Se le primavere arabe tradiscono le donne

di Cecilia Zecchinelli*

“Libertà” è scritto sul muro. La foto è stata scattata al Cairo nell’estate 2014 da Maria Chiara Piazza, che fa parte di “Young Feminist Europe”, gruppo di giovani attiviste con base a Bruxelles

Hala Misrati, la star della tv di Gheddafi finita sui media del mondo per il suo ultimo show con pistola prima dell’arresto, era diventata una celebrità negli ultimi mesi, la voce più forte della propaganda. Ma è difficile pensare che se anche avesse vinto il Colonnello, cosa ormai impossibile, la tostissima ex scrittrice di romanzi rosa avrebbe trovato un ruolo di leadership nella Jamahiriya. E anche le amazzoni del Qaid (guida), tanto decantate e poi sparite, avevano un ruolo ancillare nonostante le divise e le armi: nessuna femminista araba le ha mai portate d’esempio e in Occidente piacevano soprattutto agli uomini. Ma se il maschilismo dei vecchi regimi arabi, caduti e non, è cosa nota, che dire dei governi nascenti?

 Nella Nuova Libia le donne avranno più spazio nella vita pubblica? E in Egitto, in Tunisia? Un’altra domanda: la loro presenza nella stanza dei bottoni, se non egualitaria almeno importante, può essere davvero, tra qualche mese quando i tre Paesi voteranno, la prova del loro livello di democrazia? A questo si può rispondere che ci vuole tempo perché società dominate da religione e tradizioni, ancora in gran parte rurali o beduine, con povertà e ignoranza diffuse, un passato (e presente, in Egitto) gestito da militari, escano dal tunnel del maschilismo. Anche in Italia, dopo oltre 60 anni di democrazia, l’obiettivo non è raggiunto. Ma il vero rischio è che la primavera araba non crei nemmeno le basi per una futura eguaglianza. Peggio ancora: che perfino i successi raggiunti nei passati regimi siano annullati.
Non è un caso che il 13 agosto, anniversario della legge del 1956 che conferiva ai due sessi piena parità, le tunisine siano scese in strada. «Per paura di infastidire gli islamici — ha detto Ahlem Balhaj, capo dell’Organizzazione per i diritti delle donne — ora rischiamo di perdere tutto», compreso il divieto della poligamia. E anche in Egitto, dove il movimento femminista arabo nacque potente negli anni 20, molte donne si sentono tradite. «Durante la rivoluzione la parità finalmente esisteva. Ma lo spirito di Tahrir è evaporato», denuncia la giornalista Marwa Rakha. «Ci aspettavamo libertà e eguaglianza ma non sono arrivate — aggiunge Nawal Saadawi, la celebre e anziana femminista —. Non tanto per una questione religiosa ma generazionale: nell’esercito, tra i politici, perfino nei Fratelli musulmani, i giovani vogliono la parità, i vecchi no. E il potere è ancora loro». La commissione costituzionale che studiò gli emendamenti poi approvati da referendum comprendeva solo uomini. E nelle elezioni previste in novembre le pur discusse quote rosa introdotte da Mubarak non ci saranno. Per altro si è candidata a raìs una donna che piace per il suo impegno sociale, Bothaina Kamel, ma le sue chance sono zero.
In Libia le donne del fronte ribelle sono state finora nelle retrovie, come in tutte le guerre. Da Bengasi i leader rivoluzionari hanno però ammesso tre signore nel Consiglio transitorio e più volte affermato l’impegno per la parità. Resta da vedere in concreto cosa faranno, quanto le tradizioni e l’integralismo peseranno sul nuovo corso. Tra i tanti rischi che corre l’ormai ex Jamahiriya c’è anche quello di non approfittare di questo momento per eliminare la discriminazione delle sue cittadine.

*Dal Corriere della Sera del 26.8.2011 (e condiviso nel Gruppo Facebook di Donne della realtà in occasione della visita di Papa Francesco in Egitto).

AGGIORNATO IL 28 APRILE 2017

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