Betancourt: io, tra gli incubi e Harry Potter

di Angelo Aquaro

Di notte, quasi ogni notte, Ingrid Betancourt continua a essere svegliata dai suoi incubi: ma il tormento è più sottile di quei 2321 giorni nella giungla. «Sogno di essere all’aeroporto. O in una stazione. Potrebbe essere Charles De Gaulle o un posto qualsiasi nella mia Colombia». «Oppure è un palazzo: un grattacielo come questi qui a New York – continua Betancourt – e loro sono là: i miei guardiani. Riconosco le uniformi: rivedo quei volti, rivivo l’orrore. Mi cercano. Mi inseguono. Mi acchiapperanno di nuovo».

Quando si sveglia di soprassalto «ci vuole ancora qualche secondo per realizzare dove mi trovo davvero». Cioè nella sua casa di quella Parigi che l’ha adottata – lei colombiana cresciuta in Francia e sposata a un francese – e che adesso «le spezza il cuore» per quello che sta facendo ai rom. Oppure nell’appartamento al Village della figlia Mélanie che ora studia cinema a New York. No, in Colombia per ora no. «C’è un tempo per tutto» dice. È la risposta che ripete anche quando chiedi se tornerà mai a lottare per la presidenza colombiana – lei che fu rapita proprio in campagna elettorale dalle Farc: «Chi può dirlo?».

Il tubino nero lungo e stretto le copre appena le ginocchia e i capelli che nella giungla le arrivavano fino a terra – in quella foto in catene che fece il giro del mondo – ora sono elegantemente raccolti. Ha scritto un libro di settecento pagine e già il titolo preso da Pablo Neruda è una promessa: «Non c’è silenzio che non abbia fine». Adesso è finita davvero? «Mi sento serena. Questo libro è stato anche la mia terapia. Mi ero detta: ho bisogno di ricostruire tutte le mie relazioni. Ho bisogno di ritrovare la mia famiglia e i miei figli. Tante volte in tutti questi mesi avevo provato a parlarne: ma era difficile anche con loro. Il libro è stata una cura. Tutti i giorni dalle 9 alla sera alla 5. Nessuna interruzione, scritto tutto a mano. Dovevo ritrovare le misure con me stessa. Il mio mondo: una scrivania, una risma di carta, qualche barretta di cioccolato. Scrivevo e prima di scannerizzare e spedire alla mia editor leggevo a mia madre. Piangevamo insieme. Ridevamo insieme. Dal gennaio 2009 fino a Natale sono andata avanti così».

Il libro si legge come un romanzo. I cinque tentativi di fuga. L’amicizia più che forte con due compagni di prigione: il senatore colombiano Luis Eladio “Lucho” Perez e l’americano Marc Gonsalves. E le difficoltà con la sua assistente Clara Rojas che pur di avere un bambino si fa mettere incinta da un guerrigliero delle Farc. E poi il suo cammino religioso, la paura continua della morte… «E pensare che il primo libro da “grande” che avevo regalato a mia figlia era Il Conte di Monte Cristo. Se prima del sequestro mi avessero detto che un giorno tutto questo sarebbe potuto capitare a me – beh, avrei sbuffato. Vedo già la risposta che avrei dato: piuttosto che passare attraverso quell’ inferno mi farei ammazzare. Ecco: questo libro è il tentativo di raccontare come la vita non avanza sempre linearmente. Non è tutto bianco o nero. Ma ce la si può fare».

Ha mai pensato davvero al suicidio? «Nel libro racconto che negli ultimi mesi mi stavo lasciando andare: ma quella è l’accettazione della morte come ultima forma di libertà. No, il suicidio no». Sorprende la sua fede continuamente sbandierata: lei che nell’ America latina era il simbolo di una politica giovane, verde, femminista, di sinistra. Che cosa è successo nella giungla? «Sono sempre stata credentea modo mio. Lo so, lo so, la Chiesa e tutto il resto: difficile capire. L’aborto? Ma pensate anche a cose più semplici: chi dà il diritto di vietare ad alcuni di avvicinarsi alla comunione, di avvicinarsi a Dio? Però da quando sono stata liberata vado a messa tutte le domeniche. E gli oggetti più cari che mi sono portata dietro dalla giungla sono proprio il mio rosario e la mia bibbia. La preghiera come disciplina. Prima invece Dio c’era solo quando faceva comodo: e a volte era meglio che si voltasse dall’ altra parte».

I suoi compagni avevano già raccontato la prigionia in altri due libri. Facendo un ritratto di lei molto duro: “Egoista, privilegiata”. «Una delle tante cose orribili delle Farc è essere riusciti a dividerci. Io quei libri non li ho letti neppure perché ero impegnata sul mio e non volevo essere condizionata. Però sapete che cosa vuol dire vivere 24 ore su 24 nelle condizioni in cui eravamo? Legati gli uni agli altri? Costretti a fare i propri bisogni davanti a tutti? Le Farc ci hanno fatto tirare fuori il peggio di noi stessi». Per troppo tempo sono state giustificate a sinistra: soprattutto in Europa. Lei stessa viene rapita quando cercava con le Farc il dialogo. Pentita? «Per niente. Certo ero più giovanee più impulsiva. E probabilmente avrei dovuto agire più prudentemente. Ma se una soluzione ci sarà mai, potrà passare solo dal dialogo». Quindi sarebbe disposta, nel caso, a incontrare il nuovo capo delle Farc Alfonso Cano? «Per farmi rapire di nuovo?».

Nel libro racconta l’emozione della libertà già ritrovata sull’ aereo del ritorno: quando chiede al generale Mario Montoya il permesso di andare al bagno e quello le risponde che adesso non deve più chiedere il permesso a nessuno. «La libertà è una riconquista quotidiana. Quanto mondo mi sono perso? I miei ragazzi mi avevano preparato al computer una sorta di medley: tutti gli spezzoni di film più belli che non avevo potuto vedere in questi anni. Un mio amico a Parigi mi ha fatto recapitare un valigione di dvd. Ho pianto guardando Le vite degli altri: in fondo anche quella è la storia di una vita sotto lo sguardo di un carceriere».

In catene eravate riusciti a racimolare i libri di una biblioteca ambulante. Le sue pietre filosofali sono state un dizionario Larousse e un capitolo di Harry Potter. «Mi piacerebbe incontrare J. K. Rowling: farle sapere i miracoli che la sua fantasia è riuscita a portare nella mia gabbia». Dopo la liberazione, di fronte alle curiosità sulla prigionia aveva detto: ci sono cose che vanno lasciate nella giungla. Settecento pagine dopo: che cosa è rimasto ancora lì? «Quello che andava lasciato…. Dimenticare è impossibile. Ma ricordare deve poter elevare chi scrive e chi legge: non farlo ripiombare più in basso nell’ orrore inconfessabile».

da la Repubblica — 18 settembre 2010

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