Una proposta per la parità di genere: “Uno zip per la politica, il 50/50”

di Anne Maass, Angelica Mucchi-Faina e Chiara Volpato

Il 13 febbraio 2011 si è svolta nelle piazze italiane, e non solo italiane, una mobilitazione delle donne per rivendicare dignità e pari opportunità nel nostro paese. Il successo della manifestazione è stato tale da superare ogni ottimistica previsione: una enorme quantità di persone – si è calcolato circa un milione – ha risposto alla domanda “Se non ora, quando?” gridando “Adesso”.

Si è detto “Non può finire qui”, “E’ solo l’inizio”. Il 50/50, ossia la richiesta che in ciascuna lista elettorale siano presenti donne e uomini in numero equivalente e in ordine alternato, può costituire uno dei prossimi obiettivi.

La democrazia incompiuta: uomini prepotenti e donne invisibili

Basta guardare pochi dati per capire la dimensione della disparità di genere nella  politica italiana. L’ 82% dei senatori, il 79% dei deputati e il 79% dei ministri sono uomini. La situazione è particolarmente sbilanciata in alcuni partiti (PdL, Lega, UdC, IdV), ma anche nel PD gli uomini superano il 70%. Una situazione analoga si presenta nel parlamento europeo, dove l’Italia si colloca al quartultimo posto tra i 27 paesi membri, con il 78% di uomini. Che questa percentuale sia pressoché identica per i partiti di destra e di sinistra dimostra che l’esclusione delle donne non è questione di orientamento politico. Sessismo e misoginia non abitano solo a destra. Si tratta di un fenomeno generale che veicola un messaggio semplice: le donne non devono entrare in politica. O, come elegantemente disse Pippo Gianni, deputato UdC, in una seduta parlamentare del 2005, le donne non devono “scassarci la minchia”.

In Italia serve un antitrust della politica. Non è ammissibile che un paese formato da metà uomini e metà donne sia governato da un unico gruppo, non importa quale. E’ a dir poco sconcertante che ci si scandalizzi davanti a un tribunale islamico in cui la testimonianza della donna vale metà di quella di un uomo, ma si accetti come normale un parlamento in cui per ogni voce femminile ci sono quattro voci maschili.

Una democrazia moderna non può rinunciare alle donne

Esistono molti motivi per cui un paese democratico non può rinunciare al contributo delle donne. Ne citiamo sei:

1) E’ una questione di giustizia. La costituzione (art. 3 e art. 51) sancisce l’eguaglianza di genere nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. La sistematica esclusione delle donne dalle cariche politiche è anti-costituzionale.

2) Le leggi proposte e approvate in parlamento riguardano donne e uomini in ugual misura. Anzi, alcuni temi su cui si esprime il parlamento sono di particolare e, a volte, esclusiva rilevanza per le donne. Quando si decide di ridurre il tempo pieno nelle scuole pubbliche, chi pagherà maggiormente le conseguenze? Quando si decide sulla fecondazione assistita, sullo stupro, sull’ aborto, quali sono le persone direttamente interessate? In una vera democrazia, quale logica può giustificare l’esclusione di uno o dell’altro gruppo dal potere legislativo? Per una logica analoga sembra ingiustificabile che la corte costituzionale, organo vitale in qualsiasi democrazia, sia composta al 93% da  uomini.

3) Le donne sono portatrici di una cultura diversa. Ricerche psicologiche e sociologiche dimostrano che, mediamente, le donne sono più propense a condividere valori democratici come l’uguaglianza, la responsabilità sociale, l’accoglienza, la protezione dell’ambiente e meno propense ad accettare una struttura sociale gerarchica in cui un gruppo domina su di un altro e in cui le minoranze non vengono rispettate (Caricati, 2007). Per esempio, recenti studi condotti in Italia dimostrano che le donne, rispetto agli uomini, sono meno sessiste (Glick et al., 2004; Manganelli Rattazzi, Volpato e Canova, 2008), hanno minori pregiudizi verso gli immigrati (Manganelli Rattazzi e Volpato, 2001), un atteggiamento più favorevole nei confronti della società multiculturale (Mancini, Ceresini e Davolo, 2007) e aspirano di più a una società in cui i diversi gruppi sociali abbiano pari dignità. In Italia, come in altri paesi europei, sono soprattutto le donne ad appoggiare misure contro qualsiasi forma di discriminazione (Eurobarometro, 2008). In altre parole, sono loro le portatrici dei valori democratici per eccellenza. E’ proprio per questo che le istituzioni e, in particolare, i partiti progressisti non possono fare a meno delle donne, a meno che non vogliano rinunciare proprio alla realizzazione dei valori che li distinguono.

4) L’agenda politica è incompleta senza le donne. Alcuni studi mostrano che, quando le donne diventano una presenza rilevante (più del 30%) nelle istituzioni, cambia anche l’agenda politica. Per citare solo un esempio, le ricerche di Lena Wängnerud (2000, 2009), condotte in Svezia, indicano che le parlamentari donne dedicano maggiore attenzione a questioni come le politiche sociali.

5) Con l’incremento della presenza femminile non cambia solo l’agenda politica, cambia anche la qualità delle soluzioni proposte. La ricerca sociale ha dimostrato che le idee migliori e più innovative nascono in ambienti eterogenei, caratterizzati da diversità (Florida, 2003). Come affermato anche nei rapporti del World Economic Forum, solo usando il talento e la creatività di uomini e donne le società moderne sono in grado di affrontare con successo i molti problemi sociali, economici, ambientali e diplomatici. Non a caso, la diminuzione del gender gap è generalmente seguita da un aumento della competitività economica e del prodotto interno lordo (Global Gender Gap Report, 2008). Ovviamente, questi vantaggi si verificano soprattutto quando donne e uomini vengono scelti secondo seri criteri di merito, cosa che non sempre si realizza nella selezione del personale politico.

6) Infine, la presenza delle donne potrebbe dare un importante contributo per “fare pulizia” all’interno della scena politica italiana. Sotto il profilo etico le donne sono meno accomodanti degli uomini. E’ ben documentata la loro minore propensione alla delinquenza di qualsiasi natura, dai furti agli omicidi: solo una piccola parte dei reati commessi in Italia è imputabile a donne (Ministero degli Interni, 2006).  Questo vale anche per molti crimini di tipo economico, come le truffe e le frodi informatiche, settori in cui solo il 22% dei reati sono compiuti da mani femminili Esiste evidenza empirica che le donne sono, mediamente, meno tolleranti rispetto alla disonestà e a pratiche immorali negli affari (Franke et al., 1997).

Negli ultimi anni, la politica italiana ha conosciuto un degrado etico senza confronti nel mondo occidentale, a cominciare dallo sfruttamento sessuale delle donne. In Italia, ma non solo, gli scandali a sfondo sessuale coinvolgono quasi esclusivamente politici uomini. Anche quando esercitano il potere, in genere le donne non usano la propria posizione o i propri soldi per comprare sesso e non decidono le carriere altrui in base alla disponibilità a passare per il loro letto. Lo sfruttamento sessuale non fa parte della loro cultura. Ben venga, quindi, la presenza femminile in politica.

Lo zip in politica

E’ quindi necessario un intervento drastico che favorisca il riequilibrio della rappresentanza in base al genere. Una prova evidente dell’utilità delle quote è fornita da una ricerca condotta in Italia (De Paola, Scoppa e Lombardo, 2010). L’introduzione obbligatoria delle quote di genere per le elezioni comunali è stata in vigore nel nostro paese per un breve periodo (aprile 1993 – settembre 1995) e ha quindi interessato solo i comuni in cui si è votato in quel periodo. Si noti che la legge imponeva un numero minimo di donne (1/3) nelle liste, ma non garantiva seggi riservati alle donne. La ricerca ha rilevato che,  durante quel periodo, la rappresentanza femminile nei consigli comunali è più che raddoppiata. Inoltre – ancora più importante – confrontando i comuni in cui si è votato in quel periodo con quelli in cui non si è mai votato con il sistema delle quote, si è visto che nei primi la rappresentanza delle donne in politica si è mantenuta più alta che nei secondi anche dopo che le quote sono state abolite (1996-2007).  Le quote, quindi, contribuiscono a cambiare la mentalità e la cultura e il loro effetto permane anche quando non sono più in vigore.

Sulla base di tali considerazioni, proponiamo una norma tesa a riequilibrare il sistema politico. Oggi gli uomini ultra-cinquantenni sono il 17% della popolazione italiana, ma costituiscono il 57% dei parlamentari; esiste quindi una concentrazione ingiustificata e anti-costituzionale del potere politico nelle mani di pochi. Di conseguenza, è necessaria una norma anti-trust. Ci sono leggi che tutelano la concorrenza sui mercati economici, leggi che vietano alle imprese di abusare di posizioni dominanti a danno del consumatore. La stessa logica deve valere in politica.

Quale regola può ristabilire l’equilibrio tra i generi? La regola più semplice, applicabile nelle elezioni nazionali, locali ed europee, è che in ciascuna lista elettorale un posto ogni due sia assegnato a una donna, ossia che uomini e donne siano presenti in lista in modo alternato, come i denti di una cerniera lampo, come uno zip. A livello europeo, questa richiesta è in linea con la European Women’s Lobby “50/50 Campaign for Democracy” basata sul criterio che donne e uomini, costituendo la metà della popolazione, debbano essere rappresentati in pari misura nelle istituzioni politiche. Non è complicato. È solo questione di logica.

Non servono invece  dichiarazioni di principio destinate a rimanere disattese. Non vorremmo che si ripetesse  quello che è successo nel  PD, che ha  dichiarato l’uguaglianza di genere nel suo codice etico e poi, alle elezioni europee ha poi fatto eleggere una donna ogni tre uomini. Giuliano Pisapia, candidato della sinistra a diventare sindaco di Milano, ha annunciato la decisione di avere in giunta, in caso di vittoria, almeno la metà di assessori donne (La Repubblica, 17 febbraio 2011). Gli chiediamo di precisare meglio che i candidati saranno individuati secondo il principio dello zip e che alle donne non spetteranno solamente gli assessorati meno importanti, come di solito succede. Dichiarare il principio di parità nei programmi è inutile se non si traduce tale dichiarazione in regole chiare, applicabili e – fondamentale – osservate senza alcuna eccezione.

La nostra proposta

Nella storia dell’umanità, raramente un gruppo dominante ha rinunciato di sua volontà ai propri privilegi. E di privilegi si tratta, considerando il potere e gli stipendi (i più alti d’Europa) dei parlamentari italiani. Approvare una legge del genere è un’impresa impossibile con solo il 20% di donne in Parlamento. La strada delle quote legislative non sembra quindi percorribile.

Resta da percorrere la via delle quote volontarie, ossia adottate autonomamente dai singoli partiti. Ci rivolgiamo per questo ai partiti dell’opposizione. Per riequilibrare la rappresentanza proponiamo di sfruttare la legge elettorale “porcellum”, che pur essendo discutibile sotto tutti gli altri punti di vista, è uno strumento potente per contrastare la concentrazione del potere nelle mani di un unico gruppo (i maschi ultra cinquantenni). Chiediamo a questi partiti di applicare da subito la norma del 50/50 nelle cariche interne e nelle elezioni, a partire dalla prossima tornata elettorale. Per evitare che le donne finiscano, com’è tipico, in fondo alle liste, uomini e donne si dovranno alternare. Ovviamente, per un eventuale governo dovrà valere una regola analoga (con 50% dei ministeri, pesati con un loro coefficiente di importanza, alle donne). Avendo poca e, da questo punto di vista, silente rappresentanza in parlamento, noi elettrici italiane abbiamo una sola arma democratica per esercitare il nostro diritto di voice (Hirschman, 1982): quella di esigere, in modo coerente e ad alta voce, che in ciascuna lista elettorale donne e uomini siano presenti in modo alternato, in modo che un posto ogni due venga occupato da una donna. Ci impegniamo dunque a non votare per liste in cui le donne siano sotto-rappresentate o collocate in posizioni sfavorevoli.

2 thoughts on “Una proposta per la parità di genere: “Uno zip per la politica, il 50/50”

  1. Si. Poi facciamo in modo che ci sia il 50 e 50 di deputati del sud e del nord, poi il 50 e 50 di deputati alti e bassi, poi il 50 e 50 di deputati coi capelli rossi e senza i capelli rossi, poi il 50 e 50 di deputati mancini e deputati destrimano, ecc.

    Ma per favore, state distorcendo il discorso dell’uguaglianza per i vostri fini. L’uguaglianza è da intendersi come uguaglianza di fronte alla legge. Poi ognuno se deve arrivare in cima ce la deve fare con le sue forze, senza queste leggi che impongano il successo delle donne ai vertici della società. Perchè non vi impegnate anche ad assicurare che i lavori più umili siano composti al 50 e al 50 da uomini e donne? Perchè non battersi per avere il 50 e 50 di barboni maschi e femmine?

    Siete solo delle prepotenti che volete non uguale dignità con gli uomini in genrale, ma uguale dignità con l’ELITE.

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    • ste … faccio un tentativo.
      Credo che tu sia uscito dal merito. Ti fornisco un punto di partenza; leggi attentamente e prenditi tempo per elaborare i dati. 🙂

      art. 3 della COSTITUZIONE
      Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

      È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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