La PM: Donne imbrogliate e tradite

di Anna Maria Fiorillo
Vorrei approfittare di questo scorcio di visibilità, del tutto involontario e transitorio, che mi deriva dal coinvolgimento nella vicenda “Ruby”, per esprimere adesione alla lettera pubblicata da Giulia Bongiorno su Repubblica del 21 gennaio, a pag. 37. Lo faccio in quanto donna che accoglie l’appello conclusivo dell’autrice contro il maschilismo che permea molteplici aspetti della vicenda stessa: “Sono le donne che per prime devono farsi forti della loro dignità e della consapevolezza del loro valore, senza distinzione di età, credo politico, provenienza geografica, per esprimere a voce alta lo sdegno che questa mentalità suscita, ne sono sicura nella maggioranza di noi”. Colgo l’occasione, dunque, per sottolineare come anche nella magistratura, le donne, a parità di competenza e professionalità con i colleghi maschi, debbano scontrarsi con enormi ostacoli che riguardano non solo il dover conciliare, quando si è giovani, la loro vita personale e familiare con la temporaneità degli incarichi nella prima fase della carriera, spesso in sedi disagiate e con carichi di lavoro assai gravosi, ma anche il doversi misurare, aumentando l’anzianità di servizio, con l’efficienza carrieristica degli uomini i quali sono ben capaci di conciliare lo svolgimento delle funzioni con incarichi di natura organizzativa legati alle “correnti” il che li agevola nell’accesso agli incarichi direttivi e comunque di prestigio. Tra i 15 giudici della Corte costituzionale che hanno preso la recente decisione in merito al legittimo impedimento c’è una donna soltanto, Maria Rita Saulle e tra i 26 componenti del C.S.M solo due sono donne. Detto questo, sono preoccupata che l’accorato appello, per le premesse dalle quali muove e per le implicazioni che ad esso conseguono, anziché unire le donne, possa creare tra loro una spaccatura e risolversi così ancora una volta in un vantaggio per il nemico che, sia detto chiaramente, non è affatto il genere maschile e nemmeno un solo determinato individuo maschio (che per pudore chiamerò “l’Innominato”), ma un certo tipo di mentalità, di decadenza culturale e di malcostume che in questo momento sembrano prevalere nella nostra società e di cui quell’individuo è il prodotto e la rappresentazione, cioè l’effetto, non la causa. Si ha l’impressione leggendo la lettera di Giulia Bongiorno, certamente condivisibile nella denuncia della fatica e della delusione che pesano sull’attuale condizione femminile, che essa si riferisca ad una categoria di donne in un certo senso privilegiate, perché dotate di talenti e in corsa per affermarsi nel lavoro e nella società…

Sono queste che da sempre lottano, si ribellano e sfidano gli ostacoli di un ambiente maschilista, producendo valore. Dall’altra parte ci sarebbero quelle che per mancanza di qualità oppure per avidità e per calcolo si prostituiscono non tanto e non soltanto fisicamente agli uomini, quanto moralmente al sistema che le premia solo se sono belle e accondiscendenti. In realtà moltissime donne, belle o non belle, più o meno dotate di capacità, non possono essere collocate né di qua né di là: esse vivono onestamente il loro ruolo di mogli, compagne, amanti o madri, rassicurando con il loro appoggio leale uomini che a loro volta le rassicurano fornendo loro un’identità ed un posto nel mondo che esse non possono e non vogliono mettere in discussione. Queste donne “credono” nell’uomo che hanno scelto e per lui abbracciano il “suo” partito. Perciò è inutile mettere in discussione la loro fede, sarebbe come cercare di convincere un tifoso a cambiare squadra di calcio. Mi rendo conto che una tale metafora può apparire banalizzante e riduttiva, ma la uso per farmi meglio comprendere dai lettori maschi. Alle lettrici vorrei ricordare quanta sofferenza procura fidarsi ed affidarsi ad una persona per poi esserne imbrogliata e tradita. Il meccanismo che scatta è quello di non volere vedere il tradimento, vergognandosi di se stesse e della propria dabbenaggine, di alleggerire l’onta pensando che “così fan tutti”. Se ciò avviene nel campo delle relazioni sentimentali, non dissimilmente si verifica nella politica quando il consenso si fonda su fattori emotivi che il rappresentante sa abilmente gestire sul piano della comunicazione, costruendo di sé l’immagine di un vincitore che generosamente si prende cura delle sue protette. Ma le protette devono convincersi che non hanno affatto bisogno di tutela, che sono così dignitose e libere da scegliere di guardare fatti e persone lucidamente con i loro occhi, così coraggiose da mettersi in discussione. Forse si può ricordare loro che, come diceva Mao Tse Tung, le donne, tutte le donne, sono “l’altra metà del cielo”, che anche in loro Gandhi riponeva la massima fiducia, indicandole come le protagoniste del progresso nella storia…
da il Fatto Quotidiano –  27 gennaio 2011

One thought on “La PM: Donne imbrogliate e tradite

  1. Molto pertinente il richiamo a tutte quelle donne che hanno accettato il ruolo subordinato “per bene” (di moglie, compagna, amante, etc.) e che vivono in funzione grazie a un uomo, in modo giudicato “onesto” all’interno dello schema offertoci dalla società (ancora) maschiocratica. Appunto, il problema è sempre quello, ed è il motivo, per cui soltanto una donna fa parte della Corte Costituzionale, grazie ai meccanismi accennati dalla Dott. Fiorillo. Tutti gli uomini che avanzano nella loro professione, o forse oggi la maggioranza di loro, possono farlo perchè dispongono di una donna che si occupa dell’accudimento domestico e familiare, compresa la cura dei figli. Questo vero e proprio lavoro è svolto in cambio del mantenimento e sicuramente dell’attaccamento emotivo, insomma dell’amore. Che sia una forma di asservimento non è una novità, ma è così antica e radicata da non essere considerata tale, anche perché, come ben sappiamo, la molla non è il bisogno, ma l’amore/dedizione. Non sto colpevolizzando le donne che apartengono a questa categoria, cui apparteneva anche mia madre, sto ricordando che tutte le quaità e le capacità di queste donne rimangono allo stadio potenziale, e vengono dirottate per realizzare lo sviluppo “pubblico” non della propria personalità, ma di una personalità maschile. Ripensiamoci.

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