Quelle mamme e quei figli in carcere

L’articolo di Silvia D’Onghia è di settembre, la mostra è ormai chiusa, ma il problema trattato è sempre presente.

Che ci faccio io qui? (L’infanzia negata)

In Italia 56 bambini vivono dietro le sbarre con le madri nella totale indifferenza del Parlamento

“Vidi una bimba che cercava di mettersi in tasca la neve. Le chiesi: ‘Cosa stai facendo?’. Mi rispose: ‘La porto alla mamma’”. Leda Colombini è la presidente dell’associazione “A Roma, insieme”, che dal settembre del 1994 lavora nella sezione femminile del carcere romano di Rebibbia. Al fianco delle detenute madri e dei loro bambini. Sì, perché non tutti sanno che, nelle carceri italiane, vivono anche 56 bambini, vittime della detenzione delle loro mamme. La maggior parte delle quali straniere, 31 di loro con sentenza definitiva. I dati li ha forniti ieri, in commissione Giustizia alla Camera, il capo del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta. E proprio ieri, nella sala Santa Rita della Capitale, è stata inaugurata la mostra “Che ci faccio io qui?”, un reportage realizzato da cinque fotografi di fama internazionale, nato dalla collaborazione tra l’agenzia fotografica “Contrasto” e l’associazione “A Roma, insieme”.“Ogni sabato portiamo i bambini fuori dal carcere – racconta Leda Colombini –. Li portiamo al mare, in montagna, e tutte le volte vorrei che il mondo intero fosse lì per assistere allo stupore di quei bambini”. Che invece vivono reclusi. Il loro unico orizzonte è il muro, quello della cella, quello del corridoio, quello di recinzione. “Tutto questo genera enormi problemi – prosegue Colombini –. Il primo è alla vista: questi piccoli sono privati degli spazi, degli orizzonti, delle altezze, del movimento della città. Sono tutti stimoli necessari a un’adeguata crescita del senso della vista. Per non parlare del mondo delle relazioni. Le uniche persone con cui sono a contatto per i primi tre anni di vita sono le madri, il personale penitenziario e gli altri bambini. Il loro mondo finisce qui. Chi li ripaga di queste carenze? Che cosa si produce al livello della mente?”. Da un punto di vista materiale ai bambini non manca nulla.All’inizio della loro attività, con una battaglia durata un anno, i volontari dell’associazione hanno ottenuto che i figli delle recluse frequentassero asili comunali esterni al penitenziario. E questo significa che almeno una parte della giornata trascorre senza un muro all’orizzonte. Le celle si aprono alle 8 del mattino, per richiudersi alle 8 di sera. I bimbi possono giocare (anche se non tutti i giocattoli possono essere portati in carcere) e, d’estate, hanno “addirittura” la possibilità di correre in giardino. Quasi un lusso. “Festeggiamo tutti i compleanni – racconta Colombini –, le madri, il personale, i volontari si ritrovano tutti a spegnere le candeline assieme ai bambini. Cerchiamo di rendere speciale ogni occasione”.Ma è una goccia in un mare che non dovrebbe esistere. […] avanziamo proposte perché si ottenga che nessun bambino varchi più la soglia del carcere – spiega Colombini, e la sua voce pacata si increspa di rabbia –. Tutti i ministri si sono impegnati, ma la soluzione non è mai arrivata. Ora abbiamo presentato cinque testi di legge: due al Senato, tre alla Camera, dove si è arrivati a un testo unificato attualmente in discussione in commissione Giustizia”. La speranza, però, è ridotta al lumicino:“Non a caso il problema più grande riguarda le straniere. La legge Bossi-Fini prevede che, una volta scontata la pena, l’espulsione sia automatica. Una volta, per esempio, una donna è stata rispedita in Nigeria mentre il figlio era al nido. Le italiane che hanno una famiglia e un tetto sulle spalle, presentano le condizioni per i domiciliari o per l’affidamento in prova. Le straniere non ottengono neanche i permessi premio”. Non solo: quando i bimbi compiono i tre anni, vengono separati dalle madri e finiscono in affidamento. Chi li ripagherà di tutto questo?

di Silvia D’Onghia Il Fatto 9.settembre.2010

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