliono solo un’azione risarcitoria sul piano civile, vogliono l’accertamento approfondito dei fatti, una vera azione penale».

Contro chi?
«O l’infermiera era a conoscenza della sua situazione e l’ha nascosta…».

…ma era positiva al test già nel 2004.
«Sì, sta emergendo questo. Dunque si dovrà spiegare perché sono stati omessi i controlli o perché sono falliti».

Menzogne, silenzi, come spiega quello che è successo?
«Loro probabilmente non volevano la folla, immagino io».

Cosa pensa della posizione di Renata Polverini, diciamo, di grande cautela…
«Vede, se parla un politico, io so che parla un politico. Ma se parla una persona in camice bianco e mi dice: “Non vi preoccupate, è tutta un’esagerazione dei giornali”… beh, tendo proprio a crederci. Questo continuo voler rassicurare tutti vorrei sapere a cosa è servito. Stiamo parlando della punta di un iceberg».

Poi?
«Mi hanno chiamato all’ultimo minuto, quando ero già nella determinazione di fare il test a mio figlio».

Cosa le hanno detto?
«Può venire alla tale ora, nella tale struttura, per fare il test. Ma ormai eravamo nel pieno marasma».

Non vorrei insistere, ma parlavamo della Polverini…
«Non ho un atteggiamento particolarmente critico verso di lei. Credo che sia stata una scelta politica, minimizzare. Le suggerirei d’ora in poi di stare attenta prima di fidarsi di qualsiasi esperto».

Il marito dell’infermiera, anche lui infermiere, è stato ricoverato nel 2004 al Policlinico Umberto Primo per pleurite di natura tubercolare, e poi dimesso. Lei pensa che la ricerca delle responsabilità in questa storia possa allargarsi ancora ad altri ospedali?
«Credo che dobbiamo cristallizzare le certezze su cosa è accaduto. Se queste due persone sono riuscite a indurre tutti in errore – ma sottolineo il se – avrebbero una responsabilità enorme, a livello di dolo eventuale. Se invece i due hanno rappresentato chiaramente il loro stato alle strutture e li hanno lasciati lavorare, beh, la responsabilità è delle strutture».

A occhio per quale delle due ipotesi si sentirebbe di propendere?
«Se le rispondessi a occhio, smentirei quello che ho detto in una riunione appena terminata coi genitori: non lanciamoci prima di avere osservato l’indagine, in questo momento bisogna capire di chi è la responsabilità».

La prossima mossa?
«Mettere a letto Ian. Sa, sono le otto di sera. Ed è stata una giornata lunga…».

Goffredo Buccini
dal Corriere della Sera – 2 settembre 2011

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