L’odissea giudiziaria della donna coraggio cinese

di Riccardo Noury

Io e il governo cinese abbiamo di Mao Hengfeng la stessa opinione: è una grande rompiscatole.  Qui ci dividiamo: perché, insieme a milioni di attiviste e attivisti per i diritti umani, la tenacia e l’ostinazione di questa donna  sono motivo di ammirazione; per Pechino, sono attitudini da stroncare.

Neanche Tina Marinari, che pubblica periodicamente sul sito della Sezione Italiana di Amnesty International appelli in favore di Mao Hengfeng, ormai tiene più il conto di quante cause questa donna abbia fatto sue, dalla lotta contro la pianificazione familiare agli sgomberi forzati, di quante volte avrebbe potuto abbozzare e invece ha protestato, di quante volte sia finita in prigione, in un campo di rieducazione, agli arresti domiciliari od ospedalieri, rimbalzando da un luogo di detenzione all’altro.

Oltre due decenni di lotta per i diritti umani non hanno fiaccato il suo spirito ma hanno indebolito il suo corpo. L’ultimo periodo di “rieducazione attraverso il lavoro” avrebbe dovuto scadere il 24 agosto, ma il 28 luglio ha fatto finalmente ritorno a casa dopo aver trascorso gli ultimi cinque mesi nell’ospedale della prigione di Shanghai e oltre un anno in un centro di rieducazione attraverso il lavoro, sempre a Shanghai. È entrata in casa su una sedia a rotelle, incosciente.

In Cina, non è raro che un prigioniero venga rilasciato prima della fine della pena se è in cattive condizioni di salute. La direzione del centro di detenzione preferisce consegnarlo alla famiglia cosicché la responsabilità per la sua morte non sia attribuita alle autorità. In questo modo, l’impunità e altre violazioni dei diritti umani continuano a regnare sovrane nelle carceri e nei centri di rieducazione del paese.

Dopo un paio di giorni dal suo rilascio, Mao Hengfeng ha provato a uscire per andare in chiesa, accompagnata dal marito, ma le è stato impedito dalla polizia che tiene costantemente sotto controllo l’abitazione della famiglia. I poliziotti si sono giustificati dicendo che in quel periodo Shanghai ospitava i campionati mondiali di nuoto e che, per ragioni di stabilità sociale, le persone come lei non erano autorizzate a uscire; se ci avesse riprovato, l’avrebbero arrestata nuovamente.

L’attivismo politico e l’odissea giudiziaria di Mao Hengfeng hanno avuto inizio nel 1988, quando, dopo aver già dato alla luce due gemelli, rimase incinta ancora una volta. Alla scoperta della sua nuova gravidanza, la direzione del saponificio statale nel quale lavorava le ordinò di abortire immediatamente, rispettando in questo modo la legge sulla pianificazione familiare. Rifiutò e andò a protestare dal direttore. La ricoverarono a forza in un ospedale psichiatrico, dove la sottoposero per una settimana a un trattamento farmacologico contro la sua volontà. Nonostante tutto, diede alla luce la sua terza bambina, cui purtroppo quei farmaci hanno procurato seri danni alla salute.

Da allora Mao Hengfeng non si è più fermata. Arresti e torture sono diventati la sua vita quotidiana.

Durante l’ultima condanna a 18 mesi di “rieducazione attraverso il lavoro”, ha denunciato di essere stata bastonata, aggredita dagli altri detenuti aizzati dalle guardie del centro, colpita due volte alla testa con una sedia, sollevata per braccia e gambe e scaraventata a terra. Nei cinque mesi trascorsi in ospedale a Shanghai, è stata costretta a rimanere costantemente a letto, senza poter usare il bagno o uscire a prendere un po’ d’aria, con poco cibo a disposizione e picchiata ogni qual volta provasse a lamentarsi o a trasgredire gli ordini.

Ma cosa aveva fatto Mao Hengfeng per meritarsi un anno e mezzo di “rieducazione attraverso il lavoro?” Aveva recato “disturbo all’ordine pubblico” per aver partecipato a una manifestazione davanti alla Corte intermedia municipale di Pechino, il 25 dicembre 2009, a sostegno di Liu Xiaobo, difensore dei diritti umani, il cui processo si svolgeva quel giorno. L’8 ottobre 2010, a Liu Xiaobo è stato assegnato il premio Nobel per la pace.

Bentornata a casa, coraggiosa rompiscatole!

dal blog Le persone e la dignità 

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