Il Presidente della Repubblica: “Stop alle donne oggetto”

Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione della Giornata internazionale della Donna

Saluto cordialmente le Signore Vice Presidenti del Senato e della Camera e le altre parlamentari, le Signore Ministri, la Signora Giudice Costituzionale, la Signora Presidente della Regione Lazio ; rivolgo i miei complimenti alle vincitrici e ai vincitori del Concorso, e alle neo-decorate dell’Ordine al Merito della Repubblica, e infine i più sentiti auguri alle donne presenti in sala, a quelle che ci seguono da casa, a tutte le italiane e mi complimento con le vincitrice e i vincitori del concorso e con le neo decorate dell’Ordine al Merito della Repubblica.
Oggi il Parlamento europeo festeggia il centesimo anniversario dell’istituzione della giornata internazionale della donna. In Italia, questo anniversario si colloca nel quadro della celebrazione del centocinquantenario della fondazione dello Stato italiano : una ricorrenza che invita a tirare qualche bilancio. Come è ovvio, se confrontiamo la semplice condizione giuridica delle donne italiane del 2011 con quella delle compatriote del 1861, il bilancio segnala uno straordinario cambiamento. E, anche se confrontiamo l’Italia di oggi con quella del primo cinquantenario, il 1911, cogliamo l’enorme distanza che ci separa da una situazione di drammatica subordinazione femminile. Mentre il Parlamento si preparava a concedere l’anno seguente, nel 1912, il suffragio universale maschile anche agli analfabeti, lo avrebbe negato alle donne anche se istruite. Sotto il profilo dei diritti politici l’Italia, purtroppo, non costituiva allora un’isolata eccezione.
Se guardiamo a cento anni or sono, ancor più dell’esclusione dai diritti politici colpisce il divieto di accesso a incarichi e professioni e l’equiparazione delle donne agli incapaci e ai minori. Infatti, prima delle riforme liberali del 1919, le cittadine italiane non avevano capacità di agire : ad esempio, non potevano firmare contratti, né amministrare i compensi del proprio lavoro senza l’autorizzazione maritale e non potevano essere presenti in molte professioni e incarichi pubblici. Il cammino verso la parità, avviato nel periodo liberale, fu invertito dal regime fascista. Una lettura affrettata, ma non per questo poco diffusa, attribuisce al legislatore del regime un meritorio impegno a favore delle donne. Non è così, a meno che non si considerino provvedimenti di tutela rivolti in particolare alle madri, che ben si conciliavano con una concezione del ruolo femminile confinato nella famiglia. Durante il Fascismo furono fatti, al contrario, molti passi indietro : le donne non potevano insegnare determinate materie, né dirigere certi istituti scolastici e si arrivò, nel 1938, a imporre per legge un tetto massimo del 10% di lavoratrici nell’impiego pubblico e privato.
Solo dopo il crollo del Fascismo, a partire dal 1945, le donne italiane iniziarono a esercitare il diritto di voto. Con l’articolo 3 della nuova Costituzione, fu messo al bando ogni tipo di discriminazione inclusa quella basata sul sesso. Ma l’articolo 3 non produsse subito tutte le auspicabili conseguenze.
Infatti, anche se ci confrontiamo con l’Italia dell’ultimo grande anniversario, i cento anni del 1961, ci accorgiamo di quanto le italiane fossero ancora lontane dal raggiungere quegli elementi costitutivi della parità che oggi diamo per scontati. Non erano, nel 1961,  ancora ammesse a tutte le professioni e i pubblici uffici, erano escluse ad esempio dalla magistratura, la potestà sui figli spettava ai soli padri, le italiane sposate con uno straniero perdevano la cittadinanza. Non erano riconosciuti adeguati strumenti giuridici di tutela contro la violenza : vigevano le attenuanti per il delitto d’onore, lo stupro era considerato solo un reato contro la morale e il buon costume. Su tutti questi punti sono poi intervenute importanti riforme tra gli anni ’60 e ’80. Tralascio le riforme più recenti, pur significative, compresa quella dell’articolo 51 della costituzione, perché le ha efficacemente richiamate il Ministro Carfagna.
Ho voluto richiamare alcune tappe di questo lungo viaggio verso la parità per sottolineare un fatto evidente. In Italia, come in tutti gli stati democratici, le donne hanno raggiunto molti obiettivi, ma in questo viaggio verso la parità c’è stata una forte accelerazione nell’ultimo cinquantennio. Il merito si deve soprattutto all’impegno combattivo delle donne, alla loro capacità di unirsi e di rivendicare con fermezza i propri diritti. Oggi si può affermare che il grado d’impegno delle donne per la parità, l’affermazione del loro ruolo nei vari ambiti sociali, il livello di uguaglianza, di dignità e di considerazione di cui esse godono sono tra i principali indicatori della maturità e dello stato di salute dei sistemi democratici.
Tuttavia, le donne italiane sono ancora lontane dall’aver conquistato la parità in molti campi. Basti ricordare il divario di genere, quale risulta anche dai rapporti internazionali, nella rappresentanza politica, nei media, ancora in qualche carriera pubblica, nella conduzione delle imprese. Basti più in generale ricordare il divario e le strozzature che pesano nell’accesso al mercato del lavoro.  Ne soffrono soprattutto le ragazze, le giovani in cerca di occupazione : e per comprendere quali energie e potenzialità rischino così di essere sacrificate, basta vedere – porto solo questo esempio – come si fanno valere ricercatrici italiane quali quelle che ho incontrato qualche giorno fa al CERN di Ginevra.
Per proseguire nel percorso verso il pieno dispiegarsi delle aspirazioni e dei talenti delle donne, e verso la parità – e, ancor più, per scongiurare dolorosi passi indietro – sono stati prospettati nuovi interventi legislativi.
Ma credo che per raggiungere una parità sostanziale sia necessario incidere essenzialmente sulla cultura diffusa: sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi, su un’immagine consumistica che la riduce da soggetto ad oggetto, propiziando comportamenti aggressivi che arrivano fino al delitto. Per favorire il cammino verso una parità sostanziale, molto devono fare la scuola e i mezzi di comunicazione attraverso i valori che trasmettono, e una rilevante responsabilità cade su quanti hanno ruoli preminenti in tutti gli ambiti e le professioni ; alle donne in particolare, tocca offrire validi modelli di comportamento.
Non solo a quante hanno particolari funzioni e visibilità, ma a tutte le donne spetta, nella quotidianità della loro vita, il dovere di contrastare luoghi comuni, di esigere rispetto e considerazione. Infatti, i progressi femminili sono risultato di azioni e partecipazioni collettive di tante donne nei movimenti, nei partiti, nei sindacati.
Non bisogna sottovalutare il ruolo di donne illustri che sono riuscite a compiere imprese ed atti per il loro tempo impensabili – alcune di loro sono state anche oggi ricordate – ma il progresso femminile non si deve solo a figure professionalmente eccezionali, bensì anche, e molto, a persone normali che hanno infranto barriere, consuetudini stantie, a donne coraggiose che hanno distrutto vergognosi privilegi maschili.
Non tutte sono entrate nei libri di storia. Vorrei ricordare una ragazza come tante, citata anche nel filmato iniziale, Franca Viola che, nel 1966, rifiutò di concedere “il  matrimonio riparatore” al giovane mafioso che l’aveva rapita e violentata. Il suo comportamento contribuì a determinare la revisione della norma e ridare alla parola onore il significato che deve avere : rispetto di sé, rispetto da parte degli altri.
In occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia ci si sta giustamente adoperando per valorizzare la partecipazione femminile al percorso risorgimentale, e anche noi abbiamo qui reso onore a quelle donne, cui sono stati anche dedicati bei libri (e mi compiaccio con le autrici). In effetti, si deve rendere onore anche al contributo venuto dall’universo femminile all’avanzamento generale della società nazionale in tutte le fasi dell’Italia post-unitaria : a quel che le donne hanno fatto, ad esempio – e l’ha sottolineato il Ministro Gelmini – nella scuola e per la scuola. Purtroppo, non tutte le donne che si batterono per l’unificazione del nostro Paese  presero sul serio la questione femminile. Accade troppo spesso che, per servire cause generali considerate giuste, le donne trascurino di promuovere i propri diritti. Alcune donne fortunatamente pensarono anche al dovere di liberare non solo la patria, bensì ugualmente se stesse. Abbiamo ascoltato nella lettura le loro voci. Nel nostro movimento unitario, tuttavia, non sono mancati tra i massimi esponenti anche uomini che hanno rivendicato e praticato l’emancipazione femminile. Garibaldi, per primo, inquadrò le combattenti a pieno titolo nelle sue truppe conferendo loro gradi e promozioni. Mazzini ne “I Doveri dell’Uomo” scrive :  “(….) Amate, rispettate la donna (…) Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna. Un lungo pregiudizio ha creato, con un’educazione disuguale e una perenne oppressione di leggi, quell’apparente inferiorità intellettuale dalla quale oggi argomentano per mantenere l’oppressione. Ma la storia delle oppressioni, non v’insegna che chi opprime si appoggia sempre sopra un fatto creato da lui?”.
Nella giovane Italia postunitaria, il deputato Salvatore Morelli presenta diversi progetti di legge per l’emancipazione femminile, incluso il diritto al voto. Nel suo libro, che attribuisce alle donne il ruolo di agente primario per un migliore avvenire italiano afferma : “Si illumini quindi la donna, (…) si riconosca in lei la personalità giuridica e tutti i diritti che le sono inerenti”.
Dunque, se è evidente che le donne stesse devono agire da protagoniste nel condurre fino in fondo la marcia verso la parità, gli uomini non sono esentati dal dovere di comportarsi come loro validi e solidali compagni. Perché, in effetti,  la parità di genere non riguarda solo le donne, così come le battaglie per dare a tutti i cittadini una vita decorosa non riguardano solo i poveri, le lotte per la libertà politica non sono esclusiva dei dissidenti, quelle per la tolleranza non toccano solo le minoranze. Sono e devono essere cause comuni che coinvolgono chiunque assuma come propri i valori democratici. Ne consegue che l’ulteriore cammino verso la parità di genere non può non essere parte di una generale ripresa di valori civili.
Il Risorgimento non aveva come solo obiettivo l’Unità nazionale, ma si proponeva anche il rinnovamento istituzionale, civile e morale del paese. Il ramo femminile della carboneria aveva come motto “Onore e virtù”. In questa necessaria opera di rinnovamento morale le donne di oggi, come quelle di ieri, sono chiamate a dare un contributo fondamentale. E sono certo che anche le nuove italiane, le tante donne immigrate che sono già diventate o diventeranno nostre concittadine, le tante che lavorano con abnegazione e senso del decoro, faranno anche esse la loro parte. Auguro in conclusione a tutte voi e a tutti noi di lavorare insieme con successo per un’Italia migliore, più ricca di futuro per le donne e per le giovani generazioni.
Quirinale, 8 marzo 2011

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