La vita accanto

di Chiara Volpato

Ho letto La vita accanto tutto d’un fiato. E’ un romanzo breve, appena pubblicato da Einaudi, che racconta la storia di Rebecca, una bambina segnata da un’irreparabile bruttezza, che rende difficile il suo incontro col mondo e particolarmente aspro il suo percorso esistenziale. Una storia decisamente in controtendenza nell’Italia contemporanea, che sembra destinare alle donne quasi esclusivamente ruoli decorativi e ancillari. Nel panorama attuale, in cui domina sovrana l’esibizione di corpi e visi levigati, così simili e interscambiabili da apparirci senz’anima, Mariapia Veladiano ha dato voce a un’esistenza appartata, che fin dalle prime pagine riconosciamo però come una figura della nostra quotidianità, che ci affianca all’imbrunire mentre percorre furtiva strade solitarie, con il volto nascosto e il passo affrettato. Rebecca è una di noi, un po’ più sfortunata e sola; come lei ci sentiamo nei momenti in cui più forte si fa la nostra inadeguatezza, quei momenti in cui l’incapacità di competere con i modelli rutilanti esibiti dai mass media è più insistente e preme il desiderio di fuga in un’oscurità protettiva. Eppure Rebecca non soccombe di fronte al difficilissimo compito di cercare la propria strada nel mondo; nonostante l’aspetto ripugnante, riesce a resistere all’angoscia e a dare senso alla propria vita. Accanto a Rebecca ci sono altre figure femminili, tutte impegnate a sopravvivere in un mondo in cui è impossibile sfuggire al dolore. Non tutte vi riescono, ma tutte sono a loro modo capaci di segnali di attenzione e amore per gli altri, tutte sanno costruire solidi rapporti di solidarietà, affetto, amicizia.

Uno dei motivi per cui il romanzo di Mariapia Veladiano mi è piaciuto molto è che non è banalmente consolatorio, non prevede un lieto fine rassicurante; ci parla di una resistenza quotidiana, fatta di piccoli gesti che presuppongono costanza e forza d’animo inesauribili. La vita accanto è, a mio parere, un libro importante, proprio perché racconta la vicenda di una donna della realtà, che affronta un cammino particolarmente accidentato con dignità e coraggio. Un libro che può accompagnarci nelle lotte di questi giorni, che può diventare un segnale distintivo di chi sappia andare oltre le apparenze, per cogliere la sostanza nel nucleo profondo delle persone e costruire relazioni vere e non illusorie. Un libro che ci ricorda, in modo sottile, come la biodiversità vada salvaguardata anche tra gli umani, contrastando la deriva che ci vuole tutti copie conformi a un modello di bellezza stereotipato, nel quale ogni originalità diventa difetto.

Intorno a Rebecca c’è una città di provincia, Vicenza, descritta con molte ombre e poche luci. E’ una città che conosco bene, dato che ci abito da molti anni. Posso quindi dire, con cognizione di causa, che Mariapia Veladiano ne descrive con particolare efficacia il clima, dominato da un’ipocrisia sottile, sorridente, apparentemente benevola, che si impone come la cifra dominante della città. Vicenza è un emblema della provincia italiana, costellata da centri storici che sono stati per secoli una delle bellezze del mondo e sono oggi deturpati dalle auto che stanno gloriosamente riconquistando i pochi spazi perduti nei decenni precedenti; sono centri storici governati da giunte che, indipendentemente dal colore politico, hanno individuato una mission nella sostituzione di alberi secolari con trionfanti rotatorie. Sono le nostre città insomma, in cui una larga parte dei cittadini crede ancora alla pacifica coesistenza tra vizi privati e pubbliche virtù e concilia la messa domenicale con il voto a un noto corruttore di fanciulle. In questo panorama, Rebecca ci insegna una resistenza silenziosa, che non nega il dolore, ma lo percorre, lo assume come compagno di vita.

Concludo questa breve presentazione citando una delle pagine che ho amato di più, quella che descrive cosa vuol dire, per una bambina, sapersi irrimediabilmente brutta, una pagina in cui l’autrice dà forma narrativa e poetica a ciò che gli psicologi chiamano ‘processi di auto-oggettivazione’:

Un bambina brutta vive con prudenza, cercando comportamenti che non aggiungano disturbo a quello che già viene dal proprio aspetto. Una bambina brutta non fa i capricci, non chiede, impara presto a mangiare senza fare briciole con il pane, gioca in silenzio spostando solo il necessario, mette in ordine la propria stanza prima che le venga chiesto, non si fa sorprendere due volte a rosicchiarsi le unghie, non consuma calze e scarpe perché si muove in modo composto, non alza la voce, non fa rumore quando scende le scale, non discute i vestiti da mettere.

Una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono nonostante la delusione per la sua nascita, sta al suo posto, ringrazia per i regali che sono proprio quelli giusti per lei, è sempre felice di una proposta che le viene rivolta, non chiede attenzioni o coccole, si tiene in buona salute, almeno non dà preoccupazioni dal momento che non può dare soddisfazioni.

Una bambina brutta vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia. Spera di sentire una parola che la assolva, fosse pure di pietà.

Una bambina brutta è figlia del caso, della fatalità, del destino, di uno scherzo della natura. Di certo non è figlia di Dio.”

Mariapia Veladiano (2011). La vita accanto. Torino: Einaudi.

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