“Non sposerò uno che non conosco, voglio studiare e diventare italiana”

Brescia, Jamila torna a scuola: “I fratelli però mi accompagnano sempre”. Occhi scuri e viso perfetto, fa fatica a destreggiarsi tra la sua verità e quella della famiglia. Intervista di Paolo Berizzi

BRESCIA – “Sceglierò io chi sposare, e sarà un pakistano. Adesso però, dopo stò casino, voglio avere finalmente la cittadinanza italiana”. È bella davvero Jamila. Anche quando dice pota (intercalare sospensivo-esclamativo in dialetto bresciano). Gli occhi larghi e scuri, il viso perfetto, le mani lunghe, affusolate, curatissime. Impacchetta il suo metro e ottanta di altezza seduta su un divano. Indossa un completo blu e celeste e uno scarf in tinta che le copre la testa ma lascia cadere sul volto una ciocca ramata dei capelli scuri e lisci. Sembra la Jasmine di Aladin, il cartone di Walt Disney.
Diciannove anni, pachistana, costretta dai fratelli a restare a casa perché troppo bella, Jamila è tornata a scuola ieri. Dopo il clamore, le polemiche, la lettera di uno dei professori dell’istituto professionale dove è iscritta al primo anno, dopo l’intervento decisivo della questura e dei mediatori sociali: la Cgil di Brescia e il console pachistano in Italia. Nel salotto di casa, intorno a lei, ci sono la madre, uno dei tre fratelli che ha 21 anni, il nipotino di un anno e mezzo, il console, due volontari di un’associazione per cittadini italo-pachistani e Damiano Galletti e Silvia Spera della Cgil. Jamila – non è il vero nome – appende le parole a un filo sottile: è sveglia e veloce ma deve destreggiarsi, un po’ a fatica, tra la verità “sua” e dei fratelli (che sembra concertata in famiglia) e quella, più plausibile, della storia che negli ultimi giorni l’ha portata in cima alle cronache. Minimizza molto e, senza volerlo, ammette qualcosa

Come sta?
“Benissimo, a parte i fotografi che mi inseguono ovunque e che stamattina (ieri per chi legge) erano fuori da scuola. Non ne posso più”.
Come è andato il rientro? E i suoi compagni come l’hanno l’accolta?
“Erano contenti, qualcuno si è anche commosso. Ma non era successo niente, niente di quello che è stato detto e scritto”.
Vuole dire che non è vero che i suoi fratelli l’hanno costretta a stare a casa da scuola e a non uscire da sola?
“Qualcuno ha persino detto che mi volevano vendere in Pakistan, è assurdo”.
Veramente, dopo che lei è mancata da scuola per molti giorni, era venuto fuori che la sua famiglia voleva che lei andasse nel suo paese per sposarsi.
“Non è vero neanche questo. La gente in giro parla, è pettegola, e lo sono soprattutto le pachistane e le indiane. Sceglierò io chi sposare, di certo sarà un pachistano ma non una persona che non conosco (si dice che oggi abbia un interesse per un ragazzo, ndr). Anche se la mia cultura prevede che l’uomo chieda la mano al padre della sposa (quello di Jamila è morto cinque anni fa mentre era al lavoro in fabbrica, ndr). Funziona così”.
Lei è musulmana. Il Corano dice che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. Non è strano che i suoi fratelli le abbiano detto di stare in casa perché è troppo bella? Qualcuno a scuola le aveva fatto magari dei complimenti pesanti?
“Può essere che qualcuno abbia detto qualcosa ai miei fratelli. Ma i complimenti li accetto, non sono un problema. E poi a scuola vado quasi sempre accompagnata: o da mia madre o da uno dei miei fratelli. Non vado nemmeno alle feste delle mie compagne. La mia cultura prevede che una donna non esca mai da sola”.
Interviene il fratello ventunenne, disoccupato in cerca di lavoro, italiano fluente. Con una spiegazione un po’ acrobatica espone la sua versione dei fatti. “Figuriamoci se noi vendiamo nostra sorella. O se non la facciamo andare a scuola. La verità è che Jamila doveva andare in Pakistan con mia madre perché c’è nostro nonno che sta male. Perché è rimasta a casa da scuola? Perché in quei giorni stavamo cercando di comprare i biglietti per il viaggio. Lo avevamo deciso tutti assieme, come facciamo sempre per ogni decisione. Adesso dopo tutta questa storia non ci andrà più”.
Jamila, a sollevare il suo caso è stato uno dei suoi professori. Ha scritto una lettera e si è rivolto alla questura. Diceva esattamente quello che è stato poi riportato dai giornali e dalle televisioni. Che cosa ne pensa?
“La lettera ha sollevato un clamore che non mi ha fatto certo piacere. Io non avevo problemi, ero e sono amica di tutte a scuola. Nessuno mi ha mai dato fastidio”.
La sua storia è stata accostata a quella di Hina Saleem, la ragazza uccisa dal padre perché era fidanzata con un italiano.
“La mia storia non c’entra niente con quella”.
Se la ricorda la storia di Hina? Che effetto le aveva fatto?
“Non voglio dire niente, c’erano dei problemi in famiglia e dopo quel fatto la situazione è anche peggiorata visto che il padre adesso è in carcere”.
Soprattutto Hina è stata sgozzata e seppellita in giardino.
“Ehhhh, è così”.
Che cosa vuole fare adesso della sua vita?
“Voglio continuare a studiare. Mi piacerebbe diventare stilista (nella sua scuola si insegna moda, ndr). Ma continuerò a crescere seguendo la mia cultura. Non voglio cambiare. Se un domani starò in Italia o andrò in Pakistan questo lo deciderò. Adesso però vorrei che finalmente mi dessero la cittadinanza”.
Perché dice finalmente?
“L’avevamo chiesta ma ero ancora minorenne. Poi mio padre è morto e ci hanno detto che non potevano darcela perché nel suo testamento non aveva fatto nessuna richiesta per fare diventare i figli italiani”.
Adesso però lei è maggiorenne.
“Infatti. Visto che mi hanno sputtanato, vorrei almeno avere la possibilità di diventare italiana”.

da La Repubblica – 19 aprile 2011

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