Donne e botte…

Emlou Arvesu

E’ ancora grave, a Roma, Maricica Hahaianu, l’infermiera romena di 32 anni che il ventenne Alessio Burtone ha colpito in pieno viso con un pugno, facendola cadere e battere la testa. Il filmato lo abbiamo visto e non vogliamo riproporlo: il voyeurismo della violenza dilaga fin troppo. Piuttosto, nella speranza che la donna si riprenda al più presto, ricordiamo il caso avvenuto l’estate appena trascorsa a Milano. Quando, il 6 agosto, la filippina Emlou Arvesu di 41 anni, è stata uccisa per la strada da Oleg Fedchenko che, uscendo di casa, aveva detto alla madre: «Ammazzo la prima donna che incontro». E così ha fatto. Ai familiari di Emlou, l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi ha scritto questa lettera, pubblicata dal Corriere della Sera il 12 agosto scorso.

«Emlou morta senza aiuto, la città ritrovi i legami»

E’ dal 6 agosto, giorno della sua uccisione, che rivolgo la mia preghiera al Signore per Emlou Arvesu, per il marito, per i figli. Appresa la notizia dell’aggressione che la signora ha subìto sono sorti in me tanti sentimenti sul drammatico epilogo della vicenda umana di questa donna, moglie, madre di famiglia, lavoratrice, migrante. La morte di una persona, qualsiasi morte – per cause naturali, per grave malattia, in tenera età o nella vecchiaia – porta con sé dolore, domande, riflessioni, preghiere e speranze. Ma davanti alla tragedia di cui la signora Emlou è stata involontaria vittima, il dolore, le domande, le riflessioni, la preghiera e la speranza sono più intensi. I sacerdoti che in questi giorni hanno visitato la sua famiglia mi hanno riferito di avere incontrato nei congiunti una grandissima sofferenza per la perdita così assurda di una persona amata, onesta e buona. Un dolore profondo ma portato con dignità, condiviso dai parenti, dagli amici e dai conoscenti, dalle persone per cui ella lavorava, dalla comunità cristiana che frequentava. Un dolore reso ancora più sconvolgente dalle circostanze in cui questa morte si è consumata: per mano violenta, per futili motivi, senza – durante l’ agguato – la visibile espressione di un aiuto, come dicono le cronache. A questo dolore vogliamo essere vicini anzitutto con la preghiera e poi con l’ espressione concreta della solidarietà per le esigenze della famiglia. Per questo sento il bisogno di chiedere che venga celebrata una Messa di suffragio sabato 14 agosto, alle 11, presso la chiesa parrocchiale SS. Redentore di Milano, la comunità che la signora Emlou frequentava. La partecipazione dei cristiani di Milano e di tutte le persone di buona volontà della nostra città a questo momento di preghiera sarà occasione per testimoniare l’ anelito sincero e l’ impegno operoso di tutti perché la violenza omicida sia vinta da un tessuto sociale che sa esprimere e vivere legami di sincera compassione, di vera comunione, di solidarietà e di integrazione. Pregando, vogliamo chiedere al Signore della Vita che accolga nel suo Regno eterno Emlou e che sostenga con la speranza cristiana la sua famiglia. L’ esempio di laboriosità di questa signora che – insieme alla sua famiglia – ha lasciato le Filippine per cercare lavoro a Milano ci testimonia la presenza operosa, discreta e onesta di tanti immigrati nella nostra città, impegnati spesso nei lavori più umili, in molteplici e insostituibili servizi a beneficio diretto di tante persone. La nostra preghiera inoltre non può non presentare al Signore l’autore di questo omicidio: possa egli maturare consapevolezza del male commesso e della sofferenza causata, così che giunga ad esprimere con sincerità il proprio pentimento e la propria volontà di riparazione. Questo sarà il primo passo necessario per poter intraprendere il percorso di reinserimento nella vita della società. Vogliamo una Città dove tutti si sentano responsabili di tutti. Per questo preghiamo sia per la vittima che per l’ uccisore. In una città dove «tutti si sentono responsabili di tutti», accorgersi e intervenire per aiutare – nel possibile – una persona che per strada subisce violenza, non è mai intromissione in vicende private, ma segno di legami sociali veri e forti. Esprimere poi – nella preghiera, con la vicinanza, con l’ aiuto materiale – la propria solidarietà a chi è nel dolore, non è atto superfluo ma indice di appartenenza condivisa alla Città. Reagire alla barbara uccisione di una persona cara con i più alti, ragionati e pacati sentimenti – come hanno fatto fin qui la famiglia di Emlou e la comunità filippina – non è sinonimo di indifferenza, ma germe di promettente speranza per una Città che vuole sanare le ferite e asciugare le lacrime provocate dalla violenza ricorrendo alla forza della giustizia, della solidarietà e della carità.

Dionigi Tettamanzi

dal Corriere della Sera – 12 agosto 2010

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