Donne nei Cda, adesso sono il 6%. Proposta bipartisan per arrivare al 30%

Alessia Mosca

Alla riapertura della Camera sarà in dirittura d’arrivo un testo che impone di riservare un terzo dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate alle donne. In Norvegia è già così, in Francia si discute una legge analoga

ROMA – Con una misera quota del 6,2 per cento, le donne italiane rappresentano davvero una sparuta minoranza nell’ambito dei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa, come attestano i dati della Consob riferiti al 2009. Ma a breve la situazione potrebbe cambiare in modo radicale: alla ripresa dei lavori della Camera i parlamentari si troveranno sul tavolo infatti una proposta bipartisan che parte da due progetti di legge (firmati rispettivamente da Lella Golfo del Pdl e Alessia Mosca del Pd), già approvata dalla commissione Finanze di Montecitorio, e che prevede la presenza obbligatoria del 30 per cento di

Lella Golfo

donne nei Cda. Quest’obiettivo decisamente ambizioso (data la situazione attuale di partenza) dovrebbe essere raggiunto attraverso una modifica dello statuto delle società, prevista da tre articoli che verrebbero aggiunti al Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria (Tuf) del 1998. Si affida infatti proprio allo statuto delle società il compito di assicurare l’equilibrio tra i generi nel riparto degli amministratori da eleggere e tale equilibrio è raggiunto quando “il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo ottenga almeno un terzo degli amministratori eletti”. Qualora la norma non venga rispettata dalla composizione del consiglio di amministrazione risultante dall’elezione, i componenti eletti decadono dalla carica. Nel caso di sostituzione di uno o più amministratori prima della scadenza del termine, i nuovi amministratori sono nominati nel rispetto del medesimo riparto. L’articolo 3 del testo, infine, stabilisce che le nuove disposizioni inserite nel Tuf si applicano anche alle società controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359, primo e secondo comma, del codice civile, non quotate in mercati regolamentati. Una norma necessaria ed equilibrata? Negli ultimi mesi se n’è dibattuto molto. I giornali che hanno seguito il dibattito parlamentari hanno ospitato commenti ironici dei lettori che suggerivano una quota analoga prevista per legge anche per i cantieri edili. Eppure l’Italia non è il solo Paese ad aver sentito il bisogno di introdurre una norma che riservi una quota alle donne nei consigli di amministrazione. La Francia sta discutendo la sua futura legge sull’equilibrio uomini/donne nelle stanze dei ‘bottoni’ prevedendo una percentuale anche più alta a favore delle consigliere: in sei anni, le società quotate in Borsa avranno l’obbligo di garantire una proporzione di ciascun sesso non inferiore al 40 per cento, con il raggiungimento di almeno il 20 per cento entro 3 anni dalla promulgazione della legge. La stessa proporzione è prevista in Norvegia, fissata fin dal lontano 1978, per le commissioni e i comitati aziendali, e che dal 2006 è diventata obbligatoria anche per aziende quotate in borsa e di proprietà pubblica. Non ci sono numeri prefissati, ma dal 2007 vige l’invito a “una presenza equilibrata di donne e uomini” anche in Spagna. Sono solo tre esempi di come all’estero hanno regolato o pensano di regolare la materia. Tre esempi proposti ai legislatori italiani da un dossier messo a punto il mese scorso dal Servizio studi della Camera. E comunque è importante ricordare che l’Italia attualmente è fanalino di coda nell’Unione Europea per la presenza delle donne nei Cda delle aziende quotate: come si evince dall’European professional women network, siamo al 29esimo posto su 33 paesi censiti, seguiti solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo. Se poi si considerano i Cda delle prime 300 società europee la situazione è ancora peggiore, poichè dei 375 ‘seggi’ di consigliere delle 23 società italiane presenti nella lista delle Big 300 europee solo 8 sono appannaggio di donne: l’Italia scivola così al penultimo posto su 17 paesi, seguita solo dal Portogallo. Eppure, come dimostra una ricerca Cerved sulle donne manager, le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, incrementano più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose. Secondo la società internazionale di strategie e consulenza aziendale McKinsey, infatti, i risultati economici delle società con elevata diversità di genere sono migliori rispetto alle medie di settore fino al 10 per cento in termini di redditività e addirittura al 48 per cento per Ebit (risultato ante oneri finanziari, ndr).

da la Repubblica del 21 agosto 2010

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