8 marzo, le donne si “riprendono” l’Italia

Che cosa succede quando l’anniversario dell’Unità d’Italia incontra le donne? Che cosa succede quando le donne decidono di riprendersi il Risorgimento, di scendere in piazza e dire ‘la rimettiamo al mondo noi l’Italia’?

Succede che 150 anni di storia si ritrovano in un giorno, che non è il 17 marzo, nascita dell’Italia unita, ma l’8 marzo, data simbolo che quest’anno per molte sarà il proseguimento di quel ‘Se non ora quando’ che il 13 febbraio scorso ha visto la piazza riempirsi di un milione di donne (e di uomini) in tante città italiane. Succede che 150 anni di narrazioni sul ruolo delle donne nella vita del Paese diventano autonarrazione delle donne sul loro ruolo nella società italiana.

Con un compito, che è anche l’appello della manifestazione: ‘Rimettiamo al mondo l’Italia’. Già, perchè non è la prima volta. Del resto si dice madrepatria, la parola nazione si declina al femminile, Italia è un nome di donna.

Perchè? Da dove viene e dove conduce una identificazione così forte? Certo è che non sono state le donne a sceglierla, così come non sono loro a decidere oggi di raccontarsi come spesso fanno i mezzi di comunicazione. Maria Serena Sapegno, Nadia Urbinati, Ida Dominijanni e Olivia Guaraldo spiegano all’agenzia di stampa Dire (i loro interventi su www.dire.it) che cosa c’è dietro l’immaginario italiano del genere femminile e che cosa vuol dire (nel bene e nel male) scendere in piazza martedì prossimo per riprendersi il Risorgimento e rimettere al mondo l’Italia.

«Dire ‘rimettiamo al mondo l’Italia’- spiega Sapegno, professoressa di Letteratura italiana all’università di Roma La Sapienza e membro del comitato ‘Se non ora quando?’- è un fatto simbolico, perché bisogna proprio cambiarla l’Italia, e devono cambiarla le donne. Serve una nascita simbolica di un’altra Italia. Vuol dire questo, non ‘siamo tutte madri’».

Ci tiene a precisarlo, perché il dibattito sulla manifestazione (così come su quella del 13 febbraio) aperto all’interno al femminismo è tutto su questo. «Non vuol dire siamo di nuovo costrette in quel ruolo – precisa – ma che l’Italia ha bisogno che anche le donne la producano, perchè fino ad ora non è stato così».

E poi c’è «questo gioco verbale sul mondo: a causa di questa cultura orrenda tutto il mondo ride di noi. Ma se le donne possono raccontarla in un modo diverso, allora l’Italia si riapre al mondo. Oggi, dopo 150 anni, la rifacciamo noi, perchè c’è bisogno di una nazione più giusta e più egualitaria per tutti».

‘Se non ora quando?’: è d’accordo Olivia Guaraldo, professore aggregato di Filosofia politica all’università di Verona e coautrice di ‘Filosofia di Berlusconi’, «perché se c’è un momento in cui bisogna scendere in piazza è proprio questo, anche se i toni usati per convocare la manifestazione del 13 febbraio erano troppo tradizionali. Dire ‘la dignità delle donne è la dignità della nazione’ significa mettere in campo un’equivalenza che può essere strumentale, perché le donne vengono prese e usate quando c’è bisogno di rafforzare la nazione».

Per quanto riguarda l’8 marzo, Guaraldo spiega che «il Risorgimento evocato oggi potrebbe essere la necessità di mettere in discussione questi modelli», per far capire «alla società che non ci può essere una democrazia compiuta senza che al centro ci sia l’autodeterminazione femminile e la libertà femminile».

Ma per rimettere al mondo l’Italia – conclude – è necessario coalizzare diversi soggetti: non solo ed esclusivamente le donne, ma tutte le persone che non si riconoscono in questo Paese.

Non così per Ida Dominijanni, editorialista de Il Manifesto e membro della comunità femminile Diotima, secondo la quale “dietro le quinte della manifestazione del 13 e delle celebrazioni del 150esimo dell’Unità d’Italia si stia giocando un conflitto non dichiarato sulla figura della madre”.

Perché “se si richiama l’immaginario che identifica la donna con la nazione, l’ideale onnipotente della donna che può far ‘rinascere’ l’Italia, il rischio è di ritornare alla figura tradizionale della madre garante dell’ordine patriarcale, così come etimologicamente suggerisce la parola madrepatria: madre del padre”.

Per Dominijanni si tratta del “paradigma della donna brava, che lavora, mette al mondo dei figli e salva la comunità in pericolo, contrapposto alle presenze perturbanti delle ‘ donne permale’ che circondano il Sultano”.

Ma non è solo questo il punto: “A me pare evidente che il Berlusconi-gate, mettendo in scena l’estrema miseria di un certo modello di virilità, colpisca la dignità degli uomini prima che quella delle donne, e dovrebbe costringerli a mettersi di fronte alle proprie responsabilità e complicità rispetto a quel modello”.

TUTTE LE INIZIATIVE

La discussione divide e appassiona, ma tra poche ore si torna in piazza. Basta con le mimose e i regalini, l’8 marzo deve tornare a essere una festa laica del lavoro delle donne e un momento per rilanciare le rivendicazioni: al grido di «riprendiamoci l’8 marzo», il Comitato «Se non ora quando» vuole dare in questo modo continuità a ciò che la piazza del 13 febbraio, quando ha mobilitato un milione di persone, ha espresso.

In una conferenza stampa, il gruppo di donne – attrici, registe, politiche, storiche, giornaliste – ha spiegato di aver scelto il simbolo della coccarda rosa per celebrare quest’anno la Giornata mondiale della donna. Un fiocco da appendere a una statua, a un albero, alla borsa, al motorino, alla finestra, alla giacca o al finestrino della macchina.

E anche un fiocco «virtuale» con cui «legarsi tutte, nel 150.mo dell’Unità d’Italia, per una rinascita del nostro Paese». Ma nessuna manifestazione organizzata: troppo vicino il 13 febbraio, e poi quella era la «loro» manifestazione mentre l’8 marzo è una data che vede storicamente protagonisti tutti i movimenti femminili.

A Roma, comunque, ci sarà un «punto di presenza» a piazza Vittorio e altri tre punti in altrettante piazze della periferia; le 4 piazze saranno «collegate» da due camioncini che attraverseranno la città. Di rilievo l’iniziativa delle donne torinesi, che porteranno in dono alle «sorelle» della Locride alcune bandiere con il loro «Se non ora quando» da far sventolare nei loro paesi.
TUTTE LE ALTRE INIZIATIVE DI ‘SE NON ORA QUANDO’

E all’universo delle donne italiane si rivolge la piattaforma di richieste che il comitato lancia in occasione della festa: congedo di maternità obbligatorio e indennità di maternità, congedo obbligatorio di paternità, norme che impediscano il licenziamento «preventivo» come le dimissioni in bianco sono le questioni rilevanti.

«Bisogna tornare a considerare la maternità a carico della fiscalità generale» ha sottolineato Valeria Fedeli, ex sindacalista. Al centro, il tema della precarietà, che colpisce in modo massiccio le donne e soprattutto le ragazze.

«L’8 marzo può essere – ha spiegato Flavia Perina, direttrice del ‘Secolo d’Italia’ e parlamentare del Fli – l’occasione per aprire un dialogo su questa piattaforma – perché non confrontarsi anche su questo?».

«Nessun passo indietro rispetto ai temi del 13 febbraio – ha aggiunto rispondendo alle domande – ci sarà occasione di riprendere quel discorso, a cominciare dal 17 marzo, festa dell’Unità d’Italia». «Riapriremo dopo l’8 marzo – ha assicurato Francesca Izzo – la grande discussione su cosa le donne vogliono fare e come contare sulla scena pubblica».

4 thoughts on “8 marzo, le donne si “riprendono” l’Italia

  1. La conciliazione tra lavoro e famiglia sembra essere, per le donne, ancora un miraggio. Secondo recenti dati alla nascita del loto primo figlio lavorano 59 donne su 100, ma dopo il periodo di maternità tornano al lavoro solo in 43. Un tasso di abbandono pari al 27%.

    Una recente indagine condotta da Manageritalia rivela che se in tutti i Paesi Europei l’occupazione delle neomamme segna un calo nei primi tre anni di vita del bambino per poi recuperare dopo questo traguardo, in Italia il tasso d’occupazione delle donne continua a calare al crescere dell’età dei figli.

    Vai alla gallery: Mamme online I motivi sono svariati: le priorità vengono profondamente ribaltate, i costi per baby sitter e nido sono alle stelle, i servizi pubblici offerti a sostegno della famiglia sono rari e spesso inaccessibili alla maggior parte delle mamme, il senso di colpa è in agguato e allora c’è chi sceglie di non tornare a lavoro.
    C’è anche, ovvio, chi ci torna volentieri perché ha la fortuna di fare un lavoro che piace e che è remunerativo e chi ci torna perché uno stipendio solo in casa non è sufficiente.

    Il quadro è estremamente variegato ma i punti fermi possono essere questi:
    • la flessibilità su orari di lavoro e turni è un’utopia per la maggior parte delle donne;
    • il part time, che rappresenterebbe una chance interessante, viene spesso respinto e risulta inaccessibile
    • il telelavoro resta una parola per lo più sconosciuta (anche se sono lodevoli gli sforzi recentissimi fatti in questo senso dal Ministro Sacconi e i cui frutti si vedranno – forse – in questi giorni)
    • spesso al momento del rientro in azienda la mamma/lavoratrice si trova a dover gestire una situazione di disagio che spesso degenera nel vero e proprio mobbing
    • i servizi sociali offerti in sostegno alle famiglie (a partire da un assegno familiare all’accesso agli asili nido) sono insufficienti e spesso relegati a qualche volenteroso e più virtuoso comune.

    Sarebbe quantomeno interessante se proprio nel giorno della Festa della Donna finalmente le istituzioni e le parti sociali trovassero un accordo su come favorire una conciliazione tra lavoro e famiglia.

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  2. succede che si dividono, anche senza litigare, e che sono molte in meno di quante sarebbero state se fossero state capaci di fare un 8 marzo piu’ unitario, come dimostrano le situazioni dove cio’ e’ avvenuto

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