Palermo abbraccia Jennifer, madre senza bambino

La solidarietà dei cittadini, dell’ospedale e della Caritas. La nigerina arrivata incinta a Lampedusa. Ha perso il bambino e il suo compagno è stato spedito a Manduria

PALERMO – A volte la solidarietà per gli immigrati rischia di fermarsi a Lampedusa. Lasciando sola per strada a Palermo una ragazza indifesa, in balia di chiunque. Come è successo a Jennifer Sunday, fuggita dal Niger perché, a 22 anni, morto il padre, i parenti del clan paterno, tutti musulmani, volevano farla sposare, lei cristiana, con uno zio vedovo di 75 anni. In fuga con un cugino, Jennifer ha viaggiato per un anno su muli e carretti, con carovane e corriere, «compresi tre mesi a piedi nel deserto». È poi rimasta un anno a Tripoli dove s’è innamorata di un altro disperato in cerca di futuro, un giovane ghanese, Anthony Body. E con lui, incinta, a febbraio ha raggiunto Zwara, il porto lasciato due settimane fa con un barcone per Lampedusa dove è arrivata in fin di vita.

INCUBO – «Tre giorni senza cibo e acqua, le mani strette alla pancia, dolori forti, mi sentivo morire, piena di sangue…». Portata via, senza il suo uomo, in elicottero a Palermo, al Civico, dove ha perduto il bimbo, ma ha trovato dieci giorni di pace fra medici e infermieri. La sequenza è una somma di flash rapidi. Un medico che la visita, un’ora di volo, una sala operatoria, il mondo che gira attorno, il risveglio, il volto di un’infermiera amorevole. «Di bimbi ne arriveranno altri». Potrebbe essere solo una delle tante storie che la cronaca ignora dopo l’emozione del primo momento, dopo l’ansia registrata al poliambulatorio di Lampedusa. Ma stavolta vale la pena scrutare il dopo di questa vicenda perché, appena dimessa dal Civico, Jennifer, adesso ventiquattrenne, non una parola di italiano, solo un po’ di inglese, viene fatta transitare dall’Ufficio stranieri, giusto il tempo delle impronte, e si ritrova davanti al portone della questura con in mano un foglio, «il permesso di soggiorno provvisorio», senza che nessuno le dica cosa fare, dove andare, a chi rivolgersi.

PAURA – «Mi sono sentita morire perché non sapevo nemmeno dov’ero in quella piazza con le palme davanti… E mio marito? Dicevano ‘Manduria’. Ma che cos’è ‘Manduria’? Lo chiedevo alle signore che incontravo camminando. Nessuno sapeva…», racconta questa ragazza dai capelli ricci acconciati in sottili treccine incollate sul capo, come solchi scolpiti, a esaltare i grandi occhi neri, spesso spenti. Come lo erano quando i passanti la scrutavano diffidenti e curiosi su quella panchina di piazza Indipendenza dove s’era accasciata. «Avevo paura degli uomini. Vedevo in loro le stesse facce di quelli che in Libia volevano farmi prostituire. Nascondevo il viso per paura», ricorda Jennifer ripercorrendo il terrore della solitudine provata in una città ignota, perfino incapace di chiedere aiuto, dolorante. I grandi numeri forse non consentono alle autorità di programmare il dopo, ma quel che è accaduto fa scattare adesso proteste incrociate e annulla lo slancio di solidarietà spesso emerso dal cuore grande di Lampedusa. Perché l’immagine che resta di questa storia è l’angoscia di una creatura impaurita di cui s’accorge una signora senza nome per la cronaca, decisa a fare qualcosa pur di non lasciare una bella ragazza di colore come lei sola in quel deserto infido che è la zona di Porta Nuova a Palermo.

ANGELO – Un angelo. Poche parole in inglese. Un vago riferimento all’«ospedale», senza conoscerne il nome. Poi, un biglietto e un numero di cellulare scritto su un foglietto. La signora parla così con una assistente sociale del Centro accoglienza di Manduria, Valentina Paciullo, la stessa che nella tendopoli pugliese ha confortato il marito di Jennifer assicurandogli di farli presto ricongiungere. «L’hanno abbandonata per strada?». La Paciullo spiega all’«angelo» che l’«ospedale» è il reparto di ostetricia del Civico, prega la signora di accompagnarla da dove era stata dimessa e telefona, infuriata, al maresciallo dei carabinieri di Lampedusa, Donato De Tommaso, che cade dalle nuvole: «Ovvio che bisogna assisterla. Non è possibile che noi qui le salviamo e poi rischiamo di perderle».

SOLIDARIETÀ – Scatta così una nuova catena di solidarietà centrata soprattutto su infermieri e medici del Civico che accolgono Jennifer come una sorella. Una notte serena. Poi il contatto con don Enzo Cosentino, il presidente della Caritas che trova un alloggio presso il Centro di Santa Cristina Gela, una struttura a due passi da Piana degli Albanesi, il paesino arrampicato sui monti di Palermo, lo stesso dove abita la caposala di ostetricia, Sara Di Modica, commossa, pronta ad aprire casa sua per Jennifer, a coccolarla, a comprarle vestiti, a ospitarla con marito e figli. In sintonia con Cettina Bastone, l’operatrice del Centro Caritas che, con la signora Sara, riesce a restituire il sorriso a Jennifer su queste pendici adagiate su un grande lago. Ultima tappa di un viaggio cominciato da Omumu, un villaggio nei pressi di Delta State dove lei non vuole più tornare: «Né Niger né Libia. Solo Europa». E la conferma arriva da Tony, tranquillizzato perché stanno cercando di farlo arrivare a Palermo, ma infuriato per telefono: «Tutti parlano di solidarietà, ma ci hanno separato, abbiamo perso un bimbo e Jennifer ha rischiato di finire in mani cattive».

di Felice Cavallaro, dal Corriere della Sera – 20 maggio 2011

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