La donna che fa sciogliere un Comune (per mafia)

di Nando dalla Chiesa

Eccola qui l’eroina. Perfetto ritratto (senza offesa) della banalità del bene. Impiegata della Confederazione italiana degli agricoltori. Capelli biondi a caschetto, occhialini, una tunica larga. Tutti ora dicono “consiglio comunale sciolto a Bordighera. E ammaestrano il pubblico dei dibattiti, perché – vedete un po’ – i consigli comunali si sciolgono per mafia anche al nord, anche vicino alla Francia. Già, bello dirlo dopo, quando lo sanno tutti. Ma prima c’è stata lei, Donatella Albano. Sola e disarmata con una esigua pattuglia di amici e compagni. Consigliera comunale circondata dalla diffidenza e dalle battute al fiele. Perfino nelle sue file. Inesperta. Candidata all’ultimo momento nel 2007 nella lista civica “Città insieme” “perché ci manca un nome” e finita prima degli eletti, “ma senza santini perché la sola idea di vedere la mia faccia per terra calpestata dai passanti mi dava fastidio”. Digiuna di mafia e ‘ndrangheta. Dilettante ma con l’umiltà di chi vuole imparare.

Qualcuno di cui si fidava le aveva detto di non dar retta agli “esperti”, che i clan al nord non stanno “nei santuari della Borsa e della finanza”. Ma che basta sapersi guardare intorno, osservare bene fatti e persone. Così, davanti alle molte stranezze che fiutava nella vita cittadina, si mise a osservare meglio. A censire i fatti che a Bordighera e dintorni non erano mai successi. Queste imprese calabresi che prendevano appalti e subappalti ovunque, a partire dal famigerato “movimento terra”. Escavatrici che saltavano nei cantieri, storie di sparatorie contro le auto di esponenti di partito, attentati a bar o negozi, incendi a stabilimenti balneari. Ci fosse mai la mafia a Bordighera? Stesse crescendo qualcosa nel ponente ligure, transito ideale per la Francia e Montecarlo, e quel gioiellino del casinò di Sanremo lì in mezzo?

Ma quale mafia a Bordighera, le rispondevano all’unisono le autorità. Mai non sia in questo pezzo di Liguria tra Imperia e Ventimiglia, regno della dinastia Scajola. Un autentico sbarramento. Sindaci, ma anche giudici, perfino poliziotti, con quell’ineffabile questore Luigi Maurielli che anche di fronte a 350 attentati in un anno nel Ponente assicurava trattarsi di concorrenza sleale tra commercianti e di vandalismi giovanili, il problema vero era il rimpatrio dei clandestini.

“Io non ne sapevo niente. Ma quella infinità di attentati parlava anche a un sordo. Iniziai a denunciare la presenza della ‘ndrangheta, io consigliera semplice, tessera Ds e ora Pd. Un giorno spuntò l’idea di autorizzare la nascita di due sale giochi, ai lati opposti della città. E io mi chiesi quale ne sarebbe stato l’effetto con quella malavita impunita. Che effetto sugli adolescenti, mi chiedevo, da presidente di una squadra di palla a mano e che ha sempre avuto un rapporto stretto con i giovani. Così mi opposi a lungo. Con me si schierarono comitati di cittadini.

Dopo un consiglio comunale infuocato in cui denunciai le connivenze della giunta arrivarono le minacce. Prima, in una busta, un santino bruciato di San Michele Arcangelo, il “patrono” della ‘Ndrangheta, ne trovarono diversi nelle perquisizioni al clan dei Pellegrino. Poi una telefonata anonima accennò anche ai miei figli. Ne ho due già grandi. Ci pensai: smetto? Do le dimissioni? Decisi di non piegarmi. Era il luglio 2010. Feci la denuncia ai carabinieri, d’accordo con mio marito, la persona più speciale di questo mondo. E continuai la battaglia contro le sale giochi. Si seppe dopo che dietro c’erano le mogli di due esponenti dei Pellegrino. Mi venne data una tutela. Per ora le sale sono ferme, vogliono regolamentarle. Ma non devono esserci affatto. In ogni caso ora è chiaro perché organizzassi i convegni contro la ‘ndrangheta a Bordighera”.

Già, quel che colpisce ripassando la storia di questi amministratori che hanno avuto il coraggio di difendere “la patria”, ossia la loro città o cittadina, è la solitudine, l’anonimato in cui si è svolto il loro lavoro. Lontani dalla grande stampa, trattati come “fissati” dalla politica locale, per essere conosciuti e ammirati solo dopo; magari quando i clan (che invece li conoscono benissimo) li colpiscono, come Angelo Vassallo, sindaco di Pollica. Donatella è una di quelle amministratrici che, da Desio a Corsico, da Finale Ligure a Bordighera, hanno contribuito silenziosamente a scrivere una storia dell’antimafia al femminile.

“Quando l’anno scorso c’è stata la manifestazione antimafia a Sanremo con l’adesione di tutte le forze politiche regionali (tranne la Lega, ndr) ho pensato che finalmente ci eravamo riusciti. Certo, l’arresto del presidente del Tribunale di Sanremo Gianfranco Boccalate, il trasferimento a Roma del questore Maurielli dopo le interrogazioni parlamentari, e infine lo scioglimento del consiglio comunale a marzo, lo hanno reso ben chiaro: magari non ero una professionista di queste cose, però non ero certo io a sbagliarmi.

Ora si sono assottigliate le diffidenze, dal Pd mi sostengono. Anche se qui c’è chi mi rimprovera: ‘Eh vabbè, e anche se è mafia? Almeno sono soldi che fanno girare l’economia’. Che penso che succederà? Le ultime inchieste hanno messo in risalto le responsabilità politiche, i voti e i favori scambiati con le famiglie calabresi. Guai ad abbassare la guardia. Loro non sono stati estirpati con gli arresti, ci sono le nuove famiglie che si muovono. E combatterli, in fondo, è possibile anche a una come me. Anche se può costare un po’ di paura e il bisogno di protezione fisica”. Già, nemmeno la banalità del bene alla fine è così banale…

da Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2011

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