Donne di(s)messe

dal BLOG di Caterina Soffici

Parliamo delle 800 mila donne che tra il 2008 e il 2009 hanno dato le dimissioni da un posto di lavoro causa maternità (ultimo dato Istat). E chi ritiene che parlare dell’occupazione femminile sia un esercizio retorico che interessa a poche stanche femministe reduci da battaglie perse, non ha capito come gira il mondo. Le donne, ovunque, dalle piazze del Medio Oriente alle rivolte nell’Africa profonda, sono il maggior fattore di cambiamento della società. E noi continuiamo a mortificarle in ogni modo. Donne e giovani, sempre le ultime ruote del carro. Quale sia l’importanza della galassia femminile nello sviluppo di una nazione moderna degna di questo nome lo sapevano bene anche i Padri costituenti che infatti all’art. 37 della Costituzione italiana hanno scritto: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro le devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

Ecco un altro lampante caso di lungimiranza tradita e di palese violazione della Carta. In verità la donna lavoratrice, al contrario di quanto recita l’art 37, non ha affatto gli stessi diritti che spettano al lavoratore, perché è ancora costretta a scegliere tra lavoro e famiglia, tra vita pubblica, carriera, indipendenza economica, emancipazione e vita privata. Sembra che stiamo descrivendo un società arcaica e medievale, eppure è l’Italia del Terzo millennio. A questi risultati non si arriva casualmente. C’entra la crisi globale, certo. Ma non è un caso che la pratica delle cosiddette “dimissioni in bianco” sia tornata in auge proprio di recente e che il numero delle neomamme “licenziate” sia così alto. Ledimissioni in bianco sono una delle pratiche più odiose in circolazione. Si tratta di quelle lettere senza data che il lavoratore è costretto a firmare al momento dell’assunzione e a consegnare al datore di lavoro, il quale le tirerà poi fuori dal cassetto al momento opportuno. Per esempio quando un lavoratore si ammala di tumore. Oppure, guarda caso, quando una donna rimane incinta. È un fenomeno illegale, ma difficile da provare, subdolo e sommerso. Perché assieme alla lettera di dimissioni senza data il lavoratore spesso deve consegnare anche la busta e la raccomandata scritta di suo pugno, così in caso di contestazione è ancora più difficile fare causa. Ogni anno 1.800 donne chiedono assistenza legale alla Cgil contro le dimissioni in bianco. Dati sballati per difetto: i patronati delle Acli quantificano che una dimissione “volontaria” su 4 legata alla maternità è falsa.

Proprio per evitare questi soprusi, che secondo le statistiche colpiscono principalmente le donne, il governo Prodi aveva approvato la legge 188 secondo cui le dimissioni volontarie potevano essere date solo usando dei moduli elettronici numerati progressivamente con un protocollo unico nazionale, validi 15 giorni. Ecco che diventava impossibile far firmare le dimissioni senza data. L’abolizione della legge 188 è stato uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi e dell’attuale ministro Sacconi. Volete sentire la ridicola motivazione? Per snellire i troppi adempimenti burocratici delle aziende. E questo solo per parlare di chi viene espulso dal mercato del lavoro. Poi ci sarebbero tutte le donne che vengono messe nel sottoscala quando rientrano dalla maternità, quelle umiliate, offese, fatte sentire in colpa, demansionate. E poi ancora la mancanza di strutture, asili nido, welfare eccetera, e l’elenco è lunghissimo come sappiamo. Non sono cose che si risolvono in un attimo. Ma ci sono proposte interessanti. Come per esempio quella sostenuta da più parti (ma ancora lettera morta) di usare i soldi risparmiati grazie all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne imposta dalla Ue a provvedimenti in favore dell’occupazione femminile e la conciliazione. Sono svariate centinaia di milioni di euro all’anno (per il decennio 2010-2020 si parla di 3,7 miliardi) che si potrebbero vincolare a azioni positive per le donne. Sapete, tanto per fare un esempio, quanti asili nido si possono costruire con 3,7 miliardi? E quante detrazioni fiscali per chi assume una neomamma?

Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2011

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