Julianne, elogio della famiglia gay: “Berlusconi? Dice cose idiote…”

La Moore al Festival per ricevere un premio alla carriera e per presentare “I figli stanno bene”, in cui interpreta una mamma sposata con un’altra mamma. Con dure critiche all’ultima frase a effetto del nostro premier

ROMA – La frase più applaudita di Julianne Moore, davanti alla platea di cronisti del Festival, è un commento all’ultima esternazione berlusconiana (“meglio guardare le donne che essere gay”). Un giudizio, quello dell’attrice americana, che più chiaro non si può: “E’ un peccato aver detto una cosa del genere: così idiota, arcaica, infelice e imbarazzante.  Viviamo in un’epoca in cui l’orientamento sessuale è vario: ognuno è quello che è. Troppa gente divide sempre le cose per categoria – razza, genere, religione. Bisognerebbe concentrarsi di più sul fatto che siamo tutti esseri umani”.

E non sono affermazioni casuali: l’attrice, qui al Festival, porta (fuori concorso) “I ragazzi stanno bene”, regia di Lisa Cholodenko: storia di due lesbiche sposate da anni (una è lei, l’altra è Annette Bening), con due figli adolescenti nati dalla provetta, la cui vita viene sconvolta dall’apparire sulla scena del padre biologico, donatore di sperma (Mark Ruffalo).

Una pellicola divertente, autentica, che oltreoceano è diventata a sorpresa un fenomeno al boxoffice, grazie al passaparola. “Negli Usa – spiega l’attrice, in gonna ruggine e camicia rossa su tacchi vertiginosi   –  ci sono sempre più famiglie di fatto così: con due mamme, o con due papà. Uno studio pubblicato dal New York Times ha dimostrato che i figli di questo tipo di famiglie sono mediamente equilibrati, ben inseriti nella società: ormai nel mio Paese è diventata una cosa normale”. E sulla sua interpretazione: “La sfida, qualsiasi cosa si faccia, è dare realtà al personaggio, renderlo il più vero possibile. In questo caso poi non ho avuto problemi: si parla di matrimonio, dell’essere genitori. Cose che conosco. Guardando lo schermo ci si dimentica che si tratta di due donne: ci si concentra su un rapporto di coppia a lungo termine. Alla fine, ne viene fuori un quadro molto positivo”.

Nel film, però, c’è anche il tema del tradimento. “Sono cose che succedono  –  spiega la Moore con filosofia  –  il personaggio infedele di questa storia lo fa soprattutto perché cerca un riconoscimento, un apprezzamento. La gente non ha sempre le idee chiare: in giro c’è ambiguità. E c’è anche spazio per il perdono”. Quanto a una possibile lettura del film – e cioè che in una famiglia ci possa non essere bisogno della figura maschile, del papà  –  l’attrice la nega, a favore di un discorso più generale: “Quello che volevamo mostrare non ha a che fare col sesso del genitore. Ma col fatto che non puoi entrare a tempo di musica, all’improvviso, nella vita di una famiglia: perché famiglia è chi cresce i figli, chi li accompagna a scuola”.

Questo riguardo al film. Poi però Julianne fa un piccolo bilancio della sua vita professionale: “Ho lavorato da giovane in teatro, poi all’inizio degli anni Novanta sono usciti vari miei film contemporaneamente e mi sono ritrovata ad avere una carriera nel cinema! Da allora, mi sono concentrata soprattutto sui film indipendenti”. E sulla questione dell’età (lei ha 49 anni): “Continuano a farmi domande su questo, e questo attenzione dei media secondo me questo non aiuta. Io comunque sono fortunata: ho avuto la possibilità di avere sia una famiglia che un lavoro che mi piace tanto. Cosa che non è affatta per scontato”. Diventando, come tutti sanno, un’icona di impegno e di qualità. Come testimonia il fatto che stasera, qui al Festival, la diva riceve – dalle mani di Paolo Sorrentino – l’Acting Award, il premio alla carriera che negli anni precedenti è andato a star del calibro di Sean Connery, Sophia Loren o Al Pacino.
di Claudia Morgoglione
La Repubblica – 2 novembre 2010

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