La protesta degli stracci bianchi delle donne in carcere a Bollate

di Susanna Ripamonti*

Nel carcere di Bollate le donne hanno messo stracci bianchi sulle inferriate delle loro stanze (ben visibili dalla strada) e stanno pensando a come unirsi alla protesta di Marco Pannella, in sciopero della fame dallo scorso 20 aprile: “Noi viviamo in una gabbia dorata – dice Carla – e non abbiamo motivo di lamentarci, ma la solidarietà quella si, per i nostri compagni che passeranno l’ennesima estate in carceri sovraffollate e per unirci alla richiesta di amnistia…”.

Nei prossimi giorni, questa è la proposta, resteranno per un’ora chiuse in cella, in silenzio, in un carcere dove la regola è essere liberi di circolare nel reparto, dalle 8 del mattino alle 8 di sera. Bollate è una delle poche carceri italiane a norma di legge, che rispetta ciò che prevedono la Costituzione, l’ordinamento penitenziario e la legge Gozzini. È la casa di reclusione in cui la percentuale di recidiva è del 12%, contro il 70% della media nazionale. E in cui, come dice il provveditore Luigi Pagano, “la sicurezza non deriva da sbarre e catenacci, ma dalla condivisione con i detenuti delle responsabilità”.

Per nove anni è stata diretta da Lucia Castellano, che quelle leggi le ha applicate con coraggio, assumendosi la responsabilità del cambiamento ed esponendosi al rischio di possibili fallimenti e che ha fatto la rivoluzione senza neppure accorgersene: un carcere che produce libertà, ovvero persone che una volta uscite riescono a reinserirsi nel tessuto sociale e nell’88% dei casi non tornano a delinquere.

Ora Lucia Castellano ha deciso di andarsene, accettando l’incarico di assessore nella giunta Pisapia, ma Bollate resta e il provveditore Pagano ha affidato al nuovo direttore, Massimo Parisi il compito di passare dalla sperimentazione al sistema, insomma, Bollate come modello da esportare e non solo da difendere. Del resto la domanda è proprio questa: se da quasi 10 anni Bollate dimostra di aver adottato la strategia vincente, perché continua ad essere il fiore all’occhiello dell’amministrazione penitenziaria e non un’esperienza pilota?

Nelle carceri italiane i detenuti sono a quota 70 mila contro una capienza di 42 mila posti. Dall’inizio dell’anno si sono suicidati in 30. Il decretino svuota-carceri ha prodotto effetti residuali e il piano per la costruzione di nuovi penitenziari, che il capo del Dap Franco Ionta anche di recente ha riproposto, è fallito prima ancora di essere varato, per mancanza di copertura finanziaria.

Quel piano aveva comprensibilmente sollecitato gli appetiti dei costruttori edili: il sito che ha sempre seguito in ogni dettaglio il dibattito politico, gli aspetti legislativi e soprattutto i decreti in deroga è http://www.edilportale.com, il motore di ricerca dell’edilizia. Qui i costruttori hanno potuto documentarsi sul via libera alla procedura straordinaria che, in nome dell’emergenza, consentiva di assegnare i lavori senza gare d’appalto e le dichiarazioni del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che annunciava che per le nuove cittadelle carcerale italiane si sarebbe adottato il “Modello Aquila” per costruire in tempi record, fuori dal centro abitato, in un regime di deregulation.

Sempre l’aggiornatissimo portale dell’edilizia spiega qual è la contropartita per i costruttori: la parola d’ordine è “projet financing” ovvero, operatori privati autorizzati a costruire i nuovi penitenziari in aree periferiche, ricevendo in cambio l’uso delle vecchie carceri, spesso situate nel centro urbano, per utilizzarle a scopi commerciali. Insomma, un affare colossale per la speculazione edilizia, un po’ meno per i detenuti. Il fatto che si tratti di un favore ai costruttori è confermato dall’esistenza di almeno quaranta carceri che sono state completate, addirittura inaugurate più volte dai guardasigilli che si sono succeduti e che sono chiuse e inutilizzate. Alcune, come quella di Oristano, sono ormai irrecuperabili e possono solo essere demolite senza avere mai aperto i cancelli. Ci dicono che restano chiuse per mancanza di infrastrutture o di personale.

I dati ministeriali, quelli pubblicati regolarmente nella sezione statistiche del ministero della giustizia, confermano che la strada maestra da percorrere per risolvere il problema delle carceri è l’applicazione delle misure alternative: il tasso di recidiva tra chi accede a lavoro esterno, semi – libertà o affidamento ai servizi scende dal 70 al 27% e queste misure sono state revocate per la commissione di nuovi reati durante la loro applicazione solo nello 0,27%. dei casi.

Dunque, consentire a un detenuto di riappropriarsi progressivamente della libertà e di reinserirsi gradualmente nella società non vuol dire mettere in discussione la certezza delle pena, ma produrre maggiore sicurezza sociale.

Eppure le misure alternative sono il bersaglio preferito dei media, soprattutto quando vengono applicate a carcerati che hanno la sfortuna di essere noti alle cronache. Titoli del tipo: “X Y è già fuori dopo solo 16 anni” sono assolutamente comuni e fa notizia quello 0,27% di detenuti che commette reati mentre è momentaneamente libero e non il 99,73% che rispetta le regole.

E qui il problema è anche quello di informare non solo l’opinione pubblica, ma anche gli operatori dell’informazione. Su questo sta lavorando da più di un anno la redazione di Carte Bollate, il periodico fatto dai detenuti del carcere di Bollate (e che dirigo da quattro anni). Nei prossimi giorni presenteremo la “Carta del carcere e delle pene”, un codice deontologico nato nella nostra redazione, già approvato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia e dell’Emilia Romagna e che a settembre verrà discusso dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti.

Si tratta di una serie di indicazioni che consentono di informare correttamente sul carcere, da un lato garantendo il diritto all’oblio a chi, dopo aver scontato la sua pena, torna a vivere fuori e non può essere eternamente ricordato per il reato che ha commesso. Dall’altro ricorda che le pene alternative non sono la libertà, ma sono una diversa forma di espiazione, che prevede continui controlli e rigide regolamentazioni e suggerisce come parlarne.

La rappresentazione mediatica del carcere è un tema a cui è particolarmente affezionata la redazione di Carte Bollate che a questo dedica buona parte del suo lavoro. Lo scorso anno ha organizzato seminari presso i master di giornalismo dello lumi e dell’Università Statale e con i giornalisti professionisti che di carcere si occupano. Un attività che verrà riproposta anche quest’anno.

*Susanna Ripamonti, giornalista, dirige Carte Bollate, il giornale dei detenuti di Bollate. Questo articolo è apparso sull’Unità il 5 luglio.

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